Con uno stile poetico molto personale, Patricia Dao racconta 117 anni di lotta popolare nella valle piemontese del fiume Bormida contro una fabbrica di dinamite convertita in una fabbrica di coloranti chimici. Una testimonianza ancora più commuovente quando si capisce che l’autrice ha partecipato agli ultimi dieci anni di lotta fino alla chiusura definitiva della fabbrica nel 1999.
“Bormida” affronta con lucidità e forza il diritto alla salute e il diritto al lavoro che sono al centro di vive polemiche sia in Italia che nel resto del Mondo, con da un lato le popolazioni vittime di gravi problemi di salute in un ambiente degradato che non lascia speranze a nessun altro tipo di sviluppo economico, e dall’altro lato le lobbies industriali, politiche e sindacali unite nella difesa di interessi spesso privati che utilizzano lo scudo della difesa dei posti di lavoro.
Il libro, pubblicato in italiano e in francese dalla casa editrice
francese “Oxybia Editions”, è stato selezionato dal Comune di Parigi
per il premio “Città di Parigi”.
Patricia Dao, scrittrice e giornalista, vive e lavora in Francia. Ha
tradotto per la prima volta in francese due libri di Alda Merini.
“Bormida” sarà presentato dall’autrice a Savona, sabato 23 febbraio
alle 18, alla libreria “UBIK” di Corso Italia 116.
Alcuni estratti del romanzo “BORMIDA” di Patricia Dao
Oxybia Editions
La macchina da scrivere sul margine della strada, posata sul muro. Le tue dita folli sulla tastiera mettono le parole in fila. Che tu scolpisci con la rabbia della notte passata a difendere il fiume inquinato dall'azienda chimica. Bisogna scrivere, scrivere ciò che sta succedendo, scrivere con gli occhi, più in fretta del tempo che esplode in centesimi, in millesimi di secondo, inserire un altro foglio per non perdere nulla, riportare il carrello a capo, continuare a battere sulla tastiera anche quando non ci sono più fogli, scrivere sulle nuvole, scrivere sul cielo, scrivere sugli alberi, scrivere sulle ali delle farfalle, al Mondo, a Dio, a Babbo Natale, ed anche a San Tommaso, perché non dicano un giorno che non sapevano
hanno sbarrato la strada a monte e a valle e hanno caricato. Ti perdo nella ressa e nella fuga impossibile. I colpi arrivano da ogni parte anche se si grida di smettere ché ci sono dei vecchi e dei bambini Corazzata Potemkin in technicolor
hanno distrutto le tende della Croce Rossa laggiù sulla riva del fiume, sotto la fabbrica. L'Acna. Là dal 1882. In questo paese dell’entroterra di Savona, Cengio, a pochi metri dalla frontiera tra la Liguria e il Piemonte. Eravamo nel 1989. Si lottava da 107 anni. Non si faceva che ricominciare
hanno gettato a terra la macchina da scrivere. Hanno calpestato le parole con i loro pesanti stivali della divisione speciale antisommossa di Cuneo. Hanno continuato a schiacciarle, a correre loro dietro, a massacrarle. Non sono riusciti a farle tacere.
*****
Egregio direttore del giornale Valle Bormida Pulita, sono un operaio dell’Acna, potrebbe chiedere per favore alle autorità competenti cos’è sotterrato sotto la piattaforma indicata con una freccia sulla foto allegata
un buco e hop un altro buco e hop hop milioni di tonnellate di rifiuti
teschio stampigliato gettati sotterrati di qua di là da qui da là chi se ne ricorderà
ad ogni rovescio la pioggia fa il suo sugo Pronto! stanno pompando il percolato sotto lo scarico a Pian Rocchetta
il percolato, potrebbe andare a farsi sfottere nel centro della terra ma no si diverte a fare pozzanghere pozzanghere pozzanghere dappertutto le orme degli operai sono nere nere nere abissi neri come l’inferno si aprono sulla riva del fiume sotto le mura di cinta là dove la fabbrica rigetta i suoi effluenti
in chimica si trova solo quello che si cerca
non è possibile immaginare quello che c’è lì sotto, sic! un ingegnere chimico, le miscele creano nuove sostanze che sono impossibili da trovare perché non si sa nemmeno cosa cercare
hanno mescolato tutto sapevano se ne fregavano per decenni
sempre hanno saputo sempre se ne sono fregati
****
L’Acna non è stata né dio né diavolo L’Acna non è stata niente
non è l’Acna che ha fornito la lista dei 54 valligiani arrestati perché avevano deciso di fare
una passeggiata, come l’hanno chiamata, contro l’inquinamento del fiume, una giornata intera con famiglia, carri e buoi sulla strada di fondovalle ma solo Dio lo sa
non è l’Acna che ha condannato un sacco di volte i piemontesi che sporgevano denunce ma il Tribunale della Repubblica
non è l’Acna che non cercava nelle analisi quello che era meglio non trovare ma i tecnici dei Ministeri della Sanità e dell’Ambiente
non è l’Acna che ha cacciato la gente della Valle Bormida a colpi di manganello (anche se ha fornito i proiettori, le due del mattino come in pieno giorno) ma la polizia e i carabinieri del Ministero dell’Interno
non è l’Acna che ha esportato se stessa in pezzi staccati un pezzo di qua un pezzo di là ma è certo che ci piacerebbe saperne un po’ di più su chi ha pagato chi su chi ha pagato cosa e su tutti questi conti neri neri neri
L’Acna non è stata né dio né diavolo L’Acna non è stata niente
tutti i partiti della Repubblica hanno difeso la fabbrica con un ardore straordinario, eccetto Democrazia Proletaria, piccolo partito di sinistra ormai caduto nell’oblio, e i Verdi. Un piccolo bemolle per il Partito Comunista Italiano che ha giocato la scissione virtuale per in Liguria, contro in Piemonte, muto e bocca chiusa a Roma
non è l’Acna che ha sepolto nelle campagne napoletane 400.000 tonnellate dei suoi rifiuti tossici come Valle Bormida Pulita denunciava nel 1991 e nel 1993 ma i capi dei clan camorristi che hanno fatto dei loro giardini e di quelli dei loro amministrati delle discariche, e non per fichi secchi. La terra napoletana ci metterà secoli e secoli, se Dio è buono, a digerire l’offesa. La potenza dei grandi capi camorristi è tutta lì: nella scemenza di cui sono irrimediabilmente colpiti e che è uguale alla potenza degli inferni moltiplicata per la potenza monumentale delle tenebre. Come a dire che hanno cagato nel loro piatto e che se la sono goduta, in ogni caso ne hanno goduto. Sono in realtà dei due di picche che si prendono per un
poker di re. E di due di picche che si prendono per re, ce ne sono dappertutto, non solo a Napoli. Il peggio di tutto è che tutti sanno, da quando mondo è mondo, che il due di picche non ha mai fatto vincere nessuno.