Un nome per riconoscere un dolore che spesso resta senza parole. Il Consiglio comunale di Cengio, nella seduta del 23 luglio, ha approvato all’unanimità la proposta di adozione e promozione del vocabolo “atéfano”, il neologismo creato per identificare i genitori che hanno perso un figlio o una figlia.
L’iniziativa nasce dal percorso dell’associazione “Rachele Franchelli – Uno Sguardo Senza Confini Aps”, fondata nel 2024 ad Albenga dopo la prematura scomparsa della sedicenne Rachele. L’associazione si occupa di sostenere le famiglie che attraversano il lutto genitoriale, trasformando la sofferenza in un percorso di solidarietà e sensibilizzazione.
La proposta punta a colmare un vuoto linguistico della lingua italiana: se esiste una parola per indicare chi perde i genitori, l’orfano, manca invece un termine capace di definire il genitore che perde un figlio. Una condizione dolorosa che, secondo i promotori, merita riconoscimento anche attraverso il linguaggio.
Il termine nasce dal greco antico, dall’unione dell’alfa privativo “a-”, della radice “té-” collegata a “téknon” (figlio) e della desinenza “-fano”, derivata da “orphanòs”, con il significato di “privo”, “mancante”, “orfano”.
Con il voto unanime del Consiglio comunale, Cengio aderisce così al percorso di promozione del vocabolo, con l’obiettivo di rendere visibile una realtà vissuta da molte famiglie e offrire un riconoscimento a un dolore che non ha ancora trovato una definizione condivisa.