io_viaggio_leggero - 24 gennaio 2026, 07:00

Ponta do Ouro, un "limbo" di sabbia ai confini con il Sudafrica

In questa rubrica troverete interviste a viaggiatori e racconti di viaggio vissuti in prima persona. Luoghi da scoprire, avventure emozionanti e storie di vita. Se hai un’esperienza da raccontare… scrivi a: ioviaggioleggero@gmail.com

Ci sono luoghi che sembrano esistere come una linea sottile, dove le mappe sfumano e i confini diventano solo un’idea. Ponta do Ouro è uno di questi: nel sud del Mozambico, a pochi chilometri dal Sudafrica, raggiungibile percorrendo piste che sanno più di deserto che di tropico.

 

Stavolta il viaggio inizia come passaggio. Di frontiera, di lingue, di modi di stare al mondo. Prima di raggiungere Ponta ho attraversato il confine sudafricano: una sbarra, due sportelli, due lingue diverse che si sovrappongono. Nessuna particolare tensione, solo quell’attimo sospeso in cui non si appartiene a nessun lato. Il doganiere ha guardato il passaporto, poi me, poi la strada dietro le mie spalle. Ha alzato la mano e fatto cenno di passare. La prima impressione è la luce: a metà mattina cade obliqua sui fili elettrici tesi lungo la strada, illuminando la polvere che si solleva al passaggio dei fuoristrada. L’asfalto non esiste, almeno non qui: questa è una cittadina di sabbia, con strade morbide che rallentano i passi. I cartelli sono pochi, spesso improvvisati. L’unico che non si può ignorare è quello grande, sospeso su una cornice di legno, senza decorazioni: solo il nome “PONTA”, in grandi lettere metalliche che sembrano dire “Bravo, sei arrivato”. La vita scorre tra ombrelloni, chioschi che vendono acqua e Coca-Cola, e piccole botteghe di legno che espongono frutta, conchiglie e braccialetti. La gente cammina lenta, ma non per pigrizia: è il ritmo del caldo, del vento, del sud. Qualcuno passa con un sacchetto di manghi, qualcuno con un bimbo sulle spalle. Il tempo sembra avere un’altra consistenza.

 

La spiaggia è a pochi metri dalla strada principale, così larga e luminosa da sembrare infinita. Le onde arrivano lunghe e si infrangono sulla riva con quella gentilezza tipica dell’Oceano Indiano. Una giovane donna prende il sole stesa su un asciugamano a righe, la pelle scura e i capelli intrecciati che scendono come corde sottili. Tiene un sandalo tra le dita, mentre la sabbia si attacca al corpo come una promessa d’estate eterna. Più in là, un gruppo di ragazzini si raduna attorno a una pila di tavole da surf. Indossano magliette gialle, alcuni già bagnati, altri con l’aria di chi sta per entrare in acqua. Parlano fitto, ridono, si spingono tra loro. Il surf qui non è moda, è vita. È futuro. Le scuole non insegnano solo a cavalcare le onde, ma a coltivare una disciplina, un sogno, un mestiere. Un uomo siede davanti a una piccola bottega di legno con tavole colorate appese alle pareti: Board Rentals. Si potrebbe pensare che noleggi solo tavole. In realtà, affitta possibilità.

 

Ci si accorge presto che Ponta è un miscuglio di culture: mozambicana, sudafricana, rurale e oceanica. Il Mozambico in questa zona è un lembo stretto di terra che guarda al Sudafrica, e le due nazioni si osservano senza bisogno di parole. Il confine è a pochi passi, e ogni giorno camion e pick-up lo attraversano portando turisti, pescatori, surfisti e lavoratori stagionali. L’economia vive di turismo, di famiglie sudafricane che arrivano per i fine settimana e di viaggiatori solitari che si fermano settimane, talvolta mesi, attratti dalla sensazione di “paradiso senza tempo.”

Nel pomeriggio la luce diventa più scura. Sulla spiaggia si allungano ombre dalle colline verdi che abbracciano la baia. È una natura che sembra addomesticata, ma non lo è: basta camminare un’oretta per scoprire come la vegetazione si infittisca, come i sentieri diventino capricciosi, tra terra rossa, palme e capanne mimetizzate nel fogliame. La gente del posto sorride poco, non per diffidenza: qui l’entusiasmo non è un biglietto da visita. La gentilezza arriva con i gesti. La sera, quando il sole scivola dietro le colline, la cittadina cambia forma. I quad tornano verso le guesthouse, le tende sulla spiaggia si richiudono, i surfisti rientrano con le tavole sotto braccio. Rimangono solo le impronte sulla sabbia, come note lasciate da un’orchestra invisibile. L’atmosfera si spegne lentamente e Ponta assume l’aspetto di un villaggio nascosto. È difficile capire da dove arrivi la musica: forse da un bar improvvisato, forse da un pick-up parcheggiato lungo la strada. È una melodia africana, leggera, appena percettibile, che vibra come sottofondo di una notte che non ha fretta.

 

Ponta do Ouro non sembra importante sulla cartina, ma lo diventa quando ci si arriva. Forse perché è alla fine di un percorso, o forse perché è l’inizio di qualcos’altro. Viaggiare fino a qui significa vedere una geografia diversa, non solo fisica ma umana. Significa passare da posti dove la storia pesa come cemento a luoghi dove tutto sembra ancora possibile. Significa scoprire una città senza marciapiedi, un villaggio dove i bambini corrono scalzi e spiagge dove il tempo non è un nemico da inseguire. Qui ho visto povertà, ma non miseria. Ponta è una frontiera emotiva. È per chi non teme il disordine, la polvere, il rumore del vento che entra nelle orecchie e non ne esce più. È per chi ha voglia di mare senza perfezione, di strade senza indicazioni, di serate in cui è il cielo a decidere il programma. Quando si va via, non ci si porta dietro solo fotografie. Ci si porta la sensazione di aver visto un posto che esiste davvero, e non lo credevi possibile. Un luogo che non ha bisogno di proporsi: il suo fascino è la prossimità, tra due “Afriche”, tra due modi di abitare il mondo.

 

C’è chi pensa che i luoghi al confine siano solo punti di passaggio. Ponta do Ouro, invece, è anche una sosta.

Marco Di Masci