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Il Punto di Bruno Spagnoletti | venerdì 09 novembre 2018, 14:38

Mi hanno licenziata mentre ero in coma: intervista a una “impotente”, una giovane donna a cui e’ stata tolta la speranza di poter vivere

La chiamerò – per ovvie ragioni di rispetto e di privacy – con il nome convenzionale di Sofia Orsi, di anni 46 e di professione “operatrice commerciale”

Mi hanno licenziata mentre ero in coma: intervista a una “impotente”, una giovane donna a cui e’ stata tolta la speranza di poter vivere

Interrompo per un turno le mie interviste esclusive dei Potenti savonesi per Savona News, per dare spazio – su sollecitazione dell’avatar Peter Venkman, alias l’ing. Matteo Del Buono – a una “impotente”, una giovane donna savonese a cui diversi Potenti hanno tolto la speranza di poter vivere il proprio futuro.

La chiamerò – per ovvie ragioni di rispetto e di privacy – con il nome convenzionale di Sofia Orsi, di anni 46 e di professione “operatrice commerciale”.

Sofia vive un’infanzia e un’adolescenza felice, in una famiglia di piccoli imprenditori savonesi, sempre disponibili a riconvertirsi e con la costante della gestione stagionale di attività commerciali e di servizio alla balneazione.

Sofia e il fratello compartecipano alla conduzione degli esercizi commerciali della famiglia e tutto volge per il meglio, anche se la giovane ragazza cresce un po’ fragile e presto le viene diagnosticata la retto colite ulcerosa, che è una malattia infiammatoria cronica che colpisce primariamente il retto e può coinvolgere parte o tutto il colon. Le cause di questa infiammazione sono ancora sconosciute. I sintomi clinici principali sono la diarrea, spesso con sangue e muco, e i dolori addominali.

Sofia impara a convivere con siffatta malattia, anche perché l’infiammazione è caratterizzata da episodi acuti seguiti da periodi di remissione in cui è clinicamente silente; si diploma come operatore commerciale e prosegue negli studi iscrivendosi alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Genova; facoltà che poi abbandona per inserirsi nel mondo del lavoro.

Sofia inizia a lavorare alla Bitron, una delle tre unità produttive nate nel 1984 a Savona come “contropartite” alla chiusura dello stabilimento Fiat di Vado Ligure.

La Bitron, insediamento produttivo per la progettazione e la fabbricazione di componentistica elettromeccanica ed elettronica per il settore automobilistico, ha un particolare accordo sindacale che privilegia, nella sostituzione del turnover, l’assunzione dei figli dei lavoratori che vanno in quiescenza; nonostante questo “vincolo” Sofia Orsi viene assunta e inizia il suo percorso lavorativo.

Dopo qualche anno preferisce cambiare lavoro e accetta l’offerta di un Contratto a tempo indeterminato di un grande ipermercato del savonese, dove lavora con efficienza per circa dieci anni; evidenzia una dedizione al lavoro e una professionalità che la segnala a un’altra rete commerciale concorrente che le formula un’offerta di lavoro “non rifiutabile”. E, qui cominciano i guai!

Nel periodo di prova di 15 giorni preventiva al Contratto a tempo indeterminato, ha la sventura di rompersi un dito del piede in tre diversi punti; non molla, non si assenta e non salta un solo giorno della normativa contrattuale di prova, nonostante le sue condizioni precarie e il dolore lancinante al dito del piede.

Lavora sino a tutto il 2014 nel Supermercato svolgendo varie mansioni, compreso lo spostamento dei bancali!

Verso l’autunno del 2014 il clima umido (un po’ infame) della Valle inizia a dare deleteri effetti sulla salute di Sofia già afflitta da artrite cronica e retto colite ulcerosa; chiede, munita di certificato medico, di non essere adibita a mansioni troppo pesanti (come lo spostamento dei bancali) che il suo fisico fragile non regge più; la risposta del Direttore è “Niet”!

E fu cosi che in un giorno lavorativo avviene un infortunio con un bancale che le cade sui piedi! Portata al pronto soccorso di uno degli Ospedali savonesi, le diagnosticano “osteoporosi” che, com’è noto, è una malattia sistemica caratterizzata da una riduzione della massa ossea e da un’alterazione della microarchitettura del tessuto scheletrico, che diventa più fragile e più esposto ad un rischio di fratture spontanee o per traumi di lieve entità.

È dimessa, salvo complicazioni, con 20 giorni di riposo e con l’applicazione di uno stivaletto di gesso!

Inizia cosi il suo calvario di lavoratrice pur contrattualmente a tempo indeterminato, ma malata e debilitata nel fisico.

Per ben tre volte in un mese viene trasportata d’urgenza dal posto di lavoro al Pronto Soccorso afflitta da dolori lancinanti, pazzeschi al punto tale da non riuscire ad appoggiare il piede per terra!

In day surgery hospital di Reumatologia (ma il Primario non ci entra nulla perché era assente), verificano con un’ecografia che c’è un versamento al piede destro e le praticano un’infiltrazione! Chi sa sostiene che mai terapia fu più sbagliata e calvario fu!

La situazione si complica dopo qualche ora e diventa drammatica (mentre la certificazione del Day Hospital incredibilmente pare sparisca dai circuiti ufficiali!): vomito, diarrea, sangue, inappetenza sono gli effetti indotti dallo scoppio degli attacchi continui della Retto Colite Ulcerosa; Sofia, in pratica, non mangia più da giorni e rischia di morire senza alimentazione! È trasferita d’urgenza all’ottavo piano.

Il piede destro progressivamente e inesorabilmente si riempie di pus che alimenta il processo di marcescente sino al punto che Sofia entra in coma! Decidono di trasferirla d’urgenza in un reparto specializzato di un ospedale del Ponente, dove sono costretti a cure tampone a base di morfina a go gò con Sofia che ha dolori lancinanti, insopportabili e 43 di febbre; gli specialisti accorsi al capezzale si mettono le mani nei capelli quando vengono a conoscenza della terapia praticata con l’infiltrazione che ha scatenato gli effetti già descritti.

Devono intervenire subito ma hanno contezza che la paziente (Sofia) non può essere anestetizzata perché è debolissima, non può farcela ed è in concreto quasi morta! Hanno, però, altrettanta consapevolezza che non intervenire vorrebbe dire condannare Sofia a morte sicura nel giro di qualche ora.

Sofia compie per ben tre volte il tragitto camera – sala operatoria – rianimazione e viceversa: il dolore è tale che i sanitari sono costretti ad alzare il volume della Tv al massimo per ammortizzare le urla disperate della giovane Sofia.

Chiamano a consulto i genitori e il fratello di Sofia ed evidenziano la drammatica scelta: amputare l’arto e poi innestare una protesi o tentare un disperato esperimento d’innesto con carne prelevabile dalla schiena di Sofia, con una probabilità di riuscita attorno al 40 per cento: si decide per quest’ultima opzione.

Fatto il trapianto, tutto sembra andare per il verso giusto, ma dopo una settimana il piede diventa completamente nero (marcito e puzzolente) e sembra non ci sia altro da fare che amputare!

E qui succede una sorta di miracolo di Santa Sofia: la nostra ragazza ha 40 di febbre, non mangia da giorni, pur scossa dalla sentenza dei medici “o mangi o muori” (sorrido da solo perché mi viene in mente la mia particolare amica Marzia Pistacchio che – nonostante le sue forme splendide – si sente continuamente dire dalla nonna pugliese “mè mang nonn mè”); fatto sta che tirata fuori dall’isolamento per essere operata con l’amputazione del piede, con sorpresa e incredulità i Medici verificano che il piede non puzza più.

Procedono allora a togliere la pelle marcia e innestare nuova pelle trapiantata e poi a ingessare il piede; il risultato “miracoloso” ha un effetto negativo: Sofia ha una gamba destra inferiore di 5 cm rispetto alla gamba sinistra. Il fisioterapista del Centro è bravissimo e la sprona a mettere giù il piede operato ogni volta che può, anche di notte, pur consapevole dei dolori strazianti che il gesto comporta.

Fatto sta che dopo sei mesi di fisioterapia la gamba destra di Sofia è più corta solo di due centimetri! Sofia esce dal reparto specialistico del Ponente dopo sei mesi di ricovero e riabilitazione con due stampelle e una cura/dote di morfina.

Questa è la storia sanitaria di Sofia, ma ritorniamo alle correlazioni con la sua vita lavorativa e al dramma esistenziale che vive oggi all’ottobre 2018.

Sofia com’è scritto in premessa, è assunta da un Centro della rete commerciale del savonese nel 2013 (proveniente da un altro Centro Commerciale dove aveva prestato servizio per circa dieci anni) ed è riassunta come invalida (già certificata al 75% per la malattia Retto Colite Ulcerosa e Artrite diffusa) con un Contratto a tempo indeterminato.

Un bel giorno del 2015 mentre Sofia è in coma, i suoi genitori ricevono una telefonata dal manager delle risorse umane del Centro Commerciale, datore di lavoro con la secca comunicazione “Vorremmo parlare con Sofia perché o si ripresenta a riprendere il lavoro o sarà licenziata come previsto dalle norme contrattuali dopo la scadenza tutelata del periodo della malattia”;

Alla risposta allarmata della mamma “abbiate pietà, Sofia è in coma”, la brusca risposta “avvisi sua figlia che partirà la lettera di licenziamento”! Questa è l’Italia dei diritti dell’Impresa quasi a prescindere, uno strano Paese che non ha rispetto neppure del quasi rigor mortis!

E fu cosi che nel 2015 Sofia si ritrovò con un piede malato cronico, senza più il lavoro e il reddito da lavoro e invalida 100 per cento! E come si fa – di grazia – a vivere? Sofia, nelle condizioni date, si rimbocca le maniche e s’inventa Colf, Pulizie a ore, Badante di anziani soli, notti in ospedale: di tutto di più per traguardare il mese!

Peraltro aveva fatto la cessione del quinto per accendere un mutuo con cui pagare le rate della utilitaria acquistata quando lavorava e tranquillamente pagava.

Sofia è creativa, onestissima, pulisce casa in maniera ossessiva e si va voler bene dai suoi dante causa (parla a raffica come un black decker) ma è dolce, educata, assai perbene e entra in sinergia con Mimmo, afflitto da Morbo di Parkinson; Mimmo era un ingegnere – dirigente Ansaldo con un cervello connesso e funzionante e tutto procede bene con la sua apprezzata governante; ma la vita è crudele e Mimmo muore! Sofia cerca e trova Renata, Gaetano etc ma nel 2016 – anche complice la crisi – la sua situazione esistenziale si complica e non è più semplice trovare lavori “alternativi”.

Si, qualche entrata extra c’è oltre la pensioncina: lavoretti, pattuisce una cifra di risarcimento nella causa contro la Società Commerciale che l’aveva licenziata e che le imponeva di fare lavori pesantissimi (come i bancali) al suo fisico debilitato dalla malattia; una causa patrocinata da un noto legale di assalto della Cgil di Savona (io dal racconto di Sofia, in scienza e coscienza non comprendo come e perché  abbiano pattuito una cifra cosi modesta per il risarcimento, ma tant’è!)

Con il risarcimento finisce di pagare l’utilitaria, cura i suoi sette cani manco fossero persone togliendosi la fettina di carne dalla bocca, va avanti con l’indennità di disoccupazione.

Nel 2017 le viene riconosciuta e assegnata la Pensione di invalidità di 400 euro! Ma come si fa a vivere con 400 euro magari con la clausola che la sua erogazione vieta qualsivoglia altra prestazione lavorativa? Misteri gloriosi del Belpaese! L’ospedale non è immune da responsabilità, ma la vicenda è lunga, tortuosa, complessa e burocraticamente assai delicata! Siamo solo all’inizio della possibile vertenza per “malasanità”!

Questa è la storia triste di Sofia Orsi, cittadina di Savona ma invisibile alla Città che vive la sua vita insensibile alle centinaia di giovani donne e uomini nella condizione di Sofia; una Città dove cresce la disoccupazione cresce a dismisura: l’Istat censisce 8mila, io – in scienza e coscienza – ne stimo almeno 24mila; basta aggiungere, come si dovrebbe, la quota censita dall’osservatorio provinciale sul mercato del lavoro, gli inattivi che cercano e i lavoratori in CIGS o in Mobilità senza ritorno e senza speranza!

Tornando a Sofia: c’è qualche Potente, qualche Istituzione, qualche Servizio di sostegno, qualche Associazione che oltre alle parole altisonanti, può fare “qualcosa” di concreto per ridare a Sofia la speranza e la vita? Se c’è si faccia avanti, altrimenti tacete per sempre!

 

PS: tuti i fatti sono verificati, confermati nelle fonti dirette ed indirette. Raccontare storie difficili è segno di grande attenzione al nostro territorio.

Bruno Spagnoletti

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