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Solidarietà | 24 giugno 2019, 08:04

Lutto per la scomparsa dello stimato chirurgo Paolo Cavaliere, oggi la lettera commossa del figlio Davide

"I fichi a Bergeggi quest’anno non saranno dolci!"

Lutto per la scomparsa dello stimato chirurgo Paolo Cavaliere, oggi la lettera commossa del figlio Davide

Il lutto per la scomparsa del medico Paolo Cavaliere (LEGGI QUI) ha scosso molti e diversi sono i messaggi di cordoglio espressi nei confronti del chirurgo, ma ancor prima e di più dell'uomo.

Tra tutti le parole del figlio Davide toccano il cuore che di seguito riportiamo:

“Il morbo di Alzheimer è una fatale malattia del cervello che provoca un lento declino delle capacità di memoria, del pensiero e del ragionamento”. Così recita il dottor Google. Lascio però da parte questa fredda definizione e tutte le pagine e i siti internet che aggiungono informazioni nozionistiche che chiunque può consultare con un click e vi racconto un aneddoto della mia esperienza.

Mio padre, Paolo, aveva poco più di 67 anni quando ha cominciato ad accorgersi che nella parte più alta della sua persona, cioè quella ormai calva, c’erano delle serie difficoltà. 

Nato il 31 ottobre 1937 a Varazze, Paolo è cresciuto in tempo di guerra tra Savona e Varigotti; diventato genovese d’adozione laureandosi in Medicina e Chirurgia, quindi piemontese facendo i primi passi della sua carriera come primario chirurgo all’ospedale di Fossano; all’apice della sua maturità professionale è tornato da dove era partito, a Savona e dall’estate 1989 ha diretto il reparto di chirurgia dell’Ospedale S. Paolo sino al suo pensionamento nell’inverno 2005. Poi la malattia:un declino lungo e inesorabile che mai è riuscito a piegare la sua elegante dignità…

Non aveva paura della morte, anzi la intendeva come un fatto fisiologico e mai indegna; da chirurgo la affrontava e combatteva ogni giorno con tutto il suo grande, enorme cuore: in occasione della scomparsa di sua mamma scriveva tra i suoi appunti personali che insopportabile era solo la sofferenza del vivo che sta vicino al morente ma che non accettare questa sofferenza sarebbe stato un atto di viltà verso se stessi e verso il morente per tutto quanto ha fatto per noi. 

Non temeva dunque la morte; la sua paura più grande era invece quella di essere dimenticato. Tuttavia, l’ironia della sorte ha voluto che fosse lui a scordare le cose, le parole e il significato delle stesse… 

Le emozioni però erano chiare, limpide e sincere ogni volta e sino all’ultima occasione in cui i nostri sguardi si sono incrociati. Ogni volta che lo andavo a trovare d’estate, era dedito alla raccolta dei fichi dall’albero sulla terrazza della sua casa a Bergeggi. Non importava se i fichi erano acerbi; non importava più come a un bimbo di portare la maglia alla rovescia o averla imbrattata. Quei fichi erano il suo omaggio per gli ospiti e scrupolosamente raccoglieva ogni frutto appena abbozzato e lo offriva in dono con emozione e gioia a chi veniva a trovarlo. Nessuno di quei fichi era commestibile perché raccolto ancora sempre troppo acerbo. Non poteva più rendersene conto e ce li offriva comunque con sincera emozione. Da un paio d’anni quindi non giungevano a maturazione i fichi di quell’albero. 

Ora mio padre si è spento e sul suo letto di morte mi ha dato l’ultima lezione: quest’anno a fine estate matureranno i fichi a Bergeggi ma saranno di gran lunga meno dolci di quelli che ci offriva lui!".

al direttore

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