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Attualità | 24 aprile 2018, 10:49

Andreotti e il rapporto con la mafia: il figlio risponde all’ex magistrato Caselli

L’ex procuratore capo di Palermo ieri ha presentato il suo libro a Savona e ha esposto tutti i dubbi sull’assoluzione dell’ex primo ministro per i fatti antecedenti al 1980. Il figlio di Giulio Andreotti: "Mio padre assolto anche in Cassazione"

Andreotti e il rapporto con la mafia: il figlio risponde all’ex magistrato Caselli

L’assoluzione in appello di Giulio Andreotti per il reato di associazione a delinquere con prescrizione contestata dall’ex magistrato Gian Carlo Caselli nel suo libro e presentata ieri a Savona continua a far parlare di sé. (LEGGI ARTICOLO)

Ha voluto rispondere alle parole dell’ex procuratore capo di Palermo e Torino, il figlio, Stefano Andreotti: "Io comprendo, anche se non condivido, che da parte di alcuni, dopo gli anni impiegati nello svolgimento dei processi (e del conseguente calvario al quale è stato sottoposto mio padre), nelle investigazioni che hanno battuto a tappeto alla ricerca di prove tutta l’Italia e non solo, con il raggiungimento di ben pochi se non nulli riscontri, nella raccolta delle testimonianze di tanti collaboratori di giustizia poi per lo più smentite (e per le quali non sapremo credo mai a quanto ammontò il fiume di denaro pubblico speso), nella indagine sui favori da mio padre accordati alla mafia, che hanno rivelato solo i provvedimenti da lui presi per combatterla, nella formulazione di date nelle quali si sarebbero svolti gli incontri con i personaggi mafiosi, immancabilmente smentite dalla verifica processuale, non ci si rassegnerà mai ad accettare il magro risultato raggiunto rispetto al quadro prospettato dalla pubblica accusa". 

"Inviterei soprattutto coloro che le carte processuali non hanno letto e si limitano a quanto riportato da altri a leggere con attenzione le carte stesse e un articolo pubblicato ne Il Tempo del 11 ottobre 2008 a firma del Professor Coppi e dell’Avvocato Bongiorno". 

Il figlio dell’ex primo ministro si sofferma anche sul caso dell’omicidio del giornalista d’inchiesta Carmine Pecorelli per cui Andreotti era sta accusato dal boss pentito Tommaso Buscetta come mandante, la corte d’assise d’appello lo condannò a 24 anni ma invece per la corte d’appello e la corte di cassazione fu assolto:

"Come mai non viene mai ricordato da chi oggi torna a parlare dell’argomento il processo di Perugia per omicidio del giornalista Pecorelli, nel quale mio padre fu assolto per non aver commesso il fatto, pur avendo preso origine il processo dalla stessa fonte palermitana, che non riuscì al contrario dell’altro procedimento a trattenerlo a Palermo, come mai non viene ben chiarito che anche la sentenza di appello di Palermo riconobbe la assoluta estraneità ai fatti ascritti successivi al 1980 riconoscendo l’azione di lotta alla mafia provata da più provvedimenti ascrivibili a mio padre, come mai non viene ben riportato anche quanto contenuto nella sentenza della Cassazione sul processo di Palermo che è stata l’ultima e che recita in maniera diversa dalla sentenza di appello".

Di seguito viene riportato l’articolo scritto a quattro mani dagli avvocati di Andreotti Giulia Bongiorno e Franco Coppi, del quotidiano "il Tempo" dell’11 ottobre 2008 il quale titolava: "La sentenza su Andreotti esclude rapporti mafiosi":

"Quali difensori del Presidente Andreotti, abbiamo sempre scelto di non intervenire per correggere una serie di affermazioni, stucchevolmente susseguitesi nel tempo, sugli esiti dei processi: affermazioni talvolta del tutto destituite di fondamento, talaltra capaci di ingenerare facili equivoci. Quindi, anche con riferimento ai reiterati interventi del dottor Caselli, vogliamo astenerci da ogni commento: chi davvero vuol conoscere la realtà e i processi che intorno a essa sono stati celebrati potrà leggere con attenzione tutti gli atti". 

"E’ infatti la lettura completa delle carte che documenta in modo inconfutabile se e cosa l’accusa aveva ipotizzato e qual è stato l’effettivo esito dei processi". 

"Desideriamo tuttavia richiamare l’attenzione sul fatto che il dottor Caselli, quando parla del Presidente Andreotti, cita sempre e soltanto la sentenza della Corte d’Appello di Palermo come se fosse l’unica e definitiva sentenza che ha riguardato il presidente. In questo modo, egli dimentica innanzitutto che il presidente è stato assolto nel processo di Perugia per l’omicidio di Carmine Pecorelli, e che la medesima accusa di essere mandante di quell’omicidio è stata sostenuta anche dai rappresentanti dell’accusa del processo di Palermo". 

"Ma quel che ci sembra più singolare è che il dottor Caselli, quando parla del processo di Palermo, elenca una serie di affermazioni contenute soltanto nella sentenza di appello, omettendo di ricordare non solo la diversa - a e nostro avviso ben più persuasiva - sentenza del Tribunale di Palermo, ma anche che il processo non si è è affatto fermato al grado di giudizio da lui citato". 

"Esiste infatti un terzo grado di giudizio e viene da chiedersi perché il dottor Caselli non rammenti mai la sentenza di Cassazione, che è quella definitiva e che proprio in relazione alle due sentenze precedenti, quella del Tribunale e quella della Corte d’Appello, esplicitamente afferma : ‘i giudici dei due gradi di merito sono pervenuti a soluzioni diverse’, ma non rientra tra i compiti della Cassazione ‘operare una scelta tra le stesse’. Ma c’è qualcos’altro che il dottor Caselli dimentica ed è la dimenticanza più singolare: la sentenza della Cassazione ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di Palermo per i fatti successivi al 1980, riconoscendo assoluta estraneità del Senatore Andreotti a Cosa Nostra. Quanto invece al periodo di tempo antecedente al 1980 - coperto dalla prescrizione e rispetto al quale la Cassazione aveva limitati poteri di controllo - i giudici di legittimità, valutando le motivazioni della Corte d’Appello, non solo hanno sentito il dovere di precisare che la ricostruzione e la valutazione dei singoli episodi ‘è stata effettuata in base ad apprezzamenti ed interpretazioni che possono anche non essere condivise’, ma hanno addirittura aggiunto che agli apprezzamenti e alle interpretazioni della Corte d’Appello ‘sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica’". 

Luciano Parodi

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