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Attualità | 24 gennaio 2021, 10:32

La Fiaba della Domenica: "Entro quattro mura"

Il crudele destino che aspetta i "promettenti maiali di belle speranze"

La Fiaba della Domenica: "Entro quattro mura"

Entrecote era una rosea maialina, una suinella proprio per bene che disdegnava come plebee le abluzioni nel fango delle sue compagne, che non tollerava affatto di esser dall’uomo chiamata “porco”, che soprattutto non riusciva a sopportare il tipico lezzo che contraddistingue sin da lontano la porcilaia e i suoi grufolanti abitanti.

Sarà stato in virtù del francesismo del nome, Entrecote, mentre le sue amiche scrofette si chiamavano Jessica, Pervinca, Bologna, Suntina e così via, nomi tutti, comunque, adeguati e palesanti una forte e orgogliosa identità di appartenenza, sarà stato perché Entrecote aveva sentito il fattore pronunciare “della maiala non si getta mai nulla”, mentre lei buttava via tre quarti di tutto ciò che contraddistingueva i suini, sarà stato il destino, sta di fatto che Entrecote cominciò a gettare via tutto, soprattutto se stessa.

E come? Direte voi!

Procediamo con ordine.

La mamma e il papà di Entrecote, da tempo l’una rotolo di salsicce vicino Mortara e l’altro prosciutto appeso a Langhirano, erano due promettenti maiali padani di belle speranze che avevano realizzato il sogno di una permanenza autoctona, senza essere mescolati nel porcile agli odiosi e odiati maiali di importazione, così come avevano, postumi, realizzato il sogno di non uscire dal territorio e di non essere esportati, rimanendo allocati e appesi ai ganci dei siti che già sono stati citati.

Il padre, Vercingetorige, era un imponente maiale carismatico famoso per i suoi motti, i suoi detti, i suoi aforismi che, all’occorrenza, sapeva essere sagace e salace, mordace e pugnace, un vero Aiace dello stazzo, temuto e riverito, invocato e osannato, un vero “re porco”, saggio e competente, riflessivo e risolutivo, attento e imparziale con il senso della giustizia e dell’etica sempre palesati sul grugno, intonso nell’animo e nel giudizio.

La madre, Isabella, era un’algida maiala, fulgida e pudica, formale e rispettosa, che si vantava delle sue nobili origine transalpine, certificate dal fatto che suo padre si chiamava Jambon.

Ed è per questo che, nata dal loro amore la piccola suinella, venne chiamata Entrecote, anche se il padre voleva chiamarla Germana, ma, si sa, in questi casi l’hanno sempre vinta le madri.

Orbene Entrecote vide la luce nel guazzo e nel limo, come tutti i maiali del mondo, ma, piangendo come tutti i nuovi nati, lacerati dal trauma del distacco dal ventre materno, urlando e gemendo, fece comprendere subito che lei piangeva per l’olezzo che l’aveva avvolta, lei, Entrecote, nobile maialina, figlia del porco più stimato, costretta a sopportare un tale fetore.

Certo era un bel problema: una scrofetta che vive nel porcile che non sopporta l’odore del porcile, una rosea maialina paffuta che non tollera di camminare nelle deiezioni sue e delle sue compagne.

Sarebbe come dire una maestra che non sopporta i bambini, un medico che non comprende i malati, un leone che patisce alla vista del sangue, un gatto che ha repulsione dei topi, un giornalista che odia la verità e così via.

E i genitori di Entrecote fecero un errore madornale: invece che educarla alla vita, per come è, per come si presenta, per come si articola secondo il filo divino che ci ha collocati ciascuno con il proprio compito e il proprio carico, ciascuno con le proprie peculiarità e le proprie capacità di vivere operando per il meglio per sé e per gli altri, iniziarono l’artifizio.

Iniziarono a instillare giorno dopo giorno in Entrecote e in se stessi, la finzione della diversità, della superiorità, del porco destino che aveva dato alla figlia sembianze di porco quando lei meritava molto, ma molto di più, l’esser giraffa, ad esempio, in grado di cibarsi degli steli più alti, ove l’altezza, si sa, ci avvicina al cielo e a Dio, e non della sbobba raccolta dal terreno, l’esser gazzella, magra, agile e scattante, in sintonia con i canoni estetici e non goffa come un maiale, l’esser pantera, graffiante e mordace sul serio, non come i metaforici graffi apportati  dal padre tramite gli sferzanti giudizi, l’esser donna, l’unica femmina animale in grado di gestire da sola istinti e passioni, di comandare agli uomini col fascino, ma anche con l’intelligenza.

E questo artifizio, questa finzione, questo schema mentale, questo “subito torto”, divennero la guida quotidiana di Entrecote nel suo rapporto col mondo, nelle sue relazioni con gli altri maialini, nelle sue percezioni degli accadimenti, nelle sue interpretazioni degli eventi.

E tutto, pian piano, le divenne odioso: le grufolanti compagne che trovavano divertenti gli schizzi di fango, mentre lei li interpretava, come il padre, getti di disonore, il recinto di legno, sicura dimora per tutti, gabbia di coercizione per lei, la salutare pioggia per tutti, insopportabile tormento per lei, la distensiva calura estiva per gli altri, oneroso momento di stallo per lei, il premuroso fattore sempre carico di attenzioni, rape e patate per tutti, sapido opportunista per lei, sfruttatore e ingrassatore di maiali per i suoi genitori.

