Il professor Gino Rapa va virale sui social con una sua riflessione sulla sanità di ieri e di oggi, in particolare sull’ospedale di Albenga. In poche ore, più di 1500 like e centinaia di commenti e condivisioni.
“La Sanità è un tema che mi sta molto a cuore – esordisce nel post pubblicato su Facebook - e vederla ridotta nelle attuali condizioni è davvero una tristezza. Mio padre, classe 1921, era un semplice contadino, tuttavia riuscì ad avere una buona formazione da autodidatta leggendo molto e tenendosi sempre informato sui fatti. Fu anche persona stimata e ottenne diversi incarichi pubblici. Tra questi venne scelto come amministratore dell’ospedale di Albenga insieme ad altri esponenti espressi dai vari partiti locali”.
“Ricordo benissimo la serietà e l’impegno che tutti mettevano nel loro compito affinché ogni cosa funzionasse nell’interesse comune – prosegue -. In quegli anni l’Ospedale di Albenga funzionava benissimo e attirava medici e pazienti da ogni parte della Liguria e non solo. Si dotò, spesso primo in Liguria, di strumenti all’avanguardia come la telecobalto terapia. Per gli amministratori era motivo di orgoglio essere al servizio dei loro concittadini. Non credo fossero neppure retribuiti, forse nemmeno un gettone di presenza o rimborso spese”.
“Oggi la Sanità è diventata, mi spiace davvero dirlo, una macchina da soldi. Abbiamo manager pubblici con stipendi d’oro, scelti dalla politica, che da anni ottengono risultati disastrosi – tuona -. Assistiamo con frequenza quasi quotidiana a inaugurazioni, aperture, passerelle, rinfreschi, tappeti rossi, foto di gruppo, mentre i comuni mortali, veri ‘poveri cristi’, affrontano vicissitudini sanitarie che sarebbero comiche se non fossero drammatiche. Per questo ritorno spesso col pensiero a quegli uomini normali e semplici di un tempo che sapevano fare funzionare le cose meglio dei super pagati politici e dirigenti di oggi. Erano persone comuni, ma rispettavano seriamente l’incarico avuto dai cittadini. Usavano la ragione e il buonsenso e ascoltavano i bisogni della gente, perché anche loro stessi erano la gente. Non vivevano di privilegi – conclude -, ma di onestà!”.