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Attualità | 13 settembre 2020, 10:10

La Fiaba della Domenica: "Il fratellino"

Ogni età ha i propri bisogni e i figli, anche se sono più grandi, desiderano avere attenzioni: avere più figli impone ai genitori la moltiplicazione dell'Amore, non certo la divisione di esso

La Fiaba della Domenica: "Il fratellino"

Luigi era un bambino di città che abitava dalla nascita in una bella casa insieme ai suoi genitori Marzio e Irene. Questi erano due giovani che passavano il tempo a lavorare, concedendosi di tanto in tanto qualche uscita con il figlio sulle trafficate vie della città e, al massimo, qualche domenica al luna park, per prendere lo zucchero filato.

A volte capitava di ridere molto: quando qualche signora faceva manovra con l'auto, quando due cani si azzuffavano, quando in tv un bel film piaceva.

Allora la giornata volgeva al bello, spegnendo la noia e stimolando l'appetito.

Certo poi Luigi andava a scuola, svolgeva diligentemente i compiti, guardava la televisione, frequentava la squadra di calcio insieme ai bambini del suo quartiere, sognava di diventare un giorno un pilota, sognava di battere a braccio di ferro il suo antipatico compagno Carlone, arrogante e prepotente, al quale le compagne di classe facevano sempre “gli occhi dolci” e a lui mai, sperava che i suoi genitori uscissero più spesso con lui, insomma si annoiava molto, sognava molto e soprattutto sognava un fratello.

Lo chiamerei Serenello, se avessi un fratello”!

Così pensava Luigi, “Serenello sarebbe proprio il mio dolce fratello”, così tra sé e sé negli interminabili pomeriggi Luigi fantasticava.

E sì, perché dovete sapere che tutti, ma proprio tutti, i compagni e le compagne di scuola di Luigi avevano fratelli e sorelle. Chi uno, chi due, chi tre, quel presuntuoso di Testone addirittura sei ne aveva di fratelli! E quelli più grandi lo proteggevano difendendolo da ogni minaccia, mentre quelli più piccoli lo adoravano, lui così antipatico! E lui, Luigi, niente, neanche una sorellina, figuriamoci poi un fratellone a proteggerlo!

Che rabbia! Che sfortuna! Che brutto essere figlio unico!

I suoi compagni potevano confidarsi con i fratelli, giocare, farsi aiutare nei compiti e a loro volta aiutarli, sentendosi così grandi e utili.

Lui invece era solo, triste, annoiato e si sentiva inutile.

Nei lunghi pomeriggi d'estate, a scuola finita e a stomaco pieno, quando tutti i compagni migravano al mare o in campagna al seguito dei loro genitori, Luigi pensava, pensava e fantasticava di mete lontane, di viaggi, di avventure e recriminava tra sé e sé per quei genitori che si ritrovava, troppo impegnati nel loro negozio, troppo distratti per tenergli una vivace compagnia, soprattutto troppo pigri per dargli un fratello.

Accipicchia, proprio questi genitori gli erano capitati, mica come quelli di Carlone, sempre attivi, indaffarati, sempre seguiti ovunque dalla loro schiera di bambini!

E pensa e ripensa, ripensa e ancora pensa, Luigi si ammalò.

Era una ben strana malattia: niente febbre, niente tosse, niente male al pancino... solo stanchezza, sonno, nessuna voglia di muoversi, giocare, mangiare.

Subito i genitori neppure si accorsero di questa strana malattia, pigramente affaccendati nella loro quotidiana tranquillità, poi si arrabbiarono un po' vedendolo dimagrito, svogliato e per niente studioso, infine cominciarono a preoccuparsi, quando promesse di regali e minacce non sortirono alcun effetto.

Luigi passava ore e ore a fissare il libro che la mamma gli dava per lo studio o il quaderno per i compiti o, peggio, a fissare il muro, a muovere gli occhi solo per annuire alle domande alle quali più non rispondeva, a piangere senza apparente motivo, soprattutto a rifiutare il cibo.

E sì, c'era proprio da preoccuparsi!

Dopo vari scambi di idee, i genitori di Luigi decisero che ci voleva il dottore, ma non il solito dottore che curava febbre e mal di gola, uno più bravo, il migliore della città, abituato a curare i bambini tristi.

A questi bastò un breve colloquio con Luigi per emettere la diagnosi:<<Luigi non ha nulla di grave, soffre però molto di solitudine, non sa con chi parlare, con chi confidarsi, con chi giocare, chi battere a braccio di ferro, insomma per Luigi ci vuole un fratellino!>>.

Dopo aver pagato la parcella al dottore, Marzio e Irene, i genitori di Luigi, ebbero un momento di sconforto: niente medicine per il piccolo, niente cerotti, niente punture, ma solo un unico consiglio e … per loro! “Se volete che Luigi guarisca”, aveva detto il dottore, “bisogna che abbia un fratellino, in modo da sentirsi come tutti i suoi compagni di scuola e in modo da essere sempre in compagnia di qualcuno che lo possa ascoltare, capire e che lo rispetti e che lo prenda da esempio”.

