/ Attualità

Che tempo fa

24 Ore

Cerca nel web

Attualità | 06 settembre 2020, 10:18

La Fiaba della Domenica: "Ranocchiabella"

Nelle vicende di Ranocchiopoli una metafora sulle difficoltà di inserimento nell'ambiente scolastico

La Fiaba della Domenica: "Ranocchiabella"

A Ranocchiopoli tutto funzionava a meraviglia.

Il Comune provvedeva alla comunità, l'ospedale curava con dovizia ogni malato più che ogni malattia, gli uffici pubblici funzionavano davvero per tutti, il traffico era regolato e disciplinato, tutti pagavano le tasse per il giusto e ognuno, se poteva, faceva beneficenza.

Ma il vero orgoglio, il vero fiore all'occhiello di tutta la comunità delle rane, la vera fulgida stella della città era la scuola.

Una scuola modello, moderna, funzionale, dotata delle tecnologie più all'avanguardia, con tutti i sistemi di sicurezza allertati, con abolite la barriere architettoniche e, soprattutto, con insegnanti capaci e con alunni meritevoli.

Com'era bello la mattina stare a osservare il festoso, ma ordinato andirivieni di ranocchi e genitori che entravano, i primi, a scuola e tornavano, i secondi, recandosi al lavoro, certi di aver lasciato i pargoli nel migliore dei luoghi!

I docenti erano selezionati adulti, rospi gonfi di sapere e di buone intenzioni, che sapevano lodare all'occorrenza, così come punire all'evenienza, sicuri della comprensione dei genitori e del preside, certi della loro sapienza educativa e consapevoli della loro etica missione ispirata agli incrollabili valori che sostenevano il civile vivere di Ranocchiopoli.

E in questa scuola modello, vi era il modello per definizione, il tipo per antonomasia, la classe guidata con destrezza in ogni periglio e amministrata con abilità in ogni frangente dal maestro Rosposapio e dalla collega, maestra Ranatronfia.

Entrambi questi docenti amavano definire il loro connubio professionale “una famiglia”, severa e inflessibile, giusta e ponderata, con l'unico scopo di forgiare le menti dei piccoli ranocchi a immagine e somiglianza loro delle loro convinzioni.

Questa classe, come tutte le classi, era costituita da alunni bravi e meno bravi, pronti e meno pronti, timidi e sfrontati, perspicaci e tontolini, studiosi e svogliati, aderenti al verbo dei maestri e recalcitranti. E come nelle migliori famiglie ogni problema veniva risolto, “ogni nodo arrivava al pettine”, ogni groviglio veniva dipanato, non senza rimbrotti, punizioni e malumori, ma sempre con la certezza dell'adulta verità e dell'unica legge possibile, senza interpretazioni, compromessi o cedimenti.

Gli alunni, tra loro, erano certo amici, o meglio compagni e i loro ruoli erano chiari e definiti.

Vi erano i leader riconosciuti, i gregari, gli indifferenti, soprattutto non vi era spazio alla solidarietà: chi non riusciva era deriso, emarginato, vilipeso e i genitori, con lezione private e minacce, facevano in modo che il loro figlio tenesse il passo dei più veloci.

I maestri, d'altronde, fomentavano molto la competitività: che diamine, la scuola deve ben essere palestra di vita e nella vita chi si ferma è perduto! Chi rallenta viene travolto! Chi non eccelle non troverà né lavoro, né moglie o marito, né amici, né rispetto!

E allora, forza rospetti e ranocchi, datevi da fare che il cammino sarà arduo e periglioso!

La competizione tra gli alunni era centrata sulla riuscita scolastica, così come sulla bellezza e sul grado di accettazione e rispetto da parte degli altri, ma anche sulle abilità ginniche e sportive.

E ormai dopo ben quattro anni di scuola, quattro anni in quella stessa classe, Rosposapio e Ranatronfia conoscevano a memoria ogni più recondito meandro della mente dei propri alunni, sapevano anticipare a comando ogni comportamento dei piccoli ranocchi, potevano predire ogni evento e ogni bisticcio, prevenire o fomentare, evitare o produrre ogni aspetto del vivere della classe.

