Sono un genitore e scelgo l'anonimato perché, in certi contesti, fare domande significa esporsi, e chi si espone spesso viene isolato.
Scrivo dall'entroterra savonese, dove ancora oggi si evita lo sguardo su tutto ciò che potrebbe disturbare la routine. Qui la parola "dislessia" mette a disagio, come se nominarla bastasse a farla esistere, come se fosse meglio far finta di niente.
Ma la legge non funziona così.
La Legge 170 del 2010 e il DM 5669 del 2011 affermano chiaramente che le scuole devono attivarsi anche senza una diagnosi ufficiale, quando un alunno mostra difficoltà compatibili con un Disturbo Specifico dell'Apprendimento (DSA). Non servono necessariamente certificazioni private: basta osservare con attenzione, ascoltare con sensibilità, avere gli occhi aperti e la mente libera. E poi, agire con un Piano Didattico Personalizzato, con strumenti adeguati, con empatia e coraggio.
Invece, ciò che troppo spesso accade è ben altro. Bambini in difficoltà restano invisibili, in attesa che qualcuno li prenda sul serio. Le famiglie che provano a segnalare il problema vengono messe rapidamente al loro posto.
E chi paga il prezzo più alto sono proprio i bambini. Lo paga chi fa più fatica e cerca invano di restare al passo, sentendosi sbagliato. Lo paga chi si sforza di comprendere una pagina, mentre il mondo corre veloce attorno. Chi conosce questa fatica sa bene che certe lettere possono diventare muri insormontabili. Chi ha visto quegli occhi abbassarsi davanti a una lettura ad alta voce sa quanto possa far male. E chi ama quei bambini non può rimanere in silenzio, perché il danno non è solo scolastico, ma personale, emotivo e profondo, lasciando tracce anche quando si cerca di sorridere.
Basta delegare tutto ai genitori. Basta aspettare che il tempo risolva problemi che solo la competenza può affrontare. Basta trattare la difficoltà come un fastidio da ignorare.
La scuola ha il dovere di vedere, capire, intervenire. Chi lavora con i bambini — maschi e femmine, sensibili o tenaci che siano — deve saper cogliere i segnali. Perché chi porta dentro di sé un mondo merita qualcuno che lo ascolti davvero.
Io sono un genitore. Uno che conosce la legge. Uno che ha imparato a riconoscere lo sforzo dietro ai silenzi. Uno che non si rassegna e che continuerà a parlare, anche tra le righe, anche se non verrà ascoltato.
Perché c'è chi legge con fatica, ma riesce comunque a vedere molto più lontano degli altri.