E soprattutto l’odore: mentre per tutti i suoi compagni l’odore era il piacere di sentirsi tra amici, la sicurezza di casa e l’orgoglio identitario, per lei era la stigmata, il marchio di un’indelebile infamia, quella stessa maledetta vena che faceva associare il porco allo sporco, al sudicio, all’immorale, al più abietto degli esseri viventi,il grasso all’untuoso, al laido, al viscido, al levantino, al postribolo, la coda riccia alla barba riccia del demonio, il piede di porco a un arnese di scasso, il grugno del porco al deforme volto delle maschere plautine.

Da tutto ciò nascevano comportamenti strani, inaccettabili, incomprensibili da parte di Entrecote, momenti di puro solipsismo, intervallati da acuti di insolita euforia, pianti inarrestabili quanto torrenziali risa a perdifiato, silenzi prolungati conseguenti a soliloqui forbiti e meccanici.

I compagni, dapprima, cercarono di capirla, di aiutarla, di accettarla, con le sue stranezze, ma poi, di fronte alle sue sferzanti modalità, ai suoi ombrosi ritiri, ai suoi pungenti giudizi critici, si ritrassero uno a uno, scrollando il capo e borbottando di sconforto.

In lei  vi era qualcosa che la faceva apparire scostante, cattiva, diversa: quando i maialini si riunivano per giocare o per comunicare le proprie ansie e aspettative o per scherzare, sguazzando, motteggiandosi gioiosamente l’un l’altro, Entrecote era dilaniata tra il desiderio di essere come loro e l’incapacità di poter realizzare ciò.

Questo lacerante interiore tormento la faceva così reagire con un intollerabile amara ironia nei confronti di tutto e di tutti o, peggio ancora, con dileggio o con giudizi tremendi.

La sua inadeguatezza al confronto con gli altri era la sua condanna, divenne la sua condanna.

E si buttò via.

Il porcile, i porci, il mondo, il suo mondo da odiosi che erano le vennero a noia: era il gradino finale, quello dell’indifferenza.

Finché nel mondo che ci circonda troviamo sensazioni e stimoli, per negativi e odiosi che siano, riusciamo con esso a interagire, stabiliamo con esso un rapporto, fruiamo da esso di un seppur negativo apporto.

Dal momento in cui tutto ci viene a noia, non ci stimola più, non ci fornisce più neppure una parcella di novità e di sensazione su cui percepire e riflettere, ecco allora che ci chiudiamo alla vita e compiamo il peggior sacrilegio: rifiutare i doni che, a piene mani, ci sono stati elargiti per la paura di confrontarci con essi e per la paura di metterci in gioco.

Così fece Entrecote.

Si rifugiò tra quattro mura, quelle della parte più nascosta dello stazzo, in fondo al porcile; lontano da tutti e il più possibile lontano dall’odore di porco.

Non mangiò più, gli occhi suini persi nel vuoto di ciò che avrebbe potuto essere, ma che non era.

Il fattore, uomo pratico e attento agli umori dei maiali, visto il progressivo dimagrimento di Entrecote, le fece il dono di non farle più sentire l’olezzo della porcilaia.

Ne fece prosciutto, ma, disonore estremo, prosciutto cotto.

La fiaba è tratta da: "Le fiabe per... Vincere la paura", di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra, edito da Franco Angeli.

GLI AUTORI:

Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.

Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Associazione Pietra Filosofale

L’Organizzazione persegue, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante l’esercizio, in via esclusiva o principale, delle seguenti attività di interesse generale ex art. 5 del D. Lgs. 117/2017:

d) educazione, istruzione e formazione professionale, ai sensi della legge 28 marzo 2003, n. 53, e successive modificazioni, nonché le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa;

i) organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale di cui al presente articolo;

k) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;

In concreto l’associazione, già costituita di fatto dal 27 gennaio 2016 e che ha ideato e avviato il concorso letterario Pietra Filosofale di concerto con l'amministrazione comunale, intende proporsi come soggetto facilitatore, promuovendo e stimolando proposte di cultura, arte e spettacolo sul territorio, organizzazione di eventi culturali e/o festival, ideazione e promozione di iniziative culturali anche in ambito nazionale, costruzione, recupero e gestione di nuovi spazi adibiti a luoghi di Cultura Permanente, anche all’interno di siti oggetto di riqualificazione e/o trasformazione quali ad esempio l’ex Cantiere Navale di Pietra Ligure, come già attuato nel 2018 presso la Biblioteca Civica di Pietra Ligure, ove ha curato un percorso specifico di incontri dedicati alla salute e al benessere attraverso il progetto Il sogno in cantiere": il sogno, in onore e ricordo del cantiere navale che un tempo a Pietra Ligure ha dato vita a tante navi che sono andate nel mondo, vuole ritrovare nel “Cantiere” il luogo di cultura permanente dove poter trascorrere un tempo dedicato al pensiero del cuore, per nutrire l'anima con letture, scrittura creativa, musica, conferenze, mostre.

La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.

L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.

«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman

La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure essere certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre: se così non fosse finirebbe la vita. (C.G.Jung, L'uomo e i suoi simboli)

Pedagogia della fiaba

La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.

"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli). 

 

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