Tutti i venerdì troverete su savonanews interviste, approfondimenti e curiosità sulle bands emergenti e storiche della provincia di Savona. Intervistatore d'eccezione Alberto Sgarlato, esperto musicologo, che ci guiderà in un viaggio emozionante a tempo di chitarra, piano e batteria. Oggi conosciamo meglio il gruppo de "Il Cerchio d' Oro".
Atipica ed emozionante, la storia de Il Cerchio d’Oro. La band nasce all’ombra della Torretta di Savona attorno a metà anni ’70 e da quel momento fino alla fine del decennio pubblica alcuni 45 giri di buon successo, i primi influenzati da quel filone all’epoca capitanato da nomi come Premiata Forneria Marconi, Le Orme, New Trolls, The Trip, che oggi vengono accomunati sotto l’etichetta di “rock progressivo italiano”, mentre gli ultimi singoli, sul finire dei ’70, si avvicinano più al sound funky e discomusic che iniziava a prendere piede in Italia.
Dopodichè, un silenzio lungo 30 anni e inframezzato soltanto da un paio di pubblicazioni antologiche nella prima metà degli anni 2000: un CD che raccoglieva i vari 45 giri e un vinile in tiratura limitata per collezionisti con rarità e prove di studio. Ma con un colpo di scena a sorpresa la band torna nel 2008 con un “concept album” (cioè un disco in cui le varie canzoni seguono tutte un medesimo tema conduttore, come in un’opera rock) pubblicato dalla casa discografica Black Widow e intitolato “Il viaggio di Colombo”. In realtà il viaggio non è soltanto quello verso l’America con le caravelle, ma è una sorta di introspezione (un viaggio interiore, quindi), tra i sogni e le paure di qualsiasi uomo dotato di coraggio e intraprendenza. Nell’album ritroviamo tutti i nomi storici della band: i gemelli Gino Terribile (batteria, percussioni, voce) e Giuseppe Terribile (basso, chitarra, voce), Franco Piccolini (tastiere), Piuccio Pradal (voce solista e chitarra) e Roberto Giordana (chitarra). Unico dimissionario dei componenti originali è il secondo tastierista Giorgio Pagnacco, che ha scelto di non tornare a suonare.
In questi giorni la Black Widow ha pubblicato il nuovo album del Cerchio d’Oro, intitolato “Dedalo e Icaro”, che concettualmente affronta tematiche assimilabili a quelle del disco precedente (cioè le sfide umane tra coraggio e paura) e musicalmente riporta al massimo fulgore i fasti della grande Era del Rock Progressivo Italiano. In esso ritroviamo tutta la formazione sopraelencata con in più la partecipazione di altri due chitarristi: il giovane ma tecnicamente eccellente Daniele Ferro e il sanguigno Bruno Govone, che già aveva collaborato dal vivo con la band nel tour dell’album precedente e che ancora adesso effettua ogni tanto qualche “comparsata” sul palco. E poi ci sono alcuni ospiti davvero illustri che hanno fatto la storia della musica italiana e che scopriremo insieme nell’intervista a seguire. Ce ne parla il tastierista Franco Piccolini.
Una vivace produzione di 45 giri negli anni ’70 e poi il grande ritorno sulle scene nel 2008 con un album apprezzato da critica e pubblico, “Il Viaggio di Colombo”: quale è stata la molla che vi ha spinto a riprendere in mano un discorso abbandonato 30 anni prima?
C'è una differenza di fondo fra la nostra produzione “giovanile” e l'attuale: allora c'era la voglia di inserirsi in qualche modo nell'ambiente musicale, ambizione lecita a 20 anni, così come voler dimostrare che riuscivamo a comporre, oltre che a fare covers. Oggi, c'è la consapevolezza che scrivere della musica, suonarla, condividerla con un pubblico, significa esprimersi, raccontare una storia che sovente è parte di sé stessi; rendersi conto di quanta gente può ancora apprezzare le sonorità e il gusto del magico “prog” degli anni settanta e poter dire con orgoglio: “quegli anni ci hanno formato e per noi la musica è questa, non per moda ma perché è nel nostro DNA”. Credo che la Black Widow Records, che ringraziamo per la fiducia che ha in noi, abbia compreso in pieno la nostra “filosofia”.
Avete appena pubblicato un nuovo album, “Dedalo e Icaro”: quali sono i progetti futuri, quelli immediatamente legati alla promozione del disco e quelli più a lungo termine?
