Cronaca - 29 luglio 2026, 07:26

Operazione "China Express", maxi frode fiscale da 1,5 miliardi di euro: smantellata una rete di fatture false

Il blitz della Guardia di Finanza, partito da Albenga, ha portato a 190 denunce e al coinvolgimento di 200 società. Sequestrati beni per 7 milioni di euro tra immobili, auto, liquidità e preziosi; recuperati a tassazione 120 milioni di euro

I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Savona, nell’ambito delle proprie attribuzioni istituzionali finalizzate all’individuazione e alla repressione delle più gravi fenomenologie di frode fiscale, hanno dato esecuzione, su delega della Procura della Repubblica di Savona, a decreti di sequestro preventivo, anche per equivalente, emessi dal G.I.P. presso il locale Tribunale nei confronti di 22 imprenditori, in prevalenza di origine cinese, attivi nel settore dell’abbigliamento all’ingrosso e al dettaglio e operanti in 14 regioni italiane.

Le attività di polizia economico-finanziaria sono scaturite da una verifica fiscale nei confronti di un centro estetico di Albenga, gestito da un soggetto di origine cinese, il quale, pur essendo del tutto privo di magazzino, dipendenti, capacità manageriali e disponibilità economiche, aveva emesso fatture per la vendita di abbigliamento all’ingrosso nei confronti di 204 società operanti in tutta Italia e anche all’estero, per un ammontare complessivo di circa 20 milioni di euro.

A seguito della verifica, l’imprenditore è stato segnalato alla locale Procura della Repubblica per emissione di fatture per operazioni inesistenti e distruzione e occultamento della contabilità. Sono state inoltre denunciate 192 persone fisiche che, all’esito delle indagini svolte, sono risultate beneficiarie delle false fatture emesse, successivamente confluite nelle rispettive dichiarazioni dei redditi ovvero nelle dichiarazioni delle società a loro riconducibili, in qualità di utilizzatori di fatture per operazioni inesistenti.

Nel corso delle indagini di polizia giudiziaria, coordinate dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Savona, sono state svolte, nei confronti dei principali utilizzatori delle fatture, attività di acquisizione documentale, analisi dei conti correnti, perquisizioni personali, domiciliari e informatiche, nonché interrogatori.

Le attività investigative hanno consentito di acquisire elementi secondo cui numerose imprese, operanti nel settore del commercio di abbigliamento e bigiotteria all’ingrosso e al dettaglio, avrebbero annotato nelle rispettive contabilità numerose fatture per operazioni inesistenti, emesse non soltanto dal soggetto albenganese, ma anche da altri soggetti emittenti.

Le fatture relative alle cessioni di beni, in particolare, presentavano un oggetto estremamente vago e generico, come ad esempio “Shoes”, “Bijoux” o “Jeans”, senza indicazione di quantità, prezzo e modello del bene ceduto. I documenti fiscali relativi alle prestazioni di servizi (massaggi, trattamenti per il corpo e altri servizi analoghi), invece, presentavano profili di criticità sia per gli importi dichiarati sia perché risultavano rivolti a persone giuridiche esercenti attività di commercio all’ingrosso o al dettaglio.

Secondo l’ipotesi accusatoria, gli apparenti cessionari dei beni, attraverso l’annotazione nella propria contabilità delle fatture per operazioni inesistenti emesse nei loro confronti, avrebbero ottenuto rilevanti vantaggi illeciti sia sotto il profilo fiscale – attraverso la deduzione del costo e la detrazione dell’Iva indicata in fattura – sia sotto il profilo commerciale.

Tali condotte avrebbero consentito di perfezionare acquisti dal reale fornitore, totalmente “in nero” e per importi particolarmente convenienti, per poi rivendere la merce, spesso anche a soggetti estranei alla frode, a prezzi nettamente inferiori a quelli di mercato, determinando ulteriori effetti distorsivi della concorrenza.

Le imprese e le società oggetto di sequestro preventivo da parte dell’Autorità giudiziaria, in quanto ritenute seriali utilizzatrici di fatture per operazioni inesistenti, sarebbero state in grado di movimentare, negli anni dal 2017 al 2025, volumi d’affari pari a circa 700 milioni di euro. Complessivamente, le somme movimentate dalle società segnalate ammontano a circa un miliardo e mezzo di euro.

Nel medesimo contesto sono state condotte numerose e mirate ispezioni fiscali nei confronti di soggetti economici con sede nel Lazio, in Lombardia, Piemonte e Toscana, risultati tra i principali utilizzatori delle fatture per operazioni inesistenti individuate. Le attività ispettive, svolte in deroga agli ordinari criteri di competenza amministrativo-tributaria, hanno consentito di contestare, allo stato delle indagini, basi imponibili evase ai fini delle imposte dirette e dell’Iva per circa 116 milioni di euro.

