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Attualità | 16 febbraio 2020, 09:32

La fiaba della domenica: L'aquila tornerà a volare

Testo tratto da: "Le fiabe per... Vincere la paura" di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra

La fiaba della domenica: L'aquila tornerà a volare

Pochi animali, nel multiforme e variegato mondo degli esseri viventi, hanno la regalità scolpita e indelebile nel loro modo di porsi e di essere percepiti dagli altri.

Il leone, re degli animali per definizione, che pigramente osserva le sue leonesse sudare e ansimare nel cacciare la preda, sfinite dagli insuccessi per la velocità delle gazzelle, supine nel porgergli l’ambito pasto, accontentandosi delle frattaglie che il re, magnanimo e altero, concede a esse prima di ulteriori servigi, l’uomo che, privo di artigli e di zanne, nudo e debole, lento e infingardo, ha saputo creare strumenti di morte ai quali ogni animale si inchina e atterrisce al solo sentire l’odore di lui portato dal vento, l’aquila il cui volo potente e sublime si spezza d’incanto in picchiate ardite per ghermire e portare al cospetto del cielo prede che ignare passeggiano in terra immerse nei loro pedestri pensieri.

L’aquila, appunto, torva e sprezzante, priva di nemici alla sua altezza che possano, appunto, minacciarne l’altezza, salvo l’uomo che sa giungere al cielo con fulmini mortali, ma che l’aquila ha imparato a temere e, quindi, a evitare.

La regalità dell’aquila sta tutta nel volo.

Se l’aquila non potesse volare sarebbe come una tromba che non potesse squillare, un bambino che non potesse giocare, un fiume che non potesse afferire al mare, una stella che non potesse brillare.

Il volo dell’aquila è l’essenza stessa del volo: librandosi nel cielo, l’aquila esprime la potenza del volere supremo, l’arguzia di un artefice avveduto che l’ha fornita di una vista infallibile da ricognitore del cielo.

Nel volo l’aquila esprime la vicinanza alle vette e sottolinea lo smacco delle creature striscianti.

L’aquila reale, appunto.

L’aquila Severina, l’aquila di questa storia.

Nel paese delle aquile, tra cime innevate e nubi ciclotimiche, nubi che, per reazione alla staticità delle cime perennemente innevate, avevano fatto del loro continuo cangiamento d’umore la loro bandiera, viveva Severina, un’aquila, appunto, severa e coerente, taciturna e un po’ scontrosa, regale e maestosa nella sua impressionante apertura alare e nei cerchi concentrici che dipingeva nel cielo nelle sue instancabili navigate nell’aria.

Severina non aveva paura di nessuno.

Severina non aveva paura di nulla.

Severina non aveva paura, non conosceva la paura. O meglio aveva imparato a dominarla e a sopprimerla.

Da quando il marito Odisseo se ne era andato in un viaggio perenne e senza ritorno, senza più dare notizie di sé, forse ammaliato da qualche Sirena, forse inebriato dal suo stesso volo, forse disperso nel vento ghiacciato, Severina aveva imparato a stare da sola, sola con i suoi tre aquilotti, a badare a sé e a loro, nell’autonomia delle proprie uniche forze, nella dignità della propria solitudine, in un algido dominio delle proprie passioni, con il fervido credo dell’amore per i suoi aquilotti.

Non va taciuta però la solidarietà delle aquile.

Il paese delle aquile è un paese di punte, di vette, di cuspidi, di picchi, di cime, di ghiacci, di nubi, di venti, di rocce.

E’ un paese taciturno, dominato dai sibili, dagli sfregolii, dai bagliori, dai riverberi, dai silenzi.

E’ un paese di monadi arroccate su incredibili siti da far paura a guardarli.

E’ un paese di gesti essenziali, di forza scarna e a volte brutale, di assenza di fronzoli e di scuola di vita.

E’ un paese di sopravvivenza, ciononostante è un paese solidale.

Con il volo che unisce.

Con le piume che coprono. Con il becco che tutela. Con le unghie che vincolano.

Così Severina, al disperdersi di Odisseo, ricevette l’aiuto.

Aiuto significa gesto, significa presenza, significa essere vicariata nella guardia degli aquilotti quando la ricerca di cibo ti porta lontano a scrutare le lande, significa fiducia e conforto quando si ha paura, paura del domani, paura di non essere, paradossalmente, all’altezza, paura di sogni scaramantici, paura dei segni di paura che si leggono negli occhi degli aquilotti, paura dell’ignoto, paura che il noto non sia più noto, paura del noto che ci ha tradito e che devi far tornare noto, paura di avere paura.

E grazie alla solidarietà delle aquile, ma grazie soprattutto a se stessa, alle forze magiche che sappiamo tirar fuori da noi all’occorrenza, Severina dominava la paura.

Aveva imparato ad aggirare le appuntite corna dei camosci ghermendoli da dietro, aveva imparato a non posarsi sul vitreo ghiacciaio più duro dei suoi unghioni, aveva imparato soprattutto a star lontano dagli uomini che, con i lunghi fucili,possono fulminarti da molto lontano.

Imparate queste semplici attenzioni, Severina non aveva più paura.

Non della vipera infingarda il cui veleno nulla poteva su di lei, non del falco levantino che fuggiva al suo solo apparire, non del vento tumultuoso che aveva imparato a sfruttare librandosi in esso.

Ma vi era qualcosa di più.

L’inaspettato l’imponderabile, un evento subitaneo e tremendo che in pochi attimi atterrisce e sconvolge le certezze di una vita.

Un giorno Severina doveva fare la madre, doveva fare la guida, doveva essere maestra e artefice di crescita per Aiace, il primo dei suoi tre aquilotti.

Aiace ormai era grande, era venuto il suo tempo, quel tempo in cui ci si stacca dalle piume della madre, nel quale, portandone dietro il tepore e l’odore, ci si rende autonomi.

E i inizia a volare.

Si inizia a cacciare. Si inizia a temere e a misurarsi con sé e con la vita.

Ma non da soli. Sotto la guida attenta e discostata della madre, dibattuta tra il doveroso lasciar fare e il timoroso fare, lacerata tra l’orgoglio del vedere i progressi e lo scoramento del vedere la fatica del figlio.

E Severina partì con Aiace.

Partì verso la pianura, con il fulgido sole negli occhi, con la sua giovinezza avanzata, ma non trascorsa, la sua bellezza velata e offuscata, ma non appassita, la gran passione per Aiace e il languor mortale per i due piccoli lasciati al nido, il suo volo molle è un tempo maestoso.

Doveva essere guida, maestra, istruttrice, doveva insegnare al giovane Aiace a essere grande, audace, fulmineo e implacabile.

Ma Callisto e Leandro restavano a casa.

Troppo piccoli per volare lontano, troppo deboli, inesperti, pavidi e tremebondi, non ancora padroni del proprio tempo.

Ma era tranquilla, Severina.

L’amica Gioconda si sarebbe occupata di loro, in sua assenza.

Era una vera amica, una madre, una sicurezza, non doveva temere nulla.

E Severina partì.

E volava, volava, volava, con Aiace al suo fianco, con il fervore del dare strumenti di vita a suo figlio, con la passione ancestrale di chi passa il testimone.

Ma aveva uno strano presagio, un’inquietudine, una punta nel cuore e un groviglio nello stomaco.

Si imponeva di stare tranquilla, Gioconda era un’amica fidata!

Che mai poteva succedere ai suoi aquilotti rimasti nel nido?

Si dava della sciocca: comincio a invecchiare, pensava!

Si era appena, razionalmente, convinta, quando, alle sue spalle, uno spaventoso e insopportabile scoppio, un frastuono deflagrante, una impenetrabile nube di polvere, un rovinare di rocce, una sull’altra, uno spezzar di ghiacci, uno spaccar di vette, un rotolio di massi, macerie su macerie!

Severina aveva sentito parlare della furia del terremoto, ira della natura che neppure l’uomo riusciva né a prevedere né a dominare, ma non ne aveva cognizione, era un’idea remota, una paura mai vissuta.

E ora?

Lei volava con Aiace al suo fianco, ma i suoi piccoli Callisto e Leandro erano nel mezzo della rovina!

Il suo cuore si fermò, di ghiaccio, per un lungo istante credette di morire, forse lo sperava, l’impotenza la pervadeva.

Ma fu lo stesso Aiace a spingerla a girarsi e a riprendere il volo nella direzione opposta.

Il paese delle aquile era devastato.

Ruderi e macerie, macerie e morte.

Stridore e lamenti, lamenti e disperazione.

Il suo nido, il nido di Severina, scomparso e, con esso, Callisto e Leandro, con l’amica Gioconda, schiacciati sotto massi enormi e gelati.

Molte aquile si erano salvate grazie al volo, ma non i piccoli, i vecchi, i dormienti, i malati, i pensierosi, gli innamorati, non i figli di Severina.

Le aquile disperate compivano caroselli di morte sopra le macerie fumanti di polvere, alla ricerca di un figlio, di un padre, di una moglie, alla ricerca di un pezzo di nido che donasse loro una piccola parte della perduta identità.

Il lavoro di una vita distrutto, gli affetti più cari distrutti, la sicurezza finita, la paura imperante.

E Severina si sentiva in colpa.

In colpa per aver lasciato gli aquilotti nel nido, in colpa per la propria impotenza, in colpa per non esser morta con loro.

E Severina si appollaiò.

Non volò più.

L’aquila non volava più.

E con lei Aiace, l’aquilotto salvo dal peso delle macerie, ma schiacciato dal peso di un destino fausto a scapito dell’infausta sorte dei fratelli.

Può l’aquila non volare?

Certamente no, si snatura, non è più lei, è qualcos’altro, con l’anima svanita e il corpo intorpidito.

Per quanto facessero le altre aquile, Severina era refrattaria alla loro solidarietà, anch’essa sotto tono, essendo ognuno vittima del terremoto, ognuno intento a leccare le proprie ferite, ognuno a fare i conti con i propri lutti e la propria disperazione, ognuno prono sotto le proprie rovine.

Per quanto facesse il povero Aiace, Severina respirava a tratti la luce del figlio, per poi ripiombare nel buio del dolore e nel vuoto della mancanza.

Ci voleva qualcosa d’esterno.

E venne qualcosa di esterno.

L’uomo.

Un gruppo ambientalista, giovani uomini amici degli animali, amanti degli uccelli.

Questo gruppo aveva saputo dell’aquila che non volava più, che si lasciava morire, giorno dopo giorno, appollaiata con accanto un aquilotto terrorizzato.

E i giovani uomini avevano un progetto, condiviso e perseguito con forza: l’aquila tornerà a volare!

Con pazienza, con tenacia, con ottimismo, con attimi di smarrimento sempre superati, con forza e soprattutto con amore, i giovani uomini curarono l’aquila Severina nel corpo e nell’anima, facendo leva sul suo amore per Aiace, sui suoi doveri verso il sopravvissuto figlio, sul suo amor proprio, sull’ineluttabilità di certi eventi più forti di noi dei quali non siamo né artefici né spettatori, ma vittime sacrificali.

E l’aquila tornò a volare.

Prima timidamente, nel cielo ristretto sovrastante il suo malessere, e poi, via via, sempre più in alto, nel cielo terso e infinito, secondo natura e con la consapevolezza di un compito che doveva essere ancora completato e che non poteva essere lasciato a metà per la paura di una vita che, a volte, riserva paurosi travagli e irrefrenabili dolori, ma che, comunque, richiede l’impegno in tutto il tempo che essa concede.

Nec recisa recedit”.

La fiaba è tratta "Le fiabe per... Vincere la paura", di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra, edito da Franco Angeli.

GLI AUTORI:

Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.

Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Associazione Pietra Filosofale

L’Organizzazione persegue, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante l’esercizio, in via esclusiva o principale, delle seguenti attività di interesse generale ex art. 5 del D. Lgs. 117/2017:

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i) organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale di cui al presente articolo;

k) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;

In concreto l’associazione, già costituita di fatto dal 27 gennaio 2016 e che ha ideato e avviato il concorso letterario Pietra Filosofale di concerto con l'amministrazione comunale, intende proporsi come soggetto facilitatore, promuovendo e stimolando proposte di cultura, arte e spettacolo sul territorio, organizzazione di eventi culturali e/o festival, ideazione e promozione di iniziative culturali anche in ambito nazionale, costruzione, recupero e gestione di nuovi spazi adibiti a luoghi di Cultura Permanente, anche all’interno di siti oggetto di riqualificazione e/o trasformazione quali ad esempio l’ex Cantiere Navale di Pietra Ligure, come già attuato nel 2018 presso la Biblioteca Civica di Pietra Ligure, ove ha curato un percorso specifico di incontri dedicati alla salute e al benessere attraverso il progetto Il sogno in cantiere": il sogno, in onore e ricordo del cantiere navale che un tempo a Pietra Ligure ha dato vita a tante navi che sono andate nel mondo, vuole ritrovare nel “Cantiere” il luogo di cultura permanente dove poter trascorrere un tempo dedicato al pensiero del cuore, per nutrire l'anima con letture, scrittura creativa, musica, conferenze, mostre.

La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.

L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.

«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman

La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure essere certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre: se così non fosse finirebbe la vita. (C.G.Jung, L'uomo e i suoi simboli)

Pedagogia della fiaba

La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.

"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli). 


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