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Val Bormida | 04 marzo 2019, 16:09

Scrivere con la testa e sulla testa di Shozo

Il testo redatto da Bruno Chiarlone Debenedetti

Scrivere con la testa e sulla testa di Shozo

L’opera più completa, per rappresentare il brain storming o meglio la tempesta nel cassetto, sono gli oggetti all’interno del cassetto che estraendoli vengono sparsi tutto attorno, rientrano nel gioco le mani di chi li estrae, così come il libro è più completo e significativo quando è resta aperto tra le mani del lettore.


Quante volte apriremo il libro per continuare a scrivere, per entrare ancora nella narrazione e perdersi nei suoi meandri incantati, per trascinare dentro, al libro che si rimpolpa e si allunga, i pensieri più ritrosi e più nascosti, per mettervi, nel testo scritto, mani e piedi e corpo, nudo sotto i vestiti, tutto quanto partecipa emotivamente e praticamente alla mia scrittura incompleta del testo lungo. Il corpo della scrittura, il testo scritto con il corpo, magari tutta la mia scrittura sul corpo, le membra completamente scritte, il corpo scritto in ogni parte, come faceva a Brescia Achille Cavellini [GAC] con i suoi modelli. Lui scriveva anche sulla testa rasata di Shozo Shimamoto, sui vestiti chiari che teneva nell’armadio di casa sua e che indossava per farsi fotografare da Ken Damy. Gac scriveva la sua storia passata e futura, inventata con molta fantasia colorata, per lasciare la sua traccia visiva, una poesia a pennarello, lunga una vita d’artista.


Il racconto quotidiano presenta variazioni di livello a seconda degli episodi su cui si sofferma, alcuni avanzano piatti e sono a due dimensioni, altri invece sono in grande rilievo e sono quelli che rimarranno più a lungo nella nostra memoria. Può capitare però che diamo colore ad episodi piatti, che li sondiamo nei loro recessi trovandovi aspetti di verità che avevamo sottovalutato, magari perché non erano in sintonia con il nostro vivere di quel periodo in cui si sono verificati; noi li abbiamo registrati in modalità standard, con il minimo di caratteristiche, ma poi li abbiamo riguardati e visti con occhi diversi.


Il guaio è quando si pensa troppo, quando si vuole realizzare qualcosa a mente fredda oppure seguire parametri e dettami che inevitabilmente ci fanno rientrare nel già visto; quando si parte a costruire da situazioni già ampiamente sperimentate o accettate da tempo come arte. In questo modo il nostro spirito è soggiogato, incanalato in situazioni di tutto comodo e non tenta strade più difficili da concepire e da immettere con coraggio nella più autentica pratica artistica per il tempo in cui viviamo.


Non occorre aggiungere molto lavoro con gli oggetti per dar loro valenza comunicativa, basta inserirli con intelligenza nel circuito di valore fluxus: il gesto autentico di chi li usa e come li usa crea un’atmosfera di poesia visuale, l’unione con l’azione umana li trasformano in opera comunicativa e creativa completa.

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