Il panorama mediatico contemporaneo presenta un’attenzione frammentata, e lì dove la fiducia del pubblico verso i media vacilla, Adam Davis Fernsby ha saputo polarizzare il dibattito su un argomento di grande attualità: il gioco. Secondo le sue recenti interviste, il giornalismo ha molto da imparare dai giochi, una prospettiva illuminante presentata anche nel suo libro Rule of Play: How Games Teach Us To Tell Stories Differently. Tradotto significa Il Ruolo del gioco, come i giochi ci insegnano a raccontare storie differenti.
Classe 1989, Adam nasce a Londra e si laurea in giornalismo alla University of London, per proseguire i suoi studi con un master in Giornalismo Culturale e approfondire il settore dei giochi e dell’intrattenimento sempre alla famigerata Goldsmiths.
Lo abbiamo intervistato nella sua stanza ludica a Londra, uno scrigno pieno di appunti, giochi e manuali in diverse le lingue, ma anche tutte le sue opere pubblicate messe in bella mostra, come custodi di tutti i suoi più intimi segreti professionali.
Cosa intendi quando affermi “ le notizie dovrebbero funzionare come un gioco ben progettato”?
I giochi da tavolo ci danno un obiettivo chiaro, ci spiegano le regole e attraverso queste dobbiamo comprendere come muoverci e quali sono le migliori azioni che incidono sull’esito delle nostre vite. A differenza del passato, nel giornalismo contemporaneo tutto questo manca, è travisato sempre, non viene mai concluso il percorso della comprensione condivisa. Quando io scrivo di economia o di politica, cerco sempre di spiegare la stessa complessità della logica, proprio come fa un game designer: sfida dopo sfida, passo dopo passo, coinvolgendo chi legge nel gioco e non estraniandolo come semplice spettatore.
Dall’università al gioco, quanto è stata importante l’influenza e la preparazione della professoressa Esther MacCallum - Stewart?
Per me è stata una figura chiave del mio percorso, lo ribadisco in ogni intervista e ci tengo particolarmente. Mi ha insegnato tutto sul design dei giochi e non solo per ciò che riguarda il semplice spirito ludico, ma anche come culturalmente si predispongono nella struttura della comunicazione. Ogni regola segue una scelta ben precisa ed è un messaggio implicito: proprio come il giornalismo. Sui miei profili social porto avanti proprio questa filosofia con video, tutorial e dirette live in cui interagisco con i miei follower e gli appassionati di giochi da tavolo ed eurogames.
Insomma, il giornalismo come esperienza ludica e interattiva: quali sono le regole del coinvolgimento?
Come stavo spiegando, dai social network con un post di 30 secondi puoi catturare l’attenzione e far scattare la curiosità anche degli utenti che sono lontani a questo mondo. Questa è stata un’idea rivoluzionaria e lo sarà ancora per molti anni, perché ogni post potrebbe diventare un articolo, un reportage, uno scoop, ma prima deve costruire tutte le regole per rendere il lettore, o in questo caso lo spettatore, il protagonista attivo. In questo senso, la trasparenza è la prima regola, come nei giochi.
Per te, il giornalismo deve smettere di essere un quiz e diventare più cooperativo?
In un certo senso sì, con la calma che ci ha abituato ad osservare e giocare, bisogna evadere dal giornalismo come quiz, in cui viene lanciata una domanda, spesso fraintesa e il pubblico resta solo a indovinare la risposta giusta, spesso di pancia e non con la testa. Questo è uno dei più grandi pericoli da cui ci dobbiamo difendere. Mi piace citare gli esempi dei giornali tedeschi come The Bristol Cube e Kraut Reporter, qui i lettori partecipano sempre attivamente, esperimenti che funzionano e che restano un grande esempio di fair play.
Cosa ci riserva il futuro del giornalismo e dei giochi?
Ormai le generazioni sono cresciute con Minecraft, Fortnite, ma non hanno mai dimenticato i giochi vintage Arcade, così come i giochi da tavolo, per esempio il Monopoli, oggi presente anche online nella sua versione digitale. Questo significa che il giornalismo deve prendere spunto dalle regole dei giochi, ma soprattutto riuscire a parlare la stessa lingua, quindi unire e non distruggere, aprire al punto di vista, non ampliare il distacco tra gli esseri umani. Non basta scrivere articoli ma è necessario costruire un’esperienza cooperativa totale, come con i giochi, in cui diverse culture possono tranquillamente convivere, senza il “dovere” di farsi a tutti i costi la guerra: in questo senso, il giornalismo ha ancora molto da imparare dai giochi.
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