Tappa ad Albenga questa settimana per la rubrica #ILBELLOCISALVERÀ per scoprire di più sul famoso e unico Piatto Blu di Albenga. Per conoscerne la storia, ho incontrato lo storico Alessandro De Blasi della Fondazione Gian Maria Oddi, che ne conosce tutti i segreti.
Oggi il Piatto Blu è custodito a Palazzo Oddo, nel cuore del centro storico di Albenga, dove si può ammirare nella mostra permanente Magiche Trasparenze. Un vero gioiello di vetro antico, di un blu profondo e luminoso, che racconta duemila anni di storia e un pizzico di mistero.
Il reperto fu scoperto nel dicembre del 1995, durante lavori edilizi sotto il “Palazzo Antico Romano” di Viale Pontelungo, zona che coincide con l’antica via Iulia Augusta, lungo la necropoli settentrionale dell’antica Albingaunum. «Fu un ritrovamento straordinario — racconta De Blasi —. L’ex soprintendente Bruno Massabò, che dirigeva gli scavi, volle proseguire anche quando sembrava non ci fosse nulla. Fu proprio grazie alla sua tenacia che, sotto uno strato apparentemente sterile, si scoprì la tomba e, poco dopo, il Piatto Blu».
A trovarlo materialmente fu un operaio della ditta che lavorava allo scavo. «Lo conobbi anni fa. Quando mi raccontò il ritrovamento, nei suoi occhi si leggeva vera emozione. Successivamente, conobbi suo figlio — sorride De Blasi —. Mi raccontò con orgoglio che fu proprio suo papà a scoprire quel piatto unico. È una storia che emoziona ancora oggi chi la ascolta».
Il piatto fu rinvenuto nella tomba 26, una sepoltura “a cremazione diretta”, cioè un luogo dove il rogo funebre e la sepoltura coincidevano. Attorno alle ceneri dell’uomo sepolto furono ritrovati anche una lucerna, tre bottiglie vitree e vari balsamari. Ma a colpire gli archeologi fu proprio lui: un grande piatto in vetro blu cobalto, perfettamente integro, decorato con due putti danzanti che richiamano i culti dionisiaci dell’antica Roma.
«È un oggetto di straordinaria raffinatezza — spiega De Blasi —. Realizzato tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C., è stato colato in uno stampo e poi intagliato e levigato a mano, con una precisione che lascia senza parole. Quando viene sollevato, la luce lo attraversa e la scena dei due putti sembra prendere vita».
Il piatto, considerato una “lanx”, cioè un vassoio da banchetto, potrebbe essere stato usato durante le cerimonie funebri per offrire cibo agli dei o al defunto, secondo l’usanza dei silicernia. La scena centrale, con i due putti che danzano portando strumenti e oggetti sacri, rappresenta il trionfo della vita e del vino, un chiaro riferimento al culto di Dioniso, simbolo di rinascita.
Dal punto di vista storico, il Piatto Blu ha un’importanza eccezionale: la sua datazione ha permesso agli studiosi di anticipare di circa un secolo l’inizio della produzione di vetri figurati ad intaglio, ritenuta fino ad allora più tarda. Un dettaglio che ha cambiato la cronologia dell’arte vetraria romana.
«È un pezzo unico al mondo — conferma De Blasi —, e il suo valore non è solo artistico ma anche scientifico. Il suo perfetto stato di conservazione ci ha permesso di capire molto di più su come e dove nascevano questi capolavori ».
Dopo la scoperta, il piatto, che probabilmente fu realizzato in un’officina di Alessandria d’Egitto, nota per la produzione di oggetti di lusso, fu esposto per la prima volta a Palazzo Ducale di Genova, poi in diverse città italiane, fino a tornare definitivamente ad Albenga nel giugno 2009, quando Palazzo Oddo aprì al pubblico, proprio con la mostra permanente “Magiche Trasparenze”.
Oggi, chi entra nella sala che lo ospita rimane incantato dalla sua luce blu profonda e dalle figure danzanti che sembrano ancora muoversi. «È la magia del vetro antico — conclude De Blasi —: riesce a raccontare il tempo senza parole. Il Piatto Blu è il nostro piccolo tesoro, un simbolo di bellezza che ci ricorda quanto anche sotto terra si nascondano storie straordinarie».
#ILBELLOCISALVERÀ