Era un bel dilemma per Marzio e Irene: loro avevano impostato la loro vita con un solo figliolo, avevano già dimenticato le notti senza sonno che provoca un piccolino e non ricordavano più i cambi del pannolino e il biberon riscaldato. Che fare? Ma la evidente “malattia” di Luigi era troppo angosciante per loro genitori, ancor più preoccupante del dover rinunciare alle loro pigre abitudini.

E così nacque Serenello.

Questo nome al nuovo nato lo scelse proprio il fratello Luigi: il mio fratellino sarà sereno e porterà a me felicità: si chiamerà Serenello!

I genitori prepararono tutto con cura: la culla e il passeggino c'erano già, erano quelli di Luigi, il ciuccio e i biberon pure erano disponibili, erano quelli di Luigi, i vestitini, le fasce e il fasciatoio con il bagnetto incluso anche, erano quelli di Luigi.

Già, era tutto di Luigi, prima!

E arrivò il giorno tanto atteso, quello della nascita di Serenello, ma arrivò un mese prima dl tempo.

La mamma da un po' di giorni non stava bene, era gonfia, non mangiava, quasi non si muoveva.

Venne chiamato il dottore che disse:<<La mamma sta male, il piccino deve essere fatto nascere al più presto!>>. E, detto fatto, in men che non si dica, Serenello venne alla luce.

Era così gracile il bimbo appena nato, ma così piccolino che il fratello Luigi si riempì subito di orgoglio. “Come sono grande io”, si ripeteva spesso, “E sono così grande e forte e Serenello è così piccolo e insignificante che mamma e papà vorranno a me, certamente, un bene molto più grande che a lui”.

Serenello è così noioso, piange sempre, è così prepotente nel voler mangiare dal biberon che sicuramente ai miei genitori starà antipatico”, diceva tra sé e sé Luigi.

Ma le cose non andavano così, la vita non procedeva secondo queste idee di Luigi.

I suoi genitori molto preoccupati per il piccolino, nato prima del tempo e bisognoso di costante attenzione, si gettarono anima e corpo nella cura e nel soddisfacimento di ogni desiderio del piccino, o almeno di quelli che a loro sembravano i bisogni del bimbo.

Serenello piangeva e subito i genitori correvano da lui, Serenello strillava e subito loro lo cullavano, Serenello strepitava e subito loro lo riempivano di baci e carezze. E poi, appena sembrava un po' più caldo, subito il medico era chiamato.

Nessuno aiutava più Luigi nei compiti, almeno così a lui pareva, non appena iniziava un discorso, parlando di sé, subito i genitori si voltavano da Serenello per vedere che non si svegliasse, o almeno così a lui pareva; nessuno più si curava della tristezza di Luigi, della sua “malattia”, nessuno pensava più a lui che stava più male di prima, proprio perché la cura, il fratellino, si era rivelata più dura della stessa malattia,

E Luigi ricominciò a rifiutare il cibo sino a svenire. Luigi cadde a terra come una pera matura che il vento strappa dal ramo, cadde con un tonfo sordo, senza un gemito, come se fosse morto.

I suoi genitori furono costretti, dal rumore, a voltarsi e lo videro a terra, pallido e magro, con gli occhi aperti a fissare il soffitto della cantina.

E così il dottore questa volta arrivò per lui: una puntura, due schiaffetti, una pezzuola bagnata e Luigi fu di nuovo in piedi.

Ma il dottore fu molto chiaro:<<Questo bimbo deve essere visitato dal collega che vi ha consigliato il fratellino e vedrete che lui saprà guidarvi affinché Luigi non svenga più!>>

Subito Marzio e Irene lo chiamarono e lui, dopo aver a lungo parlato con Luigi, li richiamò ai loro doveri di genitori.

<<Cari genitori, capisco che il piccolo Serenello sia bisognoso di molte attenzioni, ma altrettanta cura dovete dare al vostro primo figlio Luigi. Ogni età ha i propri bisogni e i figli, anche se sono più grandi, desiderano avere attenzioni: avere più figli impone ai genitori la moltiplicazione dell'Amore, non certo la divisione di esso!>>.

Tratto da: "Le fiabe per... andare sereni al nido e a scuola (un aiuto per grandi e piccini)", di Elvezia Benini, Giancarlo Malombra e Cecilia Malombra, collana "Le Comete", Franco Angeli Editore. 

GLI AUTORI:

Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.

Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Associazione Pietra Filosofale

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La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.

L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.

«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman

La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure essere certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre: se così non fosse finirebbe la vita. (C.G.Jung, L'uomo e i suoi simboli)

Pedagogia della fiaba

La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.

"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli). 

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