Attualità - 04 ottobre 2013, 09:54

La storia della musica del Ponente savonese: ecco i "Fusi Orari"

Tra "house music", rock e metal Silvano, Roberto, Cico, Ubi e Andrea si raccontano a Savonanews

I "Fusi Orari"

I componenti dei Fusi Orari non sono una semplice band. Sono la storia della musica del Ponente Savonese. Alcuni di loro, in anni ormai lontani, hanno tenuto alta la bandiera della musica dal vivo in momenti in cui il rock viveva in zona una fase di crisi; altri di loro hanno effettuato le prime sperimentazioni elettroniche qui in provincia, nell’epoca della “house music”; altri ancora hanno fatto conoscere il metal quando ancora nei nostri paesi era sconosciuto. Dopo questa attività pionieristica all’interno delle bands più diverse e di vari progetti musicali si sono riuniti, da circa una decina d’anni, sotto il marchio Fusi Orari. Di tutte queste e altre cose abbiamo parlato in una lunga chiacchierata con Silvano Rosso (voce e basso) e Roberto Nucifora (tastiere), che insieme a Salvatore “Cico” Alessi (batteria), a “Ubi” Amandola (chitarre) e al giovanissimo acquisto Andrea Ferraris (tastiere) costituiscono oggi i Fusi Orari. 

1.       Voi dei Fusi Orari siete tutti nomi già molto conosciuti e apprezzati nel mondo della musica dal vivo della Riviera Ligure: volete raccontare ai Lettori di Savonanews la storia della band e le precedenti esperienze musicali di ognuno di voi?

Silvano: Ho militato in diversi gruppi in un contesto, quello degli anni ’80, in cui era veramente in crisi il “discorso-band”, persino chi suonava la chitarra in spiaggia con gli amici era guardato quasi male, con sospetto, mentre esplodeva invece il boom dell’elettronica e della dance music. Una scena musicale c’era e non si è mai fermata, ma era a livello molto underground. Ma siccome noi musicisti in fondo siamo un po’ tutti dei “timidi egocentrici”, che usano un linguaggio non verbale per esprimersi (quello della musica, appunto), abbiamo sempre cercato di non lasciarci sopraffare da questo fenomeno imperante, di alzare la testa e di riportare in auge ciò che amavamo, suonando sempre col cuore e seguendo la passione e non le mode. Per me seguire un certo filone musicale significava abbracciarne la filosofia, il messaggio, i contenuti. Cercavo la sostanza in contrapposizione all’epoca “dell’immagine”, amavo i Led Zeppelin e i Deep Purple. All’epoca avevo messo su una band con Terry Bottaro, poi batterista dei Kiss Me Wanda, ci chiamavamo “The Butchers”, come un difensore del calcio inglese (il macellaio), ci piaceva come suonava questo nome. Poi entrambi siamo confluiti negli Xaigon di Angelo Donzelli, un chitarrista che già allora (come ancora oggi) era un mito e un punto di riferimento per il rock locale e che all’epoca suonava nei Bad Street, un’ottima band con tanti nomi noti della scena locale. Negli Xaigon ad aspettarci assieme a Angelo c’era anche Ubi, il nostro attuale chitarrista.  Il cammino di Ubi e di Cico posso dire che è stato molto simile al mio, anche loro amavano il rock e il metal e non hanno mai smesso di suonarlo.

Roberto: Io ho iniziato ad ascoltare musica con vera passione relativamente tardi, quando già frequentavo le scuole superiori. All’epoca studiavo elettronica e il mio mito era Vince Clarke, sempre fotografato circondato da tastiere e computer, che con gli Yazoo, i Depeche Mode, gli Erasure creava grandi alchimie elettroniche. I miei primi approcci con la tastiera sono stati legati a esperienze individuali, dopodichè ho collaborato ad alcune produzioni dance in studio di registrazione con amici che per primi in Riviera portavano i Macintosh con il programma “Cubase” installato a bordo, magari comprati d’occasione da studi di registrazione milanesi che rinnovavano gli equipaggiamenti.

2.       Fusi Orari: come è nato questo nome così particolare?

Silvano: Il nome nasce quando io, Donzelli e Ubi, in un periodo di transizione tra le varie bands, giravamo nei locali facendo del “piano-bar” con due chitarre, voce e le basi. Lo avevamo scelto perché era un bel nome simpatico e scherzoso che suonava bene. Quando ci siamo riuniti in questa formazione abbiamo pensato a tanti nomi alternativi, ma nessuno ci convinceva, finchè abbiamo pensato di sfruttare ancora Fusi Orari, che nel frattempo non è più soltanto qualcosa di scherzoso e simpatico, ma ha assunto un significato forte e per noi ben preciso: ritrovarci in sala prove per noi è proprio come “fondere il tempo”, plasmarlo, alterarlo… Perché nel frattempo gli anni sono passati per tutti, siamo “diventati grandi” e abbiamo i normali problemi che hanno tutti, di lavoro, di famiglia, ma ritrovarci tutti insieme a suonare per noi significa tornare a vivere con i nostri ritmi, ridiventare giovani, riappropriarci delle nostre passioni, dilatare il tempo, proprio come in un famoso quadro di Salvador Dalì, quello con gli orologi che si sciolgono, che non a caso è diventato il nostro simbolo.

3.       Avete realizzato nel 2009, presso la sala prove dell’Associazione Culturale “Mulino degli Artisti” di Bardino Nuovo a Tovo S. Giacomo (un punto di riferimento ormai “mitico” per chi ama fare rock nel savonese!) , un CD intitolato “Stiamo Calmi!”. Volete descriverci lo sviluppo e la lavorazione di quest’album?

Silvano: Quel disco in un certo senso è il terzo capitolo di una missione comune, alla quale, pur proveniendo da esperienze diverse, a tutti lavoriamo. C’è stata infatti una prima fase della storia dei Fusi nella quale abbiamo cercato di recuperare, rivisitare, aggiornare tanto materiale composto per il repertorio degli Xaigon, o addirittura prima ancora, dei Bad Street, tra cui “Over the rainbow”, una nostra canzone tra le più vecchie ma alla quale siamo ancora tutti profondamente legati. All’inizio ci siamo autoprodotti un primo album, intitolato “I like the vertical smile”, che vede anche la partecipazione del vecchio amico Angelo Donzelli. C’è stata poi una temporanea fuoriuscita di Ubi e il ruolo di chitarrista è passato totalmente nelle mani di Mauro Assirelli e con lui abbiamo elaborato tanti spunti nuovi, che hanno portato a registrare il secondo CD “Stiamo calmi!”. Dopo questo disco Mauro è uscito dai Fusi per impegni lavorativi e familiari, pur conservando un ottimo rapporto di amicizia con noi e ora, con il ritorno di Ubi, stiamo vivendo una terza fase della nostra storia, nella quale stiamo facendo confluire tutte le nostre esperienze e il nostro bagaglio in un qualcosa che ci coinvolge tutti insieme. Entrambi gli album sono stati interamente registrati da noi perché, come dicevamo prima, abbiamo i nostri impegni, di lavoro, di famiglia e recarci in studio di registrazione diventerebbe gravoso. Allora cerchiamo di fare di necessità virtù, anche perché a noi piace essere liberi di autogestirci, di coordinarci tra noi, di esprimerci nel modo più spontaneo. E fortunatamente le tecnologie di oggi ci permettono di farlo con ottimi risultati.

4.       A proposito del “Mulino degli Artisti”: so che c’è un legame molto profondo tra voi e l’associazione. Vi va di parlarne?

Entrambi: il “Mulino degli Artisti” ci ha visto far parte del nucleo dei soci fondatori, assieme a tanti altri musicisti di bands che, come noi, erano alla ricerca di un luogo per esprimersi, per lavorare seriamente ma divertendosi. E noi sentiamo di dovere tantissimo al Mulino, perché ci ha dato un’identità di gruppo, ci ha visto nascere, formarci come band, ci ha consentito di dar vita a un progetto.

5.       Le vostre esibizioni dal vivo sono fatte di canzoni composte da voi, ma anche da covers che sono sempre delle “piccole perle rare”, intelligenti e mai banali: descrivete al pubblico che differenza c’è, in termini di emozioni, soddisfazioni, ricordi, nel lavorare a una canzone nuova e nel lavorare a una cover.

Silvano: la canzone tua non è mai facile da proporre, devi farla conoscere, devi farla apprezzare, ma in quel momento senti l’orgoglio di presentare al mondo qualcosa di tuo. Te ne accorgi subito, dalle reazioni della gente, se piace o no, e quando vedi il pubblico che ti segue, batte le mani, da una volta all’altra se la ricorda e la canta con te, è una grande soddisfazione. Ma in tutto questo non c’è mai un voler dire “guardate quanto siamo bravi”, c’è solo tanta voglia di divertirsi e di condividere questi momenti con tanti amici, di comunicare i tuoi sogni, i tuoi pensieri, i tuoi ricordi attraverso la musica.

Roberto: esistono tante bands che suonano soltanto per il gusto di trascorrere in amicizia un paio d’ore in sala prove, ma per noi la finalità deve essere un’altra, perché altrimenti in questo modo diventa frustrante. Noi pensiamo che il brano si possa definire “finito” soltanto nel momento esatto in cui esce dalla sala prove e si propone al pubblico, questa deve essere la sua missione, il raggiungimento della sua completezza. E noi affrontiamo anche le covers con lo stesso approccio, cerchiamo sempre di metterci qualcosa di nostro. E non per presunzione, ma per spontaneità e per entusiasmo. E poi, personalmente, questo mi fa sentire partecipe del brano che suono. Quando ho lavorato come proiezionista nelle cabine dei cinema, un film arrivava smontato in “pizze”, come si dice in termini tecnici. E lì stava nella bravura del proiezionista assemblarlo bene: se lo giuntavi male qualche fotogramma saltava e il pubblico si spazientiva, se facevi un lavoro a regola d’arte il film scorreva fluido. E io in quel momento mi sentivo come se fossi anche io un anello della catena di produzione del film. Lo stesso mi succede quando suono, ad esempio con “Impressioni di Settembre”, nella quale abbiamo aggiunto numerose variazioni: non mi sento uno della PFM, ma mi sento il portavoce di una tradizione che cerca di preservarla e la fa nuova, la fa rivivere, la divulga.

Silvano: sicuramente ci piace rivisitare, ma devono essere brani che sentiamo dentro, che ci aprono il cuore, che ci comunicano qualcosa, non suoneremo mai la “hit” del momento o il classicone che tutti si aspettano soltanto perché è di moda farlo, lo faremo se è un brano che amiamo per davvero.

6.       A proposito di cover: che musica c’è nei gusti, nelle passioni, nell’autoradio e nel lettore CD di ognuno di voi?

Roberto: come già dicevo, io sono nato culturalmente negli anni ’80 con l’electro-pop e la new wave, ma da un po’ di anni sto andando a riscoprire anche tanti grandi classici, ad esempio del rock degli anni ’70.

Silvano: non potrei mai identificare “il mio gruppo musicale preferito”, ascolto tantissime cose. Ho amato i grandi classici degli anni ’70, dai già citati Led Zeppelin e Deep Purple ai Roxy Music, ai King Crimson… Negli anni ’80 ho ascoltato tanto metal, gli Iron Maiden, per me importantissimi, i Motorhead, gli AC/DC, i Blue Oyster Cult, una band che ho sempre amato tanto e che ho visto persino dal vivo al Rolling Stone di Milano nel 1985. Negli anni ’90 sono uscite cose interessanti come Blur e Verve, che subito forse non mi piacevano neanche tanto, ma ho riscoperto e apprezzato con gli anni. Di certo gli inarrivabili rimangono i Beatles: ancora adesso in sala prove a volte li riascoltiamo tutti insieme e ci sorprendiamo di quanto fossero avanti al loro tempo e di quante bands nel corso degli anni abbiamo attinto a piene mani dalle loro idee innovative.

Per quanto riguarda gli altri componenti, Ubi e Cico amano molto l’hard rock classico, di bands come Deep Purple, Led Zeppelin, Rainbow, Whitesnake, ascoltano il metal, il blues, il rock blues… Andrea Ferraris, “l’anima giovane” dei Fusi Orari giustamente è cresciuto con il sound della sua generazione, il metal-prog di bands come i Dream Theater e il power-metal, ad esempio.

7.       Concludiamo con l’imminente futuro: quali progetti avete in cantiere?

Entrambi: stiamo componendo materiale nuovo e, con gli anni e con tanta esperienza accumulata tutti insieme, il risultato è più coeso, più compatto, ognuno di noi è come se sapesse sempre ciò che deve fare e offre il suo apporto alla band in modo intenso e spontaneo. E questo è davvero appagante

 

.

Alberto Sgarlato