L’operazione ha consentito, inoltre, di rilevare come, in numerosi casi, le aziende coinvolte fossero intestate a soggetti “prestanome”, privi di conoscenza della lingua italiana e senza alcuna cognizione imprenditoriale o disponibilità economica necessaria per gestire società di medie dimensioni. In alcuni casi, tali soggetti dimoravano addirittura all’interno dei capannoni aziendali.

Determinanti sono risultate le indagini finanziarie delegate dall’Autorità giudiziaria e le interlocuzioni con clienti e fornitori delle imprese, che hanno permesso di individuare i reali amministratori delle società. Si trattava, in alcuni casi, di soggetti formalmente dipendenti delle imprese o, in altri, di persone del tutto estranee alle stesse, ma titolari effettivi dei conti correnti societari, con un’ottima conoscenza della lingua italiana, delle dinamiche aziendali e intestatarie di rilevanti patrimoni mobiliari e immobiliari.

Emblematici sono i casi di un quarantenne cinese residente a Milano e titolare di una decina di società, sui cui conti correnti sono stati individuati circa 6 milioni di euro, e di un’impresa intestata a una sessantenne cinese che, dal 2022, non risulterebbe più presente sul territorio italiano. Gli autoveicoli di lusso dell’azienda, tra cui Audi e Tesla, venivano infatti utilizzati quotidianamente da un nucleo familiare cinese formalmente estraneo alla società.

Analogo il caso di due catene di supermercati e “mercatoni”, rispettivamente nelle Marche e in Emilia-Romagna, formalmente amministrate da un diciannovenne pachistano e da una cinquantenne residente a Casalnuovo di Napoli. Entrambi risultavano nullatenenti e privi di adeguate capacità manageriali, mentre i conti correnti delle società erano gestiti da un soggetto cinese cinquantenne che, pur non avendo mai dichiarato redditi in Italia, risultava proprietario di immobili e autoveicoli di lusso per un valore superiore ai 3 milioni di euro.

Sulla base degli elementi raccolti, il G.I.P., su richiesta della Procura della Repubblica di Savona, ha ritenuto sussistenti gravi indizi di reato in relazione ai delitti di emissione e utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti nei confronti dei soggetti individuati quali amministratori di fatto e reali utilizzatori delle fatture false emesse. Ha quindi disposto sequestri preventivi, anche per equivalente, eseguiti dalla Guardia di Finanza.

I sequestri hanno riguardato disponibilità finanziarie liquide, azioni, quote sociali, fondi comuni e polizze assicurative per un valore superiore a un milione di euro, nonché preziosi, gioielli, borse e orologi di lusso dei marchi Patek Philippe, Van Cleef & Arpels, Hermès, Chanel, Delvaux, Gucci e Prada, il cui valore, stimato da qualificati periti, è risultato pari a circa 500 mila euro.

Sono stati inoltre sottoposti a sequestro otto immobili di pregio, tra cui un appartamento all’interno del noto complesso milanese del “Bosco verticale”, una villa di 21 vani dotata di piscina, sauna e centro benessere nel Comune di Guidonia Montecelio (Roma), un attico con piscina nel quartiere romano dell’Eur, un appartamento di pregio di 7 vani nel quartiere Monte Sacro a Roma, un appartamento di dieci vani a Prato, un appartamento a Milano nel quartiere Loreto, un villino a Vigevano (Pavia) e un appartamento di otto vani a Reggio Emilia.

Il valore complessivo degli immobili sequestrati è quantificabile, allo stato, in oltre 7 milioni di euro. I provvedimenti cautelari hanno trovato conferma anche a seguito delle impugnazioni presentate dagli indagati.

Al termine delle attività investigative, acquisito il previsto nulla osta dell’Autorità giudiziaria, sono state segnalate agli uffici competenti dell’Agenzia delle Entrate e, successivamente, cessate d’ufficio 105 partite Iva emerse nel contesto della frode e caratterizzate da plurime irregolarità amministrativo-tributarie.

In numerosi casi si trattava di vere e proprie società “apri e chiudi”, intestate a soggetti prestanome, gravate da ingenti debiti derivanti dalla riscossione, prive di magazzini e beni e utilizzate esclusivamente per l’emissione, dietro compenso, di fatture false.

L’intervento ha così consentito di scongiurare ogni ulteriore possibile utilizzo illecito delle partite Iva coinvolte.

Redazione