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Curiosità | 02 settembre 2020, 15:36

Compie 80 anni Pippo Franco: nel 2016 fu premiato a Loano

Buon compleanno al poliedrico attore, cabarettista, pittore, musicista. La sua intelligente ironia è passata anche da Loano che lo ha premiato nel 2016 all’Arena Estiva Giardino del Principe

Nella foto: Pippo Franco con Silvia Gullino

Nella foto: Pippo Franco con Silvia Gullino

Dal Bagaglino all’Arena Estiva Giardino del Principe. Dalla commedia sexy che l’ha reso uno degli attori più amati d’Italia alla prosa con “Che fine ha fatto l’uomo?”, un one man show a cavallo tra riflessione e provocazione. Ho conosciuto Pippo Franco nel 2002 al teatro San Babila di Milano, l'ho ritrovato a Loano nel 2016, dove ha ritirato il Premio “Film trash! Ridere all’italiana”. Pellicole bastonate dalla censura, tutte vietate ai minori di diciotto anni, nei quali un capezzolo della bella di turno era il top della fantasia erotica di militari in libera uscita o di giovanotti che stavano scoprendo, in modo assolutamente innocente, il sesso. Quei turpi ciak nei quali spiava dal buco della serratura godendosi le curve di soldatesse, infermiere, supplenti e liceali sono i peccati veniali di una carriera da primo della classe. L’abbiamo confessato.
Che cosa pensavi di fare da grande?
«Da piccolo non avevo piani particolari, speravo di fare quello che amavo. La prima cosa era disegnare e suonare. Non pensavo alle carriere, ma semplicemente ad esprimermi, vivendo autenticamente il disegno, la pittura e la musica».
Poi che cosa è successo?
«È successo che ho fatto il pittore per un po’ di tempo, fino a 23 anni. Quindi, ho deciso di smettere, perché non volevo portarmi dentro dei drammi e ho fatto il musicista per alcuni anni nel gruppo “I pinguini” suonando nei locali notturni. Ho fatto anche il disegnatore di fumetti, perché così mi guadagnavo da vivere».
Cinquantasei anni di carriera: gli inizi?
«Ho smesso di fare quei mestieri e ho cominciato a fare il cantautore, scrivendo canzoni. Successivamente, mi sono presentato nei cabaret e la presentazione della canzone ha avuto il sopravvento sulla canzone stessa, lì è nato l’attore».
Da chi hai ereditato il senso dell’ironia?
«Sicuramente da mio padre che era fortemente ironico. Comunque, l’ironia è una cosa con la quale, in un certo senso, si nasce. Ciò che ti spinge ad essere ironico è anche una sorta di disagio. Certo, devi averla dentro l’ironia, ma secondo me viene fuori quando, in qualche modo, sospetti un’emarginazione, ti senti escluso. I dolori dell’infanzia, vissuti in un’epoca difficile e che non sono mai stati trattati drammaticamente, sono serviti a tirarla fuori».
Quando hai capito di aver avuto successo?
«Quando l’ho avuto! (ride, ndr). È successo dapprima in teatro, alle condizioni giuste; per una serie di concomitanze, c’era il pubblico giusto e l’ho visto entusiasmarsi. E poi è continuato quando ho cominciato a fare televisione ed i primi film. Te lo dice il pubblico quando arriva il successo!».
Attore, cabarettista, scrittore, cantante, pittore, qual è la veste in cui ti trovi meglio?
«Stanno tutte insieme. Non si può non vivere di tutto quello che hai imparato. Nel mio animo c’è il senso della storia dell’arte, della musica, i ritmi della recitazione. È come se facessi lo stesso mestiere che però è correlato a tutte queste esperienze».
Con i tuoi film hai fatto ridere intere generazioni, pensavi che un giorno quelle pellicole che raccontano un’Italia e un’umanità più che mai attuale, sarebbero diventate dei cult?
«Assolutamente no. Quando li abbiamo girati, tra mille difficoltà, ci siamo semplicemente divertiti. In certi film, d’accordo con il regista, riscrivevo la sceneggiatura giorno per giorno, cercando di non dirlo troppo al produttore che poteva non essere d’accordo. È stato un immenso, infinito divertimento, perché il cinema, a differenza della televisione e del teatro, ti insegna tutte quelle realtà, tutte quelle cose che sembrano inimmaginabili. Faccio un esempio: una volta, il regista Gigi Magni disse al direttore della fotografia: “dobbiamo girare una scena, lì c’è questa montagna, come facciamo?”. E il direttore della fotografia, che comandava la troupe, disse: “Non c’è più Dottò! C’ho messo delle piante e la montagna è scomparsa”. Il cinema è tutto questo e ti porta a superare le difficoltà più di qualsiasi altro mestiere. Viceversa, la televisione è fatta di verità, di spontaneità. Nel piccolo schermo si vede tutto: che stato d’animo hai, come sei… E nel teatro, ancora di più, credo che esso sia l’espressione fisica sia del cinema sia della televisione».
Qual è l’attore o attrice più bravo con cui hai lavorato?
«Erano tutti bravi! Ho lavorato con i numeri uno, non posso dire che quello fosse minore dell’altro e conseguentemente maggiore».
… E il più bel film che hai girato?
«Non ho un’idea del film più bello. Per me sono tutti uguali, perché li ho vissuti come delle esperienze umane e mi sono divertito a farli, non sapendo che poi avrebbero passato il tempo, attraversando tre generazioni».
Ci racconti un episodio simpatico della tua carriera?
«Ne racconto uno per ricordare un amico che adesso non c’è più. Si tratta del primo spettacolo che ho fatto nei pressi di Modena in un locale che si chiamava “Il gatto verde”. Era una serata all’aperto e anche abbastanza tempestosa. Pubblico presente e pagante in sala: una persona. Nessuno mi aveva comunicato quel dato, così, con i riflettori contro gli occhi, ho esordito: “signore e signori buonasera!”. E questo unico spettatore m’ha detto: “Puoi anche chiamarmi Sandro”. Quel Sandro era Sandro Bellei, un grande giornalista. Abbiamo fraternizzato e ho scoperto che lui mi seguiva già da tempo, ma non so come avesse sentito parlare di me».
Ora i tuoi spettacoli fanno il tutto esaurito, c’è un segreto del tuo successo?
«No, l’unico segreto è essere se stessi. Non seguo tecniche particolari, vado in scena con la mia anima. Certamente è importante la preparazione, ma questo vale per tutti. È anche importante saper improvvisare, ma il segreto è sempre essere se stessi».
Guardandoti alle spalle, nella tua vita o nella tua carriera, c’è qualcosa che vorresti cambiare?
«Assolutamente no, non cambierei nulla, perché i percorsi dell’esistenza sono variegati e, spesso, il bene cavalca il male per farti arrivare dove vuole. L’importante è che si abbia coscienza del fatto che noi siamo sostanzialmente spirito e che alla fine il bene prevale».
Che cos’è che ti fa paura?
«Nulla. Non penso alla paura, non ho paura nel senso stretto del termine. Cerco di vedere e vedo il lato gioioso dell’esistenza. Poi, magari, arriverà il momento di paura, ma adesso non ho paura di nulla e di nessuno».
Qual è il tuo rapporto con lo spettacolo?
«Fa parte di un aspetto della mia vita. Non è la prima cosa della mia vita, posso cambiare mestiere in qualunque momento, perché per me la cosa più importante della vita è la vita e quindi il legame con le persone, tutto quello che posso imparare e capire. Adesso il rapporto con lo spettacolo è un rapporto di scoperta e ogni volta che salgo sul palco trovo qualcosa di nuovo».
… E con la fede?
«Il rapporto con la fede è quello che guida la mia esistenza. Senza la fede non c’è vita e viceversa».
A che cosa non rinunceresti mai?
«Alla curiosità. Perché non si finisce mai di scoprire e la curiosità è la scoperta dell’esistenza che cresce fino alla fine dei nostri giorni. Chi glielo faceva fare ad Ulisse tutto quello che ha fatto?».
Progetti futuri?
«Nessuno e tutti, cioè tutto quello che mi viene in mente e che posso fare».
Chi vedi come tuo erede?
«Non penso ad eredità, sono problemi dei quali non mi occupo e che non mi appartengono. Quando si fa questo mestiere si vive il momento reale, non c’è altro».
Chi ti fa ridere oggi?
«Tutti i comici di oggi sono bravi o per lo meno quasi tutti, tranne quelli che mi sembrano un po’ più spigolosi da accettare, perché dicono parolacce e cose esplicite. Questi ultimi semplicemente mi preoccupano, ma sono bravi anche loro. C’è una differenza fra i comici di oggi e la nostra generazione: noi abbiamo conosciuto la fame e loro no».
Ai giovani che cosa vorresti dire?
«Dico di guardarsi dentro e di capire la loro grandezza, perché oggi i giovani tendono a dare importanza alla personalità e non all’essenza. Dico loro di comprendere qual è la propria essenza e di non vivere la vita di un altro. Nel momento in cui sai chi sei e, conseguentemente, che cos’hai da dire, le difficoltà diminuiscono e forse trovi la tua strada. Devi avere fiducia in te stesso, ma devi guardarti dentro e capire che tu sei, prima di tutto, essenza che non cambia, è quella con la quale sei nato, che non cresce, né diminuisce. Oggi si sostituisce la personalità all’essenza, cioè la valenza del pensiero e della logica ha il predominio sull’anima. Ritrova la tua anima e i tuoi guai finiscono».
Come concludiamo questa intervista?
«Sono nato in un’epoca abbastanza difficile, avevamo quasi nulla e se non cerchi di capire la vita non arrivi lontano. Credo che la cosa più importante della vita sia la vita stessa. Con il mio spettacolo (Che fine ha fatto l’uomo? ndr), ma non solo, io continuo ancora a percorrere questa costante evoluzione che penso non ci abbandonerà mai fino alla fine dei nostri giorni. Grazie dell’umana comprensione». 

Silvia Gullino

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