Attualità - 13 dicembre 2020, 10:00

La Fiaba della Domenica: "Spiritello"

Gelosia e Invidia sono dei veleni che ammorbano l'aria e intossicano le persone, uccidendone l'anima

“Spiritello saputello assomigli a tuo fratello

e sei molto, molto bello,

tutto biondo e tenerello”,

Così cantava Roventa, la mamma di Spiritello, accovacciata mestamente e stancamente vicino al lettino d'ospedale ove il piccolo giaceva per la settima volta.

Il bambino, infatti, soffriva di una rara malattia, dal nome impronunciabile, che lo obbligava, ogni due o tre mesi, a lunghi, dolorosi, pesanti ricoveri all'ospedale pediatrico, ove uno stuolo di dottori si prodigava e per capire l'origine delle sofferenze del bimbo e per alleviarne la pena sua, ma anche della sua famiglia.

Già la sua famiglia. Essa era composta, oltre che da sua mamma Roventa, da suo padre Calliparo e dai fratelli Mocio, Peròne, Anselmo e Trivulzio, nonché dal cane Tantan, dal gatto Felice e dal pesce Parlante.

Ma all'ospedale, ogni volta, ogni santa volta, finiva sempre Spiritello, sempre e solo lui, l'ultimo figlio, nato dai coniugi quando mai più avrebbero aspettato un nuovo lieto evento, dopo l'inutile rincorsa a una figlia femmina per ben quattro volte.

“Perché sempre io?”, urlava disperato e piangente Spiritello quando, mesto ma deciso, con gli occhi un po' appannati, l'anziano dottor Sapone, il medico di famiglia, annunciava ai genitori l'imminenza di un altro ricovero.

“Che vada Trivulzio che ha la diarrea, o Peròne che fa le puzzette!”, gridava Spiritello, “Perché sempre io in quel postaccio dell'ospedale dove ti danno da mangiare cose cattive e ti danno la buonanotte con la puntura?”.

“E poi, perché sempre io lontano dalla mamma?” “Mandate via Anselmo che dice parolacce, o Mocio che taglia la coda alle lucertole!”.

Ma, purtroppo per lui, era l'unico, lui, Spiritello ad avere la rara e strana malattia.

I suoi fratelli erano pieni di salute: correvano e saltavano tutto il giorno come matti, inseguivano il malcapitato gatto Felice, cavalcavano il povero cane Tantan, uscivano al mattino con un panino con l'olio fasciato nella carta di giornale e tornavano a sera sporchi di fango e di erba, sudati e felici delle scorribande effettuate.

Per la verità, anche Spiritello correva tutto il giorno e faceva le cose che facevano i fratelli, compatibilmente col fatto che lui fosse più piccolo.

Ma ogni tanto, a intervalli di mesi, impallidiva, sveniva, non mangiava, le sue ossa scricchiolavano come quelle di un vecchietto, gli saliva la febbre, tossiva.

E allora, di corsa e con trepidazione, Calliparo e Roventa, i suoi genitori, chiamavano il dottor Sapone. Prima questi provava a curare il bambino al suo domicilio: sciroppi, punture, pomate, pastiglie, impacchi, fumenti, non si contavano i rimedi provati e i soldi spesi dai genitori.

Ma il tutto, purtroppo, senza esito alcuno.

E allora Sapone, sconfitto, doveva decretare il ricovero del piccolo al famoso ospedale che curava i bambini nella città poco distante dal paese della famiglia di Spiritello.

E come sempre accade nelle famiglie ove un bambino va all'ospedale, anche in questa famiglia molti equilibri cambiarono, molti affetti si spostarono, molte responsabilità furono assunte per forza, molti sensi di colpa si radicarono, molta inquietudine si diffuse, molto nervosismo pervase, molte liti scoppiarono, molta gelosia si fece strada, ammorbando il ben essere di tutta la famiglia.

E sì, perché ogniqualvolta Spiritello finiva all'ospedale, la mamma passava molto, molto tempo con lui, rimaneva giornate intere al capezzale del bimbo, triste e pensierosa, con il cuore spezzato a metà, diviso tra il piccolo degente e tutti gli altri suoi cari rimasti a casa.

E quando la sera, con gli occhi lucidi e stanchi, Roventa salutava Spiritello, erano lacrime e urla.

Il bambino si attaccava alla sponda del letto e strillava: “Mamma, mamma, perché non passi la notte con me, i miei fratelli sono grandi e poi a loro non fanno le punture!”

E la mamma, per non prolungare quell'agonia, salutava e baciava Spiritello e, con insolita forza, si avviava verso l'uscita, trattenendo le lacrime che, copiose, sgorgavano subito dietro l'angolo.

E così tutte le sere, ogni sera.

Dal radioso mattino quando la mamma arrivava, si giungeva allo spegnersi del giorno con un'infinita tristezza.

Il mattino Spiritello si svegliava molto presto. All'ospedale, si sa, si dorme poco: carrelli, barelle, il via vai delle infermiere, il pianto dei piccoli ricoverati, i secchi comandi dei medici.

