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Attualità | 04 luglio 2020, 15:50

Tre anni fa ci lasciava Paolo Villaggio, re della comicità all’italiana

Riviviamo tutta l’immensità dell’artista, ospite al Florida di Loano nel luglio del 2014

Tre anni fa ci lasciava Paolo Villaggio, re della comicità all’italiana

Con la sua simpatia ed i suoi mitici personaggi ha scritto pagine importantissime della commedia italiana, entrando nella memoria collettiva di intere generazioni. Stiamo parlando dell'immenso Paolo Villaggio, che è scomparso il 3 luglio 2017, lasciando un vuoto incolmabile.

Per omaggiarlo, riviviamo la festa che Yury Pastore Corrado gli preparò al Florida Loano in quel lontano 25 luglio 2014 in cui il mattatore genovese incantò il pubblico che rispose con applausi ed entusiasmo.

Quella cena in sua compagnia fu un’esperienza preziosa per gli amanti della storia dello spettacolo. Una serie di ricordi ed aneddoti espressi con autoironia e leggerezza, a volte per nulla comici. Con un dettaglio non da poco: si capiva che amava la gente, alla quale è rimasto fedele e riconoscente fin dagli esordi, quando tutto era più difficile ed il successo una chimera.

Infatti, prima della notorietà si barcamenava improvvisando monologhi dall’umorismo grottesco e surreale nel cabaret di una Milano nevroticamente geniale e si esibiva sulle navi da crociera, dividendo l’esperienza di intrattenitore con un poeta con la chitarra ed un timido pianista. Erano, rispettivamente, Fabrizio De Andrè e Silvio Berlusconi. Ma, nonostante questa globalità artistica, il papà di Fantozzi, Fracchia ed altre esilaranti maschere, si è reinventato tante volte senza fossilizzare la sua immagine unendola alle sorti di un singolo personaggio.

Nel corso degli anni ha esplorato le contraddizioni del nostro paese e delle figure chiave della nostra società a partire proprio dal mitico Fantozzi, che nelle sue avventure iperboliche e paradossali è archetipo di un ceto invisibile e maltrattato. Parlare con Paolo Villaggio fu un’esperienza teatrale e i dialoghi spesso sembravano saltare fuori da uno dei suoi libri o dai film che ha interpretato. Disse di non essere un buon attore, ma dopo aver lavorato con Fellini (nel 1990 è nel cast del film La voce della luna, ndr) per molti è un maestro dalla graffiante comicità della quale sono pervase le dissacranti vicende del ragioniere al quale ha dato vita regalandogli un passato, un presente e (purtroppo… o per fortuna) un futuro.

E anche se il suo antidoto alle difficoltà che investivano il Paese era quello di leggere uno dei suoi libri per sorridere, mentre sullo schermo scorrevano le tragicomiche disavventure dell’epica fantozziana, lui non si scomponeva e non pareva divertito. “ Fantozzi è lo specchio di molte persone incapaci di rivoltarsi allo stato di vessazione in cui si trovano o forse talmente miopi da non accorgersi della loro stessa mediocrità”.

Ma, declinando il formidabile programma di una giornata cominciata con la sveglia al limite delle possibilità umane, proseguita male e finita peggio, reagì con un sorriso di complicità o magari di soddisfazione per il fatto di essere entrato di diritto a far parte della letteratura moderna. Quello di Fantozzi è un mondo che l’attore sembrava conoscere bene. “ Ho lavorato in una megaditta alle dipendenze di un megadirettore galattico molto umano e in quell’ambiente ho trovato una sceneggiatura sufficiente a creare un successo mostruoso. Fantozzi sopravvivrà nel corso del tempo perché ha acquistato una sua dignità grazie ad un lavoro sicuro e, per quanto singolare, alla sua famiglia. Oggi, in una società in cui il lavoro manca o è precario e la famiglia è emarginata, Fantozzi vivrebbe da privilegiato e non più da sfigato, farebbe ancora ridere, ma anche invidia”.

A riflettori spenti ci confessò di leggere e rileggere opere di Dostoevskij e Pasolini, l’amore per la scrittura, approfittare dell’agio che gli consentiva la professione per migliorare la qualità della sua vita. In Liguria non aveva più niente, ma ci tornava lo stesso, quasi per inerzia o forse per la devozione alle sue tipicità gastronomiche, riassunte nel buon piatto di trofie al pesto del quale esaltò con una mimica il sapore, perché “ È ottenuto dalle foglie più piccole del basilico, battute a mano insieme a pinoli, aglio, olio della Riviera, pecorino e reggiano”. Lo disse con tono malinconico e dispiaciuto, consapevole di aver perso un legame importante con “ Una terra che come tutto il Paese è cambiata troppo velocemente e non sempre in meglio”. Già, perché forse l’Italia di oggi è più tragica di Fantozzi.

Silvia Gullino

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