Tra smentite, frasi mezze dette e velate allusioni il correntone di Forza Italia è pronto ad alzare le barricate. L'invito rivolto a Bertolaso, il "fatti più in là", è appena un cenno: come molti hanno già osservato, soltanto dopo il 5 giugno i promotori del nuovo corso usciranno allo scoperto. Anzi, in caso di sconfitta del pupillo berlusconiamo (o della Meloni), il gioco sarebbe fin più facile. Per mettere all'angolo Berlusconi. Non ci sarà alcun ditino "finiano" puntato a scena aperta, perché probabilmente saranno i risultati stessi delle amministrative a parlare, aprendo la strada al parricidio nel partito azzurro.
Un ruolo chiave, in un modo nell'altro, lo avrà Giovanni Toti. Ha ragione quando dice che "dopo Berlusconi in Forza Italia c'è solo e sempre Berlusconi". Nello stesso tempo può accarezzare l'idea di "una ricomposizione del centrodestra". Non sono affermazioni antitetiche. Chi mollerà Forza Italia, lo farà per lasciare alla deriva il movimento originario, verticale e feudale, insieme al suo dominus fondatore. L'insofferenza accomuna Paolo Romani, Maria Stella Gelmini e tanti ex AN. Il dissenso si accompagna alla sensazione di correre verso l'annientamento ("Al massimo, così, rischiamo di elegge un consigliere per ogni città" ha sbottato Tajani).
La prospettiva dei carbonari insoddisfatti del berlusconismo appannato è quella di ripartire dall'area moderata con Verdini e Alfano. Lo schema politico cercherà ancora una volta di declinarsi a livello locale, con tutte le difficoltà del caso. Il governatore della Liguria sarà un player importante, sia per il suo ruolo istituzionale sia per il peso che si è ritagliato sinora: da fedelissimo del Cavaliere a "Tu quoque, fili mi". Ci sta già lavorando, con Stefano Maullu e Alberto Cirio.