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Al direttore | domenica 18 dicembre 2016, 15:00

I suoi pensieri avrebbero lasciato una traccia a Savona

Di Bruno Chiarlone Debenedetti

I suoi pensieri avrebbero lasciato una traccia a Savona

 

Ma il fatto che quell’uomo fosse a piedi scalzi e mani nude in quella stanza, nel cuor della notte, al buio, cosa stava a significare? Posata la mano sul tavolo, un po’ aperta con la palma verso l’alto, oppure un po’ chiusa a pugno rivolta verso il basso… Si vedeva solo la mano e parte del braccio: nulla faceva indovinare né la fisonomia né l’età dell’uomo che restava tutto nello sfondo scuro.

Neanche i suoi pensieri si potevano percepire o immaginare, neppure si udiva il suo respiro; già dal respiro si sarebbe potuto azzardare un’ipotesi sul suo umore e sul suo stato d’animo generale, i suoi pensieri avrebbero lasciato una traccia, uno spiraglio sia pur impreciso, ma quel silenzio completo aveva le caratteristiche nullificanti di un’attesa senza risposte, come quei vecchi sulle panchine del Prolungamento.

Chiunque poteva pensare qualsiasi cosa, nulla avrebbe confermato o smentito qualsiasi nostra opinione o considerazione a meno che fosse costruita sul silenzio e sulla mancanza di indizi di qualche utilità pratica.

Non si poteva capire se l’uomo fosse in attesa né quale potesse essere il motivo della sua presenza: da quello che si percepiva [unicamente con la vista] la mano sembrava essere autonoma da tutto il resto.

La nostra incapacità a recepire i pensieri dell’altro era la nostra istintiva difesa, la nostra chiusura preconcetta, il nostro gravitare senza fatica attorno alle situazioni conosciute.

Ruotavamo tranquillamente nel nostro perimetro abituale, senza il minimo sussulto come pianeti nelle loro orbite prestabilite, attirati e respinti da forze in equilibrio dinamico. Nulla ci smuoveva dalle nostre traettorie collaudate da cui vedevamo tutto ma nulla ci disturbava.

Avremmo potuto permanere in quello stato di beatitudine confluente a tempo indeterminato sempre percependo immagini e apparenze lontane ininfluenti sul nostro stato, solamente un nostro sforzo di volontà poteva portarci nella situazione incognita di quella stanza semibuia e magari poi uscire per le vie illuminate e natalizie di Savona.

Ben presto avremmo dato uno sbocco credibile al racconto sconosciuto di quella sera, sforzandoci di indirizzare la nostra attenzione e la nostra percezione affinata a ogni sfumatura di grigio costruendo, in mancanza di dati riconoscibili, una situazione leggibile che stesse in piedi da sola, interpretando un ruolo attivo.

Magari qualcuno di noi avrebbe potuto stendersi sul pavimento e, strisciando piano, avvicinarsi all’uomo per vedere meglio di chi si trattava oppure decidere tutti assieme di uscire dalle nostre traettorie consuete, di sbilanciarsi e finire sbalzati fuori, rovinando lungo il percorso accidentato.

Nel riprenderci avremmo potuto scrutare meglio verso la figura dell’uomo, la sua faccia e gli occhi che avremmo potuto scorgere come due forme più chiare. La faccenda si faceva più spessa: si andava verosimilmente verso la fine della questione. Ipotizzammo così di trovarci proprio davanti alla figura di un uomo di mezza età, in attesa del sonno notturno, seduto accanto al tavolo in un momento di attesa più o meno in quiete, da solo ma non triste né allegro. 

 

 

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