Cronaca - 04 settembre 2026, 20:03

Strage familiare a Finale Ligure, Di Bartolomei: "Fragilità psichica e detenzione di armi, lo Stato intervenga con i controlli"

"Io un padre che si è tolto la vita con un'arma da fuoco ce l'ho avuto, ed è da lui che vorrei partire, perché in questi giorni un pensiero mi accompagna e non riesco a scacciarlo"

Agostino Di Bartolomei

Di fronte alla tragedia che ha sconvolto Finale Ligure, anche Luca Di Bartolomei, figlio dello storico capitano della Roma, svolge un accorata riflessione su sofferenza psichica e possesso di armi. Agostino Di Bartolomei si tolse la vita con un'arma da fuoco il 30 maggio 1994, esattamente dieci anni dopo la finale di Coppa dei Campioni persa ai rigori dalla Roma contro il Liverpool. Luca aveva allora soltanto undici anni.

Il dramma familiare, in cui l'ingegnere Daniele Baruzzo ha ucciso la moglie e il figlio quindicenne, tesserato per il Finale Calcio, prima di togliersi la vita, ha assunto fatalmente contorni nazionali. Di Bartolomei affida al Corriere della Sera una presa di posizione che supera il singolo fatto di cronaca e chiama in causa un problema strutturale: "Sono passati poco più di tre giorni fra Pietralata, Apice e Finale Ligure. Un padre e una madre che uccidono la figlia disabile di cinque anni e poi si tolgono la vita. Un uomo che spara ai due fratelli nel ristorante di famiglia e si toglie la vita. Un padre che uccide la moglie e il figlio quindicenne e si spara. Tre episodi, in meno di una settimana, tutti riconducibili a quella sequenza che i cronisti chiamano ormai con troppa naturalezza omicidio-suicidio".

Di Bartolomei entra quindi nella ferita più intima della propria storia personale, intrecciando l'attualità con il ricordo del genitore: "Io un padre che si è tolto la vita con un'arma da fuoco ce l'ho avuto, ed è da lui che vorrei partire, perché in questi giorni un pensiero mi accompagna e non riesco a scacciarlo. Agostino si è sparato il 30 maggio 1994 e da allora porto dentro una domanda che le cronache di questi giorni hanno reso ancora più urgente: perché, nel momento più buio che si possa attraversare, mio padre ha scelto di non portare via anche noi".

Luca Di Bartolomei insiste proprio sulla necessità di tenere insieme fragilità psicologica e disponibilità delle armi: "Non lo dico per fare, io ateo, della teologia a buon mercato, né per giudicare chi non ce l'ha fatta; perché chi arriva a quel punto è, prima di tutto, malato di un dolore che va compreso, non condannato. Lo dico perché credo che qualsiasi discorso sulle armi debba tenere insieme due piani che i giornali, per necessità di sintesi, tendono a separare: la fragilità psichica di chi si arma o è già armato, e la disponibilità materiale, semplicissima nel nostro Paese, dello strumento che trasforma quella fragilità in strage". 

Si tratta anche di un corto circuito burocratico che da anni impedisce allo Stato di utilizzare strumenti già previsti per ridurre il rischio.

"Da tredici anni  - prosegue - esiste una norma che consentirebbe l'incrocio dei dati fra i database della Sanità e quelli dell'Interno, per revocare temporaneamente porto e detenzione a chi è in cura per depressione, in terapia con psicofarmaci o ha avuto un ricovero psichiatrico". 

"Undici anni - conclude Luca Di Bartolomeni - e quella norma resta lettera morta. Non sapremo mai quante tragedie si sarebbero potute evitare, o almeno rendere meno probabili, con un sistema che segnalasse in tempo reale una crisi in corso. Ma so che continuare a rimandare l'attuazione di controlli incrociati fra Asl, servizi di assistenza e questure, è una scelta politica (trasversale), non un destino".

Redazione