Attualità - 13 gennaio 2026, 09:00

Il rapper Mike Fc, il dialetto e la tappa a Savona: "Dimmi qualcosa in savonese"

Sabato scorso ha fatto tappa nella città della Torretta. Racconta la Liguria con le sue interviste e le sue canzone rappate in dialetto

Mike Fc arriva a Savona e lo fa indossando un cartello con su scritto "dimmi qualcosa in savonese".

Sabato scorso il rapper genovese che ha portato il dialetto ligure in questo genere musicale è sbarcato sotto la Torretta e in giro per la città a chiesto a molte persone di parlare con lui in savonese. 

Con più di 36mila follower su Instagram, quasi 20mila su Facebook, più di 18mila su Tik Tok e 7mila su Youtube, Michele Ferroni, 36 anni, cresciuto a Campomorone, racconta la Liguria con le sue interviste e le sue canzone rappate in dialetto. A Savona si è soffermato a chiacchierare con diversi savonesi: da Marco Briano, "Scacco Matto", il campione di Sarabanda a  Antonio Di Santo e la moglie Marisa Nadia Poggi di "Fette e panissa" di Vico dei Crema ma non solo passando dal Brandale al mercato civico anche semplici cittadini incuriositi dal suo cartello che vagava per il centro.

Insomma un vero e proprio paladino di una tradizione che rischiava di perdersi ma che negli ultimi anni sta tornando, per fortuna, in auge.

Di seguito vi riportiamo un'intervista de "La Voce di Genova" del marzo del 2024: 

Come nasce l’idea di scrivere canzoni in dialetto?

“Ho sempre avuto una passione per la musica in genovese, la nostra bella lingua. Mia nonna mi cantava ‘Bella Marinin’, a scuola ci hanno insegnato ‘Ave Maria Zeneize’. Io ho iniziato a fare rap, ho iniziato a farlo in italiano. Un giorno mi sono domandato: magari questa cosa si potrebbe fare anche in genovese. Ho provato, sono uscite le prime rime (piazza, focaccia) e da lì è uscita la prima canzone. La vedevo come una cosa a sé stante, col tempo mi sono reso conto che c’era qualcosa di più, si poteva fare di più. Ho iniziato parlando di Genova in genovese, poi della Liguria, successivamente mi sono reso conto che si potevano trattare tante tematiche con questa bella lingua”.

Hai sempre parlato in genovese oppure l’hai dovuto imparare per poterlo poi inserire nelle tua canzoni?

“Avevo il genovese nelle orecchie: mia zia, mia nonna parlavano in genovese con mia mamma, con mio zio. Mio padre però non è genovese così in casa si parlava italiano. È stata una riscoperta. Ce l’avevo nelle orecchie, quando mi sono deciso di scrivere in questa lingua ho dovuto studiare un po’. Poi con gli anni ho iniziato a parlarlo meglio. Devo dire che ho preso anche qualche ripetizione”.

Oltre a scrivere canzoni vedo che ti diverti a chiedere in giro alle persone se parlano in dialetto. Quali sono le risposte che ricevi? Sono ancora tanti quelli che parlano in dialetto?

“È un’esperimento che ho cercato di fare in giro per la Liguria, e non solo in Liguria perché sono stato anche dai tabacchini a Carloforte. È un esperimento per vedere se in giro la gente parla in genovese e ha voglia di parlarlo. Ci sono quartieri dove si parla molto e altri dove è più difficile sentirlo. È anche vero che noi siamo andati in certi momenti della giornata. Dipende anche dagli orari. Vedo che tendenzialmente tante persone hanno voglia di parlare in genovese, soprattutto se gli dai l’imbeccata poi ti raccontano la loro vita e i loro aneddoti. Non ci sono tanti giovani. È un po’ una sfida cercare di far parlare il genovese ai genovesi. Un altro elemento che ho notato è che tanti si vergognano a parlarlo, hanno paura di dire strafalcioni, di fare brutte figure. Dobbiamo andare oltre a queste cose”.

Tu conosci dei coetanei della zona che parlano in dialetto?

“Sì, con il fatto che sono di Campomorone, un po’ dell’entroterra diciamo, ho avuto la fortuna di essere in una realtà di paese dove il genovese si è conservato un po’ di più. Quando ero piccolo, adolescente, mi ricordo che coi miei amici parlavamo un po’ in genovese soprattutto quando facevamo le imitazioni dei personaggi del paese. Alcuni personaggi ti dicevano: ‘Cosa fai?! Vieni qui, vai là’. Tra noi, scherzando, parlavamo un po’ genovese. Il fatto di essere dell’entroterra mi ha aiutato ad avere un po’ di più il genovese nella fase adolescenziale”.

Luciano Parodi