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Attualità | 13 maggio 2019, 08:39

La Protezione Animali savonese: "SlowFish? No Fish"

Affermano dall'Enpa: "Il 33% degli stock ittici è sottoposto a sfruttamento eccessivo"

La Protezione Animali savonese: "SlowFish? No Fish"

"Il vero segnale che si doveva dare per difendere il mare, alla manifestazione genovese di SlowFish chiusa ieri, era quello di dividere in quattro parti i piatti delle portate servite e riempirne soltanto un quarto." Lo dice preoccupata la Protezione Animali savonese che, pur apprezzando l’attenzione degli organizzatori verso le tematiche di conservazione degli animali marini, osserva che anche questa manifestazione, come le trasmissioni televisive e le sagre locali a base di pescato, alla fine favoriranno l’aumento di consumo di pesce e quindi di rapina ad un mare sempre più vuoto; la pesca professionale nazionale, sempre più tecnologica e finanziata dall’Unione Europea e dallo Stato, cattura sempre meno animali e garantisce soltanto un quarto dei consumi di pesce degli italiani, il resto viene dall’estero e dagli allevamenti intensivi.

Ed infatti il 33% degli stock ittici è sottoposto a sfruttamento eccessivo, soprattutto nel Mediterraneo, dove viene sfruttato al suo limite massimo oltre il 60% delle specie, come denunciano inascoltati da anni tutti gli organi scientifici internazionali del settore; è quindi urgente chiedere di mangiare meno pesce o eliminarlo dalla dieta, favorendo così la riduzione dell’insostenibile “sforzo di pesca” delle marinerie professionali. E non vale neppure l’alternativa crudele del pesce d’allevamento, perché per ottenere un chilo di carne occorrono cinque chili di farine di pesce selvatico di specie scarsamente commerciali, a loro volta pescate in mare.

Bene, e finalmente, la campagna contro le plastiche e microplastiche in mare (Enpa fu la prima associazione a promuovere una manifestazione con il porto di Loano e l’Università di Siena, l’11 Maggio 2017) ma occorrono anche altre azioni concrete, tra le quali:

  • Organizzare il recupero delle migliaia di reti perdute o abbandonate dai pescherecci, che prima di frazionarsi continuano a pescare per secoli; magari utilizzando i fondi europei per la pesca finora distribuiti a pioggia per iniziative di dubbia validità;
  • Decretare al più presto la sostituzione degli attrezzi di pesca, sia professionale che sportiva, con materiali biodegradabili e fibre naturali e proibire l’uso degli attrezzi professionali ai ricreativi;
  • Sbloccare il decreto che consente ai pescatori di smaltire a terra i rifiuti e le plastiche che raccolgono con lo strascico e che ora sono assurdamente costretti a rigettare in mare;
  • Ridurre o abolire la pesca sportiva e ricreativa e creare nuove e vaste riserve naturali marine.

comunicato stampa

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