E così lui, presto sveglio, dopo un breve, solitario pianto, si rifugiava in un mondo fantastico nel quale, a turno, Mocio, Peròne, Anselmo e Trivulzio si ammalavano e lui, forte, grande, gagliardo e risoluto, li portava, addirittura a spalle, all'ospedale dei bambini. E naturalmente la mamma dormiva con lui, il papà giocava solo con lui e i compagni e le compagne di scuola ammiravano solo lui, mica quei malaticci dei suoi fratelli!

Arrivava poi la sua mamma che, in genere, passava tutta la giornata al suo capezzale, tra un sorriso, un sospiro, una lacrimuccia, un colloquio con i medici.

E le fiabe, tante fiabe, raccontava la mamma a Spiritello: “I leprotti insicuri”, “L'ospedale dei ranocchi”, “La scimmietta che non voleva crescere” e così via. Tutte fiabe su bambini malati che, con l'aiuto dei medici e l'affetto dei genitori, riuscivano a guarire e a diventare adulti sani e sicuri di sé.

Ma nonostante tutto il tempo che la sua mamma gli dedicava, Spiritello era triste, arrabbiato, si sentiva solo e abbandonato, soprattutto era geloso, invidioso della salute dei propri fratelli e del fatto che potessero godere a loro piacere del tempo e delle attenzioni dei suoi genitori.

E i fratelli? Erano anch'essi gelosi!

Gelosi delle attenzioni costanti della mamma al capezzale di Spiritello, gelosi delle preoccupazioni costanti che i genitori nutrivano per lui, del perenne pensiero votato al piccolo malato, sempre al centro di ogni discorso e di ogni progetto.

E la sera i quattro fratelli, spediti a letto come giusto che fosse, tornavano quatti quatti, in pigiama, sui loro passi a origliare i discorsi dei genitori. E sempre, immancabilmente, Calliparo e Roventa parlavano di lui, di Spiritello, del suo vivere da malato, della sua scarsa prospettiva di vita, dei tormenti che ciò loro provocava, dei propositi per cercare una soluzione.

E si rodevano i quattro fratelli: mai di loro si parlava, mai della loro carriera scolastica, mai dei loro problemi, mai dei loro interessi, amicizie, dissapori.

Mai una volta: loro c'erano, erano grandi, forti, sani e belli, potevano cavarsela da soli!

Ma non era così! Loro, come Spiritello, avevano bisogno delle attenzioni dei genitori, anche se in modo diverso, anche loro dovevano poter entrare nei progetti di mamma e papà!

Era il trionfo del male inutile.

Invidia e gelosia da ambo le parti colpivano i genitori, aggravando in loro salute e morale.

Già prostrati dalla malattia del figlio, dovevano mediare tra le opposte gelosie.

Per fortuna la scienza progredisce.

Venne scoperto un farmaco che prometteva di sanare proprio quella impronunciabile malattia che affliggeva Spiritello. Egli fu tra i primi a usufruire del nuovo, prodigioso medicinale.

E guarì, non svenne più, non impallidì più, divenne vigoroso e volitivo, non c'era più bisogno del dottor Sapone, mai più all'ospedale!

E così, come per magia, ritornarono in famiglia serenità ed equilibrio, affetto e cortesia, solidarietà e amore fraterno.

La malattia era stata sconfitta, ma soprattutto erano state debellate invidia e gelosia, quei diabolici veleni che, ammorbando l'aria come un gas nervino, uccidono l'anima di grandi e piccini.

Opera tratta da: "Le fiabe per... Affrontare gelosia e invidia", di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra (Collana "Le Comete", Franco Angeli Editore).

GLI AUTORI:

Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.

Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Associazione Pietra Filosofale

L’Organizzazione persegue, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante l’esercizio, in via esclusiva o principale, delle seguenti attività di interesse generale ex art. 5 del D. Lgs. 117/2017:

d) educazione, istruzione e formazione professionale, ai sensi della legge 28 marzo 2003, n. 53, e successive modificazioni, nonché le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa;

i) organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale di cui al presente articolo;

k) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;

In concreto l’associazione, già costituita di fatto dal 27 gennaio 2016 e che ha ideato e avviato il concorso letterario Pietra Filosofale di concerto con l'amministrazione comunale, intende proporsi come soggetto facilitatore, promuovendo e stimolando proposte di cultura, arte e spettacolo sul territorio, organizzazione di eventi culturali e/o festival, ideazione e promozione di iniziative culturali anche in ambito nazionale, costruzione, recupero e gestione di nuovi spazi adibiti a luoghi di Cultura Permanente, anche all’interno di siti oggetto di riqualificazione e/o trasformazione quali ad esempio l’ex Cantiere Navale di Pietra Ligure, come già attuato nel 2018 presso la Biblioteca Civica di Pietra Ligure, ove ha curato un percorso specifico di incontri dedicati alla salute e al benessere attraverso il progetto Il sogno in cantiere": il sogno, in onore e ricordo del cantiere navale che un tempo a Pietra Ligure ha dato vita a tante navi che sono andate nel mondo, vuole ritrovare nel “Cantiere” il luogo di cultura permanente dove poter trascorrere un tempo dedicato al pensiero del cuore, per nutrire l'anima con letture, scrittura creativa, musica, conferenze, mostre.

La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.

L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.

«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman

La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure essere certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre: se così non fosse finirebbe la vita. (C.G.Jung, L'uomo e i suoi simboli)

Pedagogia della fiaba

La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.

"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli).