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Attualità | giovedì 07 giugno 2018, 15:05

Salvatore Garzarelli: "Il problema non è l'aborto, ma la politica repressiva"

Il ginecologo ex Primario a Savona: "All’Ospedale Villa Scassi si distribuiscono i volantini antiaborto perché lì si pratica la più alta percentuale di interruzioni farmacologiche”

Salvatore Garzarelli: "Il problema non è l'aborto, ma la politica repressiva"

 

Arriva all’intervista citando “Piccola storia ignobile” di Guccini, la canzone scritto prima della Legge 194 sull’interruzione di gravidanza, e mi spiega che all’Ospedale Villa Scassi si distribuiscono i volantini antiaborto “perché lì si pratica la più alta percentuale di interruzioni farmacologiche”. Mentre in Centr’Africa, dov’è stato come ginecologo di Medici Senza Frontiere, morivano due donne alla settimana per aborto clandestino. Si tratta di Salvatore Garzarelli, ex primario di Ginecologia, prima a Vasto, poi al San Paolo di Savona, dove nel 2005, era stato bollato dalla Curia come il "Nuovo Erode" per la sperimentazione della RU 486. Oggi è un medico in pensione, ma ancora in prima linea, che con un collega pediatra omeopata, un cardiologo, un anestesista, un nutrizionista, un chinesiterapista e una psicologa ha uno studio associato a Sampierdarena, perché, dice: “Siamo orgogliosi di aver aperto dove se ne vanno via tutti.”

Il ministro Fontana ha proclamato: “Meno aborti e più nascite”. Cosa ne pensi?

Attualmente non è dell’aborto che ci si deve preoccupare, ma della riduzione della natalità in Italia. Infatti col calo delle nascite c’è stato anche il calo degli aborti. Penso che si debba cercare il modo di sensibilizzare i medici e la politica sulle tematiche concernenti l’aborto. Bisogna rivedere le politiche sociali connesse al calo della natalità: in particolare mi riferisco alla situazione economica, alla disoccupazione dei giovani, al fatto che non ci sono forme di assistenza sociale, come gli assegni famigliari, e la possibilità di avere delle agevolazioni che permettano di avere un figlio con serenità. Quindi la politica di denatalità in Italia potrebbe prendere esempio da quella francese, che negli anni Ottanta era ai livelli italiani e addirittura temeva la scomparsa della razza francese. Oggi, grazie a una politica diversa, che con gli assegni familiari invoglia le donne a lavorare e avere i figli, i giovani hanno due o tre bambini.

Cosa pensi dei volantini e dei cartelloni antiaborto di ProVita?

Di tornare indietro. Statisticamente parlando, quando la politica impedisce a una donna la libera scelta, aumenta il numero degli aborti ed è dimostrato scientificamente. Con i volantini e i manifesti sembra di fare un ritorno al passato anziché andare verso il futuro. La politica repressiva verso l’aborto, significa ritornare all’epoca della Legge 40 sulla fecondazione assistita, con le coppie che andavano in Spagna, in Grecia o in Cecoslovacchia per l’inseminazione artificiale, perché qui non era consentita. Si rischia così il turismo dell’aborto. Prima della Legge 194, infatti, c’era già: alcune organizzazioni, come Aied, portavano le donne con voli charter a Londra. Ma lo faceva chi poteva permetterselo economicamente. Oggi, con i voli low cost, viaggiare per il turismo dell’aborto è molto più economico che, per esempio, pagare una mammana per l’aborto.

Dici questo perché pensi ci sia il rischio che venga abolita la Legge 194?

No, ma se si tornasse a una legislazione regressiva sì. Sta accadendo negli Stati Uniti, nella parte centrale, che ha votato Trump, in Stati come l’Iowa, che stanno promulgando una serie di leggi più restrittive rispetto all’aborto, per tornare indietro e impedirlo. Quindi le donne se ne vanno a San Francisco o altrove dove sia permesso. Ma chi non ha i soldi non ha nemmeno questa facilità. Tasso di aborto è più basso in Paesi con leggi permissive, mentre è più alto altrove, con leggi più restrittive. Inoltre non si può tornare al passato perché c’è anche Internet per l’acquisto dei farmaci: si ordina la pillola RU486 col kit per l’aborto medico, che viene spedito a casa.

Poi c’è il problema dei medici obiettori.

Ne abbiamo una percentuale altissima e in aumento, anche nelle regioni del nord, che prima erano più aperte. Per questo aspetto, vorrei citare Medici Senza Frontiere, che a novembre 2017 ha deciso di pratica l’interruzione di gravidanza nei centri che gestisce all’estero. Le ragioni principali sono dovute al fatto che il personale medico si trova a disagio rispetto a questo servizio, perché non c’è conoscenza della materia o perché si tratta di questione di coscienza personale. Nella maggior parte della società esistono forti pregiudizi, infatti, e perfino reticenza anche a parlarne, per cui è necessario prendere in considerazione questi aspetti sociali, creando un ambiente medico in grado di aiutare ogni individuo a raggiungere un equilibrio tra il parere personale e la responsabilità professionale. Inoltre, sempre Medici Senza Frontiere, dice che bisogna diffidare delle argomentazioni giuridiche, in particolare se usate per impedire a una persona di sottoporsi ad aborto sotto controllo medico. Bisogna concentrandosi sulla sicurezza delle donne coinvolte. E la possibilità di fare cambiare atteggiamento verso l’aborto, spesso dipende dalla nostra capacità di creare un dialogo tra le parti, senza ingaggiare battaglie talebane.

Qual è stata, in merito, la tua esperienza in Africa?

Nella Repubblica Centro Africana ho effettuato 950 parti in 40 giorni. Praticamente una media di 45 parti al giorno. Quando arrivavo a fare il giro alla mattina trovavo ricoverate nell’arco di ventiquattro ore tra le 12 e le 20 donne per complicanze da aborto clandestino. Ne ne morivano due alla settimana. Se non fossero immagini troppo crude, bisognerebbe mettere i manifesti anche della donna morta per aborto clandestino oltre che del bambino. Dentro l’utero ho trovato pezzi di qualsiasi cosa: ferri e legni per perforarlo, e bruciature. Il mio lavoro era più pesante per il trattamento delle complicanze da aborto che per l’assistenza ostetrica. Sono stato anche in Somalia, Madagascar e Senegal.

Gli aborti clandestini, infatti, continuano a essere una tragedia dai numeri elevatissimi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di aborto non sicuro, cioè praticato fuori dalle strutture ufficiali; le cifre del 2008 indicano che al mondo su 56 milioni di aborti indotti, in donne tra i 15 e 44 anni, 22 milioni sono aborti non sicuri, con tasso di mortalità che varia dal 4,7% al 13%. Facendo a spanne la stima, viene fuori che nel mondo ogni giorno muoiono 130 donne per aborto clandestino. E questo mi fa pensare alla mia esperienza all’Ospedale Villa Scassi di Sampierdarena prima dell’entrata in vigore della Legge 194. Nel 1977 iniziavo le prime guardie di notte: in media avevo 3 o 4 donne che si ricoveravano per le complicanze da aborto. Si salvavano, ma le complicanze portano anche a non poter più avere figli, per la peritonite. Questi ricoveri sono scomparsi dall’introduzione della Legge dal maggio 1978: alla fine di giugno non ce n’erano più. E i costi dei ricoveri, tra l’altro, sono altissimi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha calcolato, infatti, che sono circa 600 milioni i costi immediati per salvare la vita a una donna a causa di un aborto clandestino.

Quali sono le soluzioni possibili?

Cercare di ridurre i medici obiettori, stimolare maggiore coscienza negli operatori sanitari e fare prevenzione e non chiudere i consultori, dove va fatta una corretta educazione sanitaria, specie contraccettiva e sulla sessualità, indirizzata soprattutto alle giovani donne. Con i servizi sociali, invece, e una corretta politica della famiglia, aiutare le donne più grandi, che hanno già figli.

Quali sono, invece, i dati relativi all’aborto medico?

Per evitare i rischi legati all’aborto clandestino, c’è la via farmacologica, la RU 486, ma che in Italia è fanalino di coda nel suo utilizzo: solo 15% degli aborti, infatti, avviene attraverso il suo uso, mentre in Francia siamo al 57% e al 93% in Finlandia. In Italia ancora la maggior parte delle interruzioni di gravidanza si effettua in modo chirurgico, anche perché lì le leggi sono più restrittive: in modo farmacologico si deve fare entro 49 giorni, quindi 7 settimane, mentre si arriva fino a 9 settimane altrove. Inoltre il farmaco, secondo questa legislazione, che è del 2009, va assunto in ospedale con ricovero di tre giorni. Invece in Francia si può andare in farmacia e fare tutto a casa. Quindi ci sono ostacoli e una lunga trafila, e per questo l’anno scorso l’unica regione italiana che ha cercato di eliminare la clausola capestro nell’uso del farmaco è stato il Lazio, con la proposta di distribuzione della RU 486 nei consultori, ma ovviamente non è andata a buon fine. Inoltre il presidente Zingaretti è stato l’unico che ha avuto il coraggio di assumere dei ginecologi non obiettori. Zingaretti almeno ci ha provato.

Com’è la situazione in Liguria?

La Liguria pratica il 40% di aborti farmacologici, contro 8% della Lombardia, il 32% del Piemonte, il 20% della Toscana, il 3% in Campania e Calabria. E il Villa Scassi di Sampierdarena è il primo ospedale a praticarli. Ecco perché i manifesti antiaborto sono lì, per colpevolizzare i medici di questo ospedale. Tra l’aborto medico potrebbe servire a eliminare ostacoli, come quello degli obiettori di coscienza, perché è sufficiente dare la pillola. E in Liguria forse la percentuale obiettori arriva fino al 60%, contro l’80-90% del sud. Unica nota positiva, ma non ligure: la Cgl Veneto si sta impegnando a sostenere la Legge 194 per reperire personale non obiettore nelle strutture ospedaliere territoriali.

Infine hai scritto la prefazione a: “E… sarà bellissimo. Storie condivise per vivere serenamente la tua gravidanza”, libro appena uscito di Sara Del Vecchio e Graziella Catalano.

Sì, racconta delle storie di parto, in cui si privilegia l’aspetto umano e relazionale e la partecipazione affettiva che si deve dare alle donne terrorizzate. Il parto non si può relegare solo all’espetto tecnico, bisogna umanizzarlo. In ospedali come i nostri, a differenza di quelli africani in cui sono stato, c’è la possibilità di rendere davvero umano il parto. Per esempio a San Martino se ne fanno circa mille all’anno, a Villa Scassi e al Galliera 700, cioè due o tre al giorno.

 

Medea Garrone (La Voce di Genova)

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