Attualità - 02 ottobre 2026, 17:15

Val Bormida, i comitati tornano sulla storia dell’Acna: "Da quella ferita la lezione per dire no all’inceneritore"

Dalla nascita dello stabilimento alla chiusura del 1999, passando per incidenti, inquinamento e mobilitazioni popolari. La lunga vicenda dell’Acna torna al centro del dibattito mentre in Val Bormida si riaccende il confronto sull’ipotesi di un nuovo impianto di incenerimento

"Quando si parla della Val Bormida, si parla di un territorio esteso tra monti e colline sino ad aprirsi verso le pianure piemontesi, un territorio difficile, un’agricoltura eroica". Parte da qui la lunga ricostruzione della vicenda Acna proposta da comitati, associazioni e cittadini che, nel pieno del nuovo confronto sull’ipotesi di un inceneritore nella parte ligure della valle, tornano a richiamare una delle pagine che più profondamente hanno segnato la storia del territorio.

Il filo parte dal 1882, con l’insediamento, a pochi chilometri da Saliceto, di un’industria destinata alla produzione di esplosivi, la SIPE. Poi le trasformazioni produttive e, dal 1929, la produzione di coloranti per tessuti.

"Immediatamente si segnalano gli effetti degli scarichi inquinanti", si legge nel documento. "Chiusero i pozzi ad uso alimentare di alcuni Comuni. L’acqua del Bormida è di colore marrone, densa di solventi e inutilizzabile per l’agricoltura".

Una vicenda che non riguardava soltanto Cengio e i centri immediatamente vicini allo stabilimento. "Il bacino fluviale è il territorio attraversato da Millesimo e Spigno e da 69 comuni, di cui 51 piemontesi e 18 liguri", ricordano i promotori della mobilitazione.

La presenza dell’industria chimica, secondo la ricostruzione, finì per incidere profondamente anche sulla parte piemontese della valle, tradizionalmente legata ad agricoltura, allevamento e produzioni locali.

"La parte bassa della valle piemontese, da sempre basata sulle produzioni agricole - uva, frutta, nocciole, ortaggi, allevamenti, laboratori caseari e turismo - è penalizzata dal degrado ambientale. L’Acna condiziona economia e qualità della vita delle comunità".

Il racconto dei comitati insiste soprattutto sulle conseguenze ambientali di decenni di lavorazioni.

"All’esterno si versano nel fiume gli scarti di lavorazioni chimiche: naftoli e fenoli. L’aria ne è pregna e l’acqua del Bormida è nera, piena di bolle e schiuma biancastra".

Ma la fabbrica significò anche lavoro per migliaia di persone. "All’inizio lo stabilimento impiegava 6 mila tra operai e ingegneri. I primi sono contadini, attirati dal posto sicuro e dal salario fisso. Ogni mattina s’ammassano davanti ai cancelli sperando di essere assunti, ignari dei rischi, ma col bisogno di portare a casa la pagnotta".

È uno degli elementi che hanno reso la vicenda Acna particolarmente complessa nella storia della Val Bormida: da una parte migliaia di posti di lavoro e un’intera economia costruita attorno allo stabilimento, dall’altra le conseguenze delle lavorazioni chimiche denunciate per decenni da agricoltori, cittadini e movimenti ambientalisti.

Nel documento vengono ricordati anche alcuni dei più gravi incidenti avvenuti nel corso degli anni.

"Nel 1939 un’esplosione causa la morte di 5 operai, 40 anni dopo esplode il cloroalluminio e ne muoiono altri 2, più i vari feriti. Sette anni più tardi una vampata di acido solforico si sparge per il paese e un uomo resta paralizzato".

Secondo la ricostruzione dei comitati, la protesta contro l’inquinamento aveva cominciato a manifestarsi già molti decenni prima della chiusura dello stabilimento.

"Tra i due conflitti mondiali inizia un altro conflitto: cominciano le proteste dei contadini uniti ai cittadini", si legge nel documento.

Uno dei passaggi decisivi arriva nel 1987, quando Roberto Meneghini e l’ex sindaco di Camerana Giacchino fondano "Rinascita per la Valbormida".

Da quel momento la protesta assume dimensioni sempre maggiori. "Iniziano le lotte. Contadini e cittadini, circa 1.500 persone, si incatenano nella sede della Regione Liguria. La fabbrica viene chiusa per 45 giorni".

Alla mobilitazione partecipano anche le parrocchie della valle: "Si mobilitano anche i parroci, che si uniscono e ad una determinata ora fanno suonare le campane per attirare l’attenzione".

Una protesta capace di unire la Val Bormida ligure e quella piemontese e destinata a proseguire ancora per anni.

La svolta arriva alla fine degli anni Novanta. "Passano dieci anni, la Valbormida viene inserita, su richiesta del Piemonte, tra le 16 emergenze nazionali. La svolta decisiva si verifica nel 1999, con la chiusura definitiva dello stabilimento Acna e con i 230 lavoratori in cassa integrazione".

La chiusura della fabbrica, