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Attualità | 16 giugno 2018, 09:00

Il Gabibbo è una imitazione? La Cassazione rimanda il caso in Appello

Sarebbe troppo simile a Big Red mascotte dell'università del Kentucky secondo i ricorrenti. La corte d'appello dovrà valutare l'eventuale sussistenza del "plagio evolutivo"

Il Gabibbo è una imitazione? La Cassazione rimanda il caso in Appello

Il Gabibbo, il noto pupazzone rosso della trasmissione televisiva “Striscia la Notizia” di Antonio Ricci, è stato “accusato” di essere troppo simile a Big Red mascotte dell'università del Kentucky.

Una vicenda che in realtà sta andando avanti a colpi di sentenze ricorsi e valutazioni dal 2002 quando la Western Kentucky University aveva fatto causa a Mediaset e a Fininvest.

I ricorrenti americani avevano chiesto sostanzialmente che il Gabibbo non andasse più in onda perché troppo simile al loro pupazzo portafortuna.

Nell’ambito di tale giudizio, arrivati in Cassazione la vicenda si era chiusa con una pronuncia del gennaio 2017 nella quale la Cassazione affermava che Big Red non fosse un personaggio poi così originale ed in particolare non raggiungeva la soglia minima di creatività necessaria per ricevere la tutela.

La vicenda poteva dirsi chiusa in questo senso, ma Ralph Carey, creatore del pupazzo aveva a sua volta intrapreso una azione giudiziaria per vedere tutelata la sua creazione.

Nell’ambito di questa vicenda giudiziaria è arrivata la pronuncia della Cassazione che ha rimesso la decisione alla corte di appello.

Nel caso concreto, la Corte territoriale ha accertato che l'impressione che il Gabibbo può suscitare, già nella forma esteriore, è sensibilmente diversa da quella che può suscitare il personaggio Big Red. Tra i due pupazzi sussistono, invero, a giudizio del giudice di seconde cure, diverse differenze che danno luogo ad “elementi formali tipici ed esclusivi” del pupazzo Gabibbo nel suo confronto con Big Red”: 1) la statura del Gabibbo è “decisamente inferiore” a quella di Big Red; 2) il Gabibbo presenta una “maggiore larghezza del punto vita [...] che lo rende più tozzo, come del resto più tozzi sono anche gli arti”; 3) i piedi del Gabibbo “sono privi di calzature e decisamente sproporzionati rispetto al corpo”, in quanto - a differenza di Big Red che indossa scarpe da ginnastica, perché gli è “richiesto di muoversi o addirittura saltare a bordo del campo” - “nessun gesto atletico si rinviene nell'andatura e nella fisionomia "panciuta" del Gabibbo»; 4) la “pelle” del costume del Gabibbo “risulta liscia ed omogenea e su di essa viene ad essere apposto il"vestito" del personaggio” (papillon, polsini, ed una sorta di grembiule-camicia), mentre Big Red non ha indosso nulla di tutto questo. Sotto il profilo della “dimensione psicologica dei due personaggi”, la Corte di merito ha, poi, rilevato che, mentre il Gabibbo è connotato da un “forte elemento di "spessore" dato dalla voce, in particolare dalla parlata dialettale genovese”, Big Red, invece, “nel ruolo di mascotte muta” si esprime con un linguaggio incentrato del tutto sulla “gestualità corporea”, giacché il suo ruolo  - a differenza di quello del Gabibbo, affermatosi “come maschera caricaturale degli effetti distorsivi del mezzo televisivo sulla realtà e  come reporter satirico dei vizi comuni della politica e della società italiana»” - è quello di «incitare il tifo e intrattenere allegramente il pubblico”, muovendosi e addirittura saltando al bordo del campo di basket”

Richiamando tali elementi si esclude nuovamente il plagio semplice ma rimane il dubbio sul “plagio evolutivo” non valutato, secondo la Cassazione dalla corte di Appello.

Si legge: “Nel caso di specie, l'impugnata sentenza, pur menzionando espressamente il fatto - certamente decisivo per la controversia - delle interviste rese ai giornali dall'inventore di Gabibbo e dal mimo che lo ha animato, nella quali si ammetteva esplicitamente che quest'ultimo era - in definitiva - la copia evoluta di Big Red, ricavata mediante la rielaborazione dei suoi connotati somatici caratterizzanti, ne ha del tutto omesso l'esame ai fini della decisione”.

Sostanzialmente per questo la decisione da parte della Cassazione di rimettere la valutazione di questo aspetto alla corte d’appello.

Mara Cacace

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