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Economia | 22 ottobre 2020, 14:32

La storia del giovane Andrea Bertone, dal Ponente Savonese al prestigioso ristorante "Oysterman" di Londra

Una positiva testimonianza di imprenditorialità "esportata" Oltremanica. Racconta Bertone: "Sognavo di trascorrere sei mesi a Londra per perfezionare il mio inglese, sono qui da sette anni"

La storia del giovane Andrea Bertone, dal Ponente Savonese al prestigioso ristorante "Oysterman" di Londra

“Sono arrivato a Londra con l’intenzione di starci sei mesi, imparare un po’ la lingua, vivere nuove esperienze professionali… A novembre saranno sette anni qui, ed entrerò nell’ottavo”. Inizia così una positiva ed emozionante storia di imprenditorialità “tutta ligure” nel mondo. Ebbene sì: la nostra provincia di Savona è ricca di giovani pronti ad “esportare” le loro capacità, la loro voglia di lavorare, di scoprire, di imparare e di conoscere. Con risultati sempre eccellenti.

In particolare “l’avventura” di cui parliamo in questo articolo è quella vissuta da Andrea Bertone, giovanissimo, classe 1991, una giovinezza trascorsa tra Laigueglia e la frazione albenganese di San Fedele; una vita normale, il liceo scientifico iniziato al Giordano Bruno di Albenga e terminato all’Arturo Issel di Finale Ligure. Poca voglia di studiare, per sua stessa ammissione, ma invece tanta voglia di dimostrare le sue capacità “sul campo”.

“Sognavo le coste della Spagna e quelle dell’Australia mentre conducevo la mia normale vita di adolescente, d’inverno studente e d’estate lavoretti come bagnino o come bartender. E intanto mettevo i miei risparmi da parte, pronto a realizzare i miei sogni. La mia piccola provincia iniziava a starmi tanto stretta”.

Ed ecco che il 5 novembre 2013 Andrea Bertone scende dall’aereo sulla terra londinese, con una valigia gonfia di sogni e un portafoglio sgonfio di soldi. Ma sa subito farsi valere: “Dopo una settimana avevo una casa e ho lavorato in alberghi prestigiosi, l’Hilton, il Lancaster. Ma la prima svolta decisiva l’ho avuta entrando in contatto con Starbucks. Qui mi hanno dato delle vere opportunità di crescita professionale, ho iniziato come cameriere e presto sono diventato Assistant Manager. A quel punto, però, dopo gli alberghi e le caffetterie, volevo mettere il mio bagaglio di esperienza a disposizione del mondo della ristorazione. Ho trovato un’opportunità di lavoro a Chelsea e qui ho conosciuto Matt, che è il mio capo ancora oggi. Ero capocameriere, dopodiché con Matt abbiamo aperto un nuovo ristorante a Carnaby Street; stava iniziando a prendere forma un nuovo progetto chiamato Oysterman, ma proprio in quel momento ho avuto un problema a una spalla e sono stato costretto a rientrare in Italia a curarmi. Poco prima di partire Matt mi ha parlato di Oysterman e io ho trascorso la mia estate di convalescenza con la voglia nel cuore di tornare a riprendere tra le mani quel sogno. E così è stato. Dopo una prima location a Kensington abbiamo cercato una sede definitiva, abbiamo aperto a Covent Garden, all’inizio con soli 26 coperti, poi ci siamo espansi fino a 47 coperti rilevando anche il locale attiguo”.

E quante soddisfazioni ti sta regalando, Oysterman?

“Tantissime, non ci sono parole per esprimerle. Da un anno a questa parte abbiamo iniziato a conquistare i primi awards. Nel 2019 per l’Observer siamo stati Best Restaurant UK, poco dopo è arrivato lo stesso riconoscimento anche nell’ambito del London Lifestyle Award e una settimana fa la rivista Small Medium Enterprise (un business magazine, cioè un periodico specializzato in economia) ci ha nominati Best Seafood Restaurant 2020. Un traguardo per noi ancora più importante proprio perché conquistato in un anno così particolare e problematico come questo, segnato dal Covid-19 in tutto il mondo”.

Qual è il segreto che vi rende così speciali da avere conquistato l’amore della clientela ma anche tutti questi premi di altro livello?

“Fino a questo momento a Londra e dintorni i ristoranti di pesce erano visti solo nell’ambito della categoria detta ‘fine dining’, tutto molto classico, le tovaglie bianche, i camerieri in giacca e cravatta. Qui abbiamo puntato su un ambiente ‘causal’ nel senso stilistico del termine, ma tutt’altro che casuale nell’allestimento. Tutto, dalla cura del cibo, al servizio, agli ambienti, alla musica di sottofondo, è concepito per creare un vero percorso esperienziale, un viaggio non solo nei sapori ma prima di tutto nelle emozioni, il tutto immerso nella giusta atmosfera”.

Quali sono i piatti più amati?

“Come si può immaginare già dal nome, prima di tutto le ostriche. Ne abbiamo diversi tipi e presentate con varie ricette, sia crude che cotte. Amatissimo anche il tipico granchio della South Coast, bollito e servito freddo. Ma abbiamo tante specialità di pesce da assaporare per percorrere una vera food experience di qualità”.

Come e dove ti vedi, tra 5 o 10 anni da adesso?

“In questo momento mi è difficile, se non impossibile, fare delle previsioni. Come ho detto all’inizio, son partito con l’obiettivo di perfezionare il mio inglese in sei mesi, e invece sono stati sette anni meravigliosi. E Londra mi sta dando tantissimo in termini di emozioni, di soddisfazione, di esperienza; sto incontrando gente veramente in gamba e non è detto che molte di queste persone non facciano parte del mio cammino futuro. L’unica cosa certa è che mi manca il mare: mi considero un uomo di mare, sono nato in riva al mare, ne amo i colori, il suono il profumo… Il mare è da sempre parte integrante della mia vita”.

E talvolta ti manca quella piccola provincia che da ragazzo ti andava stretta?

“Eccome, se mi manca! Torno spesso in Italia, ogni volta che ho tempo, anche per una breve vacanza. Mi manca la mia famiglia, mi mancano i miei amici, i miei affetti e i miei luoghi… E so che la gente non ci crede quando lo dico, ma mi manca da morire la focaccia! Ogni volta che torno in Liguria la prima cosa che faccio è tornare ad assaporare un bel pezzo di focaccia calda”.

Alberto Sgarlato

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