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Attualità | domenica 31 gennaio 2016, 12:00

Vittime di tratta che non si sentono tali e non vogliono essere aiutate, alcuni casi ad Albenga

Sarebbero due le donne che hanno beneficiato del progetto SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) chiedendo aiuto quali vittime di tratta

La tratta di donne un fenomeno criminale del quale la Provincia di Savona ed Albenga non è privo.

Ecco allora che fino a poco tempo fa due donne erano ospiti a Campochiesa d’Albenga per il progetto SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati).

A parlarcene è Pierpaolo Barnieri operatore Caritas che partecipa, in questo ambito all’accoglienza dei migranti.

Uno straniero che arriva in Italia e chiede aiuto viene , in primis preso in carico dal CAS (Centro Accoglienza Straordinaria ed eventualmente, in seconda battuta dallo Sprar una volta che l’asilo politico viene concesso.

Spiega Barnieri “Il fenomeno della tratta in generale esiste. Ospiti dello SPRAR di Campochiesa erano, fino a poco tempo fa due ragazze che avevano ottenuto la Protezione Internazionale proprio perché erano vittime di tratta. Evidentemente loro non si sentivano vittime di tale fenomeno, e, proprio per questo, infatti si sono dopo un po’ di tempo allontanate. Dapprima chiedono aiuto, ottengono il nostro supporto, ospitalità, cibo, ma per fare parte del progetto devono seguire delle regole, tra queste, in primis, l’allontanamento dalla strada, non possono allontanarsi, inoltre, per settimane dalla sistemazione offerta senza dire niente a nessuno, magari per tornare sulla strada. In quel caso purtroppo, devono uscire dal progetto”.

Vittime, insomma secondo i canoni degli operatori, ma che, un po’ per volontà e un po’ per necessità od obbligo, sfuggono dalla protezione offerta per tornare nelle mani delle organizzazioni criminali.

Il perché, dal punto di vista psicologico lo spiega anche la dottoressa Cavanna dello sportello Artemisia Gentileschi “A volte, per alcune donne, l’aiuto offerto è vissuto come una ulteriore restrizione, in certi casi, almeno inizialmente ancora più pesante che l’essere costrette a vendere il proprio corpo”.

“Ho notato, nel mio lavoro – spiega la Cavanna – come in molti casi essere costrette a certi orari, certi cibi preparati dagli operatori, da queste ragazze è vissuto in maniera molto negativa. Proprio in questo, a volte, è da ricercare il motivo del loro rifiuto di aiuto”.

Mara Cacace

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