“Dedalo e Icaro” ha richiesto una preparazione piuttosto lunga perché non siamo riusciti a dedicarci al progetto in modo continuo e regolare; problemi di tipo personale, lavorativo e a volte anche concettuale, ma non avendo fretta, alla fine abbiamo prodotto ciò che volevamo, cioè un concept album che potesse dare un seguito al nostro precedente “Il Viaggio di Colombo” mantenendo il nostro stile e nello stesso tempo cercare di portare avanti un processo di maturazione. Va da sé che ora cerchiamo di capitalizzare questo momento dedicandoci alla promozione, tramite interviste (come questa, graditissima) e portando la nostra musica là dove viene richiesta, suonando a nostro modo, cioè cercando di “raccontare” le storie insite nei brani e coinvolgendo il pubblico e quando è possibile ospitando “compagni di viaggio” illustri che con piacere reciproco hanno partecipato al nostro lavoro. A questo proposito è doveroso citare per ringraziamento e per soddisfazione personale, Ettore Vigo e Martin Grice (rispettivamente tastierista e sassofonista/flautista dei Delirium), Pino Sinnone (storico batterista dei Trip), Giorgio “Fico” Piazza (bassista nei primi album della PFM) e Athos Enrile (al mandolino). In occasione dell'uscita del CD “Dedalo e Icaro” abbiamo suonato al F.I.M., bella e importante kermesse musicale a Villanova d'Albenga, e dovremmo avere qualche data nei prossimi mesi non appena sarà disponibile l'attesa versione in vinile dell'album. Riguardo ad un futuro più lontano, non escludiamo nulla; potrebbe essere che si metta al fuoco un po' di altro materiale: le idee, in questi momenti di soddisfazione e grandi emozioni, ci sarebbero e andrebbero sfruttate, però dobbiamo ricordarci che non siamo più ragazzini e quindi dovremmo saperci regolare di conseguenza non procrastinando troppo le cose... e senza rubare spazio ai tanti e bravissimi gruppi giovani che si stanno proponendo in questi tempi.
Come è cambiato il modo di “fare musica” in 30 anni, intendendo con “fare musica” non soltanto il fatto che esistano tecnologie più moderne a disposizione, ma anche l’approccio del pubblico, il modo di organizzare eventi, la diffusione della musica in sé?
Per quanto mi riguarda, rispetto a 30 anni fa, direi che è cambiato tutto: le nuove tecnologie permettono con una certa facilità, di avere una gamma di suoni che era non concepibile un tempo se non investendo delle vere e proprie fortune... (certo bisogna imparare ad usarle e occorre avere le idee... ma quello è un altro discorso). Gli altri aspetti sono da esaminare in modo diverso: il pubblico si divide fra nostalgici ai quali è sufficiente ascoltare determinati suoni e “vedere” certi personaggi per sentirsi coinvolti e partecipi anche a scapito di una qualità d'esecuzione non eccelsa (cosa che a mio avviso una volta non esisteva) e spettatori estremamente critici e attenti che, avendo oggi come oggi la possibilità di ascoltare tutto e di più, analizzano, fanno paragoni, giudicano e, se ritengono opportuno, apprezzano: sono gli utenti più difficili, ma il loro consenso dà molta soddisfazione. Anche dal punto dell'organizzazione degli eventi e della diffusione della musica direi che le cose siano cambiate: oggi è difficile muovere numeri consistenti di persone nonostante sia molto più facile contattarle e diffondere le notizie (internet è una cassa di risonanza mediatica incredibile): questo credo sia dovuto a diversi fattori. In primo luogo mi pare che l'abbondanza di musica proposta attraverso i prodotti digitali, come MP3, download ufficiali o “piratizzati”, rende meno pressante la necessità di andare a cercare musica (anche se l'esperienza LIVE rimane insostituibile). Ai miei tempi andare ad un concerto era un avvenimento da non perdere, un'occasione irripetibile per ascoltare, imparare, provare emozioni. Oggi, d'altro canto muoversi, pagare un biglietto, a volte sostenere i costi di una trasferta, non è economico, d'altronde le spese di gestione sono alte e i tempi, economicamente parlando, sono duri, quindi l'organizzazione di un evento musicale dev'essere molto mirata, attenta e razionale... e dispendiosa. Forse una volta chi gestiva i concerti, soprattutto della “nostra musica” lo faceva con più senso dell'avventura e calcolava meno i rischi, e se le cose andavano male per uno spettacolo, con quello successivo le cose potevano pareggiarsi. Oggi questo concetto non può più essere applicato pur se qualche appassionato ogni tanto ci prova; purtroppo prima o poi, per causa di forza maggiore... deve smettere. I tempi cambiano e ciò che si guadagna da un lato, dall'altro si perde. Ma per ritornare al succo della tua domanda... alla base del “fare musica” è e sempre sarà necessario l'amore per la musica stessa, sia da parte di chi la esegue, sia di chi l'organizza, sia di chi l'ascolta… il resto con tutto il rispetto del caso, è un banale commercio!