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Cronaca | 15 marzo 2019, 18:00

"Nessuno è responsabile, ma vivo senza un rene". La sparatoria di Pietra Ligure e il dramma di Corrado Manarin alle "Iene"

Alla trasmissione tv il caso del turista piemontese, "danno collaterale" di un inseguimento avvenuto a Pietra Ligure: un colpo di pistola gli perforò e fece perdere un rene. "Dopo 5 anni la verità deve venire a galla e ognuno deve assumersi le sue responsabilità. Ho diritto di sapere"

Momenti concitati dell'inseguimento nell'agosto del 2014

Momenti concitati dell'inseguimento nell'agosto del 2014

A riaccendere i riflettori sulla sparatoria di Pietra Ligure che ebbe luogo sotto la canicola d'agosto nel 2014, sul lungomare Bado, ci stanno pensando Le Iene. Corrado Manarin, il turista che si era rivelato un "danno collaterale" dell'inseguimento, raggiunto dal rimbalzo di una pallottola che lesionandogli un rene aveva comportato, al Santa Corona, l'asportazione dell'organo, non demorde. "Nessuno è responsabile per aver sparato, ma io il colpo alla schiena l’ho ricevuto e mi ha cambiato la vita. Voglio che sia fatta giustizia, anche se sto perdendo le speranze", sottolinea ai nostri microfoni, quando ci si avvicina al quinto anno dalla vicenda; una lunga convivenza con la menomazione e la mancanza di risposte. 

Come anticipato da Savonanews, l'invitato della trasmissione tv Luigi Pelazza ha fatto incursione nella zona centrale pietrese per raccogliere testimonianze sul fatto di cronaca che presenta ancora nodi irrisolti. All'epoca due banditi in fuga, dopo aver abbandonato l'auto su cui viaggiavano, speronata dai carabinieri, si erano diretti dal Maremola al litorale di levante. Alle loro calcagna militari dell'Arma e agenti della polizia municipale. Nelle fasi concitate dell'inseguimento, tra bagnanti e passanti catapultati improvvisamente in una scena da film, erano stati esplosi colpi d'arma da fuoco. Una pallottola aveva colpito accidentalmente Corrado Manarin, turista in vacanza con la famiglia a Pietra Ligure. L'uomo era stato soccorso, sanguinante, sulla scala del residence Corallo e trasferito in ospedale, dove i medici gli avevano poi tolto il rene perforato. 

Manarin, operaio di Nichelino (Torino), rievoca quei momenti salienti: "Era il 21 agosto, Pietra Ligure era piena di turisti, io e la mia famiglia stavamo passeggiando quando ho notato una macchina dei carabinieri in mezzo alla strada. Ho pensato fosse strano e in pochi istanti ho sentito lo stridìo dato dalle ruote di una macchina alle nostre spalle. In pochi istanti mi sono reso conto di cosa stava succedendo. Mi sono rivolto a mia moglie urlandole che si trattava di un posto di blocco e dovevamo toglierci immediatamente da lì. Un momento fortemente agitato. Tutto è successo in pochi attimi. La macchina dove ho saputo poi essere presenti due malviventi è finita contro un palo e il passeggino di mio figlio era a pochi metri da lì. Mi sono affrettato"

"Ho preso i bambini, poi ho sentito gli spari - racconta - La gente urlava di stare a terra io sono corso verso mia moglie. Ho sentito come una spinta alla schiena, poi un formicolio. Ho detto a mia moglie che mi sembrava molto strano. Ho allungato una mano verso la schiena: era ricoperta di sangue. Ricordo tutto, perfettamente. Non ho mai perso i sensi". 

Quindi la corsa in ospedale e l'intervento operatorio. "Arrivato al Santa Corona ho iniziato a sentire il male – prosegue Manarin – Ho chiesto qualcosa per il dolore e poi mi hanno operato. Hanno cercato di fare il possibile per salvare il mio rene, ma, a quanto pare, non funzionava più bene. Ricordo perfettamente quel mattino. I medici mi hanno detto che avrebbero dovuto riaprire e valutare se era il caso di asportare l’organo. Non ho mai pianto in vita mia, ma in quella occasione sì. Mi sono chiuso in me stesso e non ho potuto trattenere le lacrime". 

Da allora - aveva 42 anni - la vita di Corrado Manarin è radicalmente cambiata. Sono stati necessari mesi di cure mediche e il supporto di uno psicologo che lo aiutasse a superare il trauma, ad accettare il fatto di essere senza un rene e di dovere, per questo, usare determinate accortezze nella vita di tutti i giorni, compreso l'ambito di lavoro.

"Devo stare attento a cosa mangio e a non esagerare - spiega Manarin - Non ho più potuto fare tutti quei lavori e quegli sforzi che ero abituato a fare. Eseguivo i lavori di manutenzione e ristrutturazione di casa mia da solo, riparavo la mia auto e lavoravo la notte per riuscire ad avere uno stipendio che mi permettesse di provvedere alla mia famiglia. Da quando mi hanno dovuto asportare il rene non ho più potuto fare tutto questo. Lavoro sempre per la mia azienda come metalmeccanico, ma, date le mie condizioni, non posso coprire i turni di notte e quindi anche in busta paga il mio stipendio è sceso notevolmente". 

"Ho vissuto momenti profondamente difficili - aggiunge - Ho dovuto affrontare le spese di ristrutturazione della casa che, invece, avrei fatto in economia e autonomamente. Ho dovuto cambiare i miei ritmi lavorativi e ho dovuto sostenere molte spese sia mediche che legali. Non è stato per niente semplice". 

Procedure giudiziarie, indagini e perizie balistiche sono state laboriose, ma sono finite con un nulla di fatto per Manarin, che si sente privato di giustizia. Subito dopo l'accaduto, erano stati indagati tre carabinieri per lesioni colpose, ma l'analisi del Ris consegnata alla Procura non era riuscita a collegare le tracce di piombo rinvenute nel corpo del turista ad una delle armi utilizzate dai militari in servizio quel giorno. Poi i capi d'accusa si erano concentrati sul maresciallo Umberto Bona, che per gli investigatori aveva esploso materialmente il colpo durante l'inseguimento, nel tentativo di bloccare la fuga dei giovani malviventi (che poco prima avevano assaltato un supermercato). Secondo le ricostruzioni effettuate, il colpo esploso dal maresciallo dell'Arma, con una pistola non di ordinanza, aveva colpito con un rimbalzo accidentale la schiena del turista piemontese

Per il maresciallo Bona, comandante della stazione di Pietra Ligure, sono state archiviate le accuse. Quanto alle lesioni colpose, la perizia non ha potuto confermare il legame tra il proiettile che ha colpito Manarin e la pistola utilizzata in quel momento dal carabiniere. Quanto invece all'arma usata, non una d'ordinanza, è stata accolta la difesa di Bona che ha sempre sostenuto di aver agito in stato di necessità e di fronte ad un pericolo attuale; la pistola d'ordinanza si trovava chiusa in cassaforte, mentre il revolver personale, regolarmente denunciato, era invece a portata di mano. 

Per la vittima del ferimento, capitata nel momento sbagliato al centro della sparatoria, sinora nessun risarcimento. "Mai niente – spiega Manarin – Da quello che mi hanno detto i miei due avvocati, a quanto pare, non si è riusciti a determinare con esattezza da dove fosse stato sparato il colpo che mi ha raggiunto alla schiena. Qualcuno dice che i malviventi avessero pistole giocattolo, mentre so che un carabiniere è stato indagato e poi prosciolto in merito alla vicenda. Non conosco bene i contorni della trafila giudiziaria, ma qualcuno deve pur aver sparato. Io il proiettile l’ho ricevuto ed era vero".

Conclude Corrado Manarin: "Per questo mi sono rivolto anche a Le Iene. Dopo 5 anni la verità deve venire a galla e ognuno deve assumersi le sue responsabilità. Ho diritto di sapere chi mi ha sparato e ad ottenere un risarcimento per tutto ciò che ho subito". 

Redazione

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