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Al direttore | giovedì 19 gennaio 2017, 13:30

Quel maledetto vizio anche tra i partigiani della Brigata Savona...

Bruno Chiarlone Debenedetti

Il partigiano vivente più premiato della Val Bormida risulterà essere sicuramente il piccolo grande LEONCINO, al secolo Oreste Arnello di Rocchetta, classe 1926, diventato recentemente anche oggetto di studio da parte dell’Università di Savona che gli ha realizzato tre filmati brevi appena pubblicati su youtube. Mi piace qui parlare di lui, estraendo un brano dal suo libo recente (vedi foto allegata), dove parla di “un maledetto vizio”…

 “La maggior parte di noi fumava. Un vizio maledetto che quando sei costretto a privartene ti fa star male. La mancanza di una sigaretta assillava tutti ed era spesso argomento di lamentele e invettive. In quei tempi di guerra l’unico sistema per procurarsi tabacco e sigarette era attraverso la carta annonaria, ma anche con quella se ne poteva avere molto poco.

Per noi, però, la carta era soltanto un sogno perché dal momento che eravamo diventati renitenti alla leva ci era stata tolta e, anche se l’avessimo avuta sarebbe stato da matti scendere in paese e presentarsi ad un tabaccaio.

Alla mancanza di tabacco si sopperiva con ogni sorta di erba essiccata, ma la nostra preferenza andava alle foglie di vite. L’improvvisata mistura si avvolgeva in carta di giornale e si fumava quello. Un bello schifo, ma di necessità virtù. Ad uno di noi venne un’idea: preparare un manifesto e affiggerlo in paese nella speranza che qualche anima buona, a cui il tabacco non interessava, ci cedesse la sua parte. In fondo non tutti fumavano.

Chiaramente non avevamo mezzi di stampa e scriverlo a mano pensavamo fosse pericoloso perché qualcuno avrebbe potuto riconoscere la grafia e fare ritorsioni sulla famiglia dell’autore. La soluzione la trovarono i fratelli Zini, due giovani sfollati che anche se non facevano parte dei partigiani, molto spesso collaboravano con noi e che dopo la guerra diventarono medici molto conosciuti a Savona. Iniziarono a ritagliare lettere dai giornali, come oggi abbiamo visto fare in molti film polizieschi, e stilarono il manifesto. Eravamo molto scettici sull’esito della nostra richiesta, ma come si suol dire: “chi non risica, non rosica.”

Ora dovevamo affiggerlo. Naturalmente scendiamo in paese di notte, una squadra intera, compreso Gibuti. A Rocchetta, come forse in tutti gli altri paesi, c’era un posto riservato all’affissione delle comunicazioni pubbliche, pertanto ci sembrò logico attaccare il nostro proprio lì. Era in vigore il coprifuoco e in giro, di notte, non c’era anima viva, gli unici che avremmo potuto incontrare erano i soldati di qualche pattuglia che un comandate troppo solerte avrebbe potuto mandare in perlustrazione, quindi procedemmo come se stessimo effettuando un’operazione di guerra e lasciammo due di noi di guardia: uno alla curva e uno alla Cianchetta dove c’erano i tedeschi.

Con mille cautele, evitando ogni rumore, attacchiamo il nostro manifesto quando, proprio sopra di noi, si apre una porta e si accende una luce. Il messo comunale,Guido Lovisolo, che abitava proprio di sopra, forse insospettito da qualche inevitabile rumore, era uscito a controllare. Gibuti, istintivamente, estrae la pistola e spara un colpo in aria. Nel silenzio della notte quel colpo sembrò una cannonata. Lovisolo ci impiega un secondo a rientrare in casa e sparire alla vista e così facciamo anche noi e lo facciamo anche di corsa.

La strada per i Ravagni è tutta in salita e dopo alcune centinaia di metri avevamo tutti il cuore in gola. - Dai ragazzi – ci incita Gibuti – che quando siamo nel bosco non ci prendono più.-

A dire il vero e non per vantarmi, ero il più fresco della compagnia, avevo una certa dimestichezza con le gare di mezzofondo. Prima che la guerra si mettesse male per l’Italia, il Fascio organizzava spesso gare di atletica ed io avevo partecipato più di una volta ai 5.000 e ai 10.000 metri arrivando sempre tra i primi, in più continuava ad essere molto allenato dalle lunghe marce giornaliere con i partigiani. Entrati nel bosco riprendemmo il nostro passo regolare e rientrammo al campo. La fiducia che avevamo riposto nei Rocchettesi fu presto ben ripagata: il tabacco, anche se in quantità limitata, iniziò a pervenirci con una certa regolarità.”

 

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