Nella classe primeggiava Saputella, vispa ranocchia sempre pronta ad alzare la mano ad ogni insipienza dei compagni, così come Rodomonte, sempre pronto ad alzare le mani a ogni parere contrario dei compagni stessi.

E poi Feticcia, la più bella, Mescalina la più sognante, Messalina la più enigmatica, Luigino il più tenero rospetto credulone, Burroso il più impacciato e goffo arruffone, e così via tutti gli altri.

Tutti quanti in competizione tra loro per affermare, di volta in volta, la propria bellezza e la propria bravura.

Ma avvenne qualcosa che fece diventare la classe una sola cosa, mai così coesa, così cristallizzata, così protesa all'unisono contro qualcuno.

Giunse in classe Ranocchiabella.

Ranocchiabella arrivò a Ranocchiopoli con i suoi genitori un piovoso giorno d'ottobre.

Il suo papà, Militello, era stato trasferito per lavoro in città e, con la cara moglie Letizia e la piccola ranocchia, si era sistemato in una linda casetta sul fiume non lontano dalla scuola.

Tristezza e mestizia erano i sentimenti che attanagliavano il cuore della giovane rana: aveva lasciato amici e compagni nella scuola di prima, nella città di prima, e ora non conosceva nessuno, era sola così come i suoi genitori, ma loro erano adulti e sapevano bastare a se stessi.

Lei voleva giocare con altri ranocchi, studiare con loro, e con loro condividere ansie, gioie e paure.

E così Ranocchiabella entrò nella classe guidata con piglio e perizia da Rosposapio e Ranatronfia.

E iniziò il calvario.

La classe, mai coesa, competitiva, con gli alunni sempre pronti a colpirsi con strali e con maldicenze pur di compiacere gli insegnanti e di primeggiare, quella classe dove ognuno pensava per sé e contro ciascuno degli altri, piccole monadi in conflitto tra loro, divenne un blocco cristallino: dal tutti contro tutti si passò al tutti contro la nuova arrivata, decisamente carina, palesemente bella e percepita immediatamente brava e capace, oltre che molto educata.

Dagli scherzi più feroci alle accuse più infamanti: nulla fu fatto mancare alla giovane ranocchia.

Siccome era molto brava a scuola, alcune compagne fingevano di esserle amiche per carpirne compiti e lezioni, salvo poi rovinarle i quaderni e gli elaborati o farglieli sparire.

Mescalina e Messalina iniziarono una feroce, costante, tremenda opera di demolizione psicologica della nuova bella e brava compagna.

Misero in giro la voce che lei portasse sfortuna, o meglio “sfiga”, come dicevano loro, che lei rubasse i ragazzi alle altre, che lei rubasse, che i suoi genitori fossero arrivati in quella città perché cacciati in maniera infamante dal luogo di prima e così via, con il risultato che nessuno voleva stare vicino a Ranocchiabella né nel banco né altrove per paura di essere contaminato.

E quel che è peggio, questa terribile opera distruttiva venne avviata anche su facebook, con l'immediato risultato di allargare a dismisura la platea di chi infliggeva tortura alla povera ranocchia.

Tra l'altro, il gruppo dei bulli usava filmare con i telefonini ogni propria bravata dalla quale traspariva la loro arroganza e la loro protervia nel cannibalizzare giorno dopo giorno la nuova compagna, non perdendo l'occasione di dileggiare nel contempo gli insegnanti, postando poi i filmati su facebook.

Feticcia e Saputella, minate nelle loro povere, piccole precedenti certezze, arrivarono al punto di fare riti vodoo, sempre su facebook, puntando spilloni su una bambola a sembianze della nuova compagna, invocando per lei disgrazie e morte.

E, in attesa del compimento delle loro aspirazioni, andarono dal preside Pilatus accusando Ranocchiabella di averle picchiate.

Figuriamoci! Lei, giovane rana bella e pulita, dolce ed educata, tenera e tollerante, incapace di reagire alle più feroci torture, accusata di aver alzato le mani! E, paradosso dei paradossi, Rodomonte, il picchiatore, testimoniò di averla vista picchiare le compagne!

E Pilatus, dall'alto della sua nota lungimiranza, credette all'accusa e punì severamente Ranocchiabella piangente e tremante.

Basta, era troppo, la sua vita era un inferno in questa scuola e in questa città: non aveva amici, tutti la evitavano perché “portava sfiga”, nessuno su facebook le chiedeva l'amicizia, solo dileggi, male parole, minacce, insulti, scherzi feroci.

Gli insegnanti la consideravano un problema, il preside la riteneva violenta, i suoi genitori lavoravano e sospiravano... doveva andarsene dalla classe, dalla scuola, dalla città, dalla vita, da una vita ormai resa impossibile da invidia, gelosia, cattiveria, da quei compagni che non accettavano la sua bellezza e la sua bravura, da quegli adulti impotenti, insipienti, distratti, pavidi, tolleranti e collusi con violenti e delinquenti.

E iniziò freddamente, quasi come se fosse altro da sé a preparare il proprio suicidio, non spettacolare, bensì discreto così come era la sua vita.

Ma la Madre Terra non poteva tollerare l'estremo misfatto: ma come, la ranocchia più buona, più altruista, più generosa, più bella, più innocente doveva privarsi del dono supremo, la vita, per colpa di orribili e astrusi individui che detto dono neppure meritavano?

No, non era tollerabile, non era plausibile!

E levò il suo grido di rabbia e di dolore, sotto forma di gelido vento che spazzò Ranocchiopoli e i suoi abitanti.

Tempesta, gelo, tormenta, grandine martellarono per giorni la città, devastandone la scuola e sparpagliandone nello spazio banchi e registri, quaderni e bestialità vergate su facebook.

E Ranocchiabella?

I suoi genitori finalmente rifletterono un poco, fermandosi un attimo nel vortice del lavoro.

La Madre Terra aveva impartito loro una grande lezione: la figlia, prima di tutto.

Cambiarono città e iscrissero la giovane rana a una scuola che aveva per motto “holistic school”, con umanità, ascolto, empatia e solidarietà come stelle comete per la formazione dei giovani.

Opera tratta da: "Le fiabe per... Affrontare gelosia e invidia", di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra (Collana "Le Comete", Franco Angeli Editore).

GLI AUTORI:

Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.

Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Associazione Pietra Filosofale

L’Organizzazione persegue, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante l’esercizio, in via esclusiva o principale, delle seguenti attività di interesse generale ex art. 5 del D. Lgs. 117/2017:

d) educazione, istruzione e formazione professionale, ai sensi della legge 28 marzo 2003, n. 53, e successive modificazioni, nonché le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa;

i) organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale di cui al presente articolo;

k) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;

In concreto l’associazione, già costituita di fatto dal 27 gennaio 2016 e che ha ideato e avviato il concorso letterario Pietra Filosofale di concerto con l'amministrazione comunale, intende proporsi come soggetto facilitatore, promuovendo e stimolando proposte di cultura, arte e spettacolo sul territorio, organizzazione di eventi culturali e/o festival, ideazione e promozione di iniziative culturali anche in ambito nazionale, costruzione, recupero e gestione di nuovi spazi adibiti a luoghi di Cultura Permanente, anche all’interno di siti oggetto di riqualificazione e/o trasformazione quali ad esempio l’ex Cantiere Navale di Pietra Ligure, come già attuato nel 2018 presso la Biblioteca Civica di Pietra Ligure, ove ha curato un percorso specifico di incontri dedicati alla salute e al benessere attraverso il progetto Il sogno in cantiere": il sogno, in onore e ricordo del cantiere navale che un tempo a Pietra Ligure ha dato vita a tante navi che sono andate nel mondo, vuole ritrovare nel “Cantiere” il luogo di cultura permanente dove poter trascorrere un tempo dedicato al pensiero del cuore, per nutrire l'anima con letture, scrittura creativa, musica, conferenze, mostre.

La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.

L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.

«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman

La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure essere certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre: se così non fosse finirebbe la vita. (C.G.Jung, L'uomo e i suoi simboli)

Pedagogia della fiaba

La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.

"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli). 

MoreVideo: le immagini della giornata

Ti potrebbero interessare anche:

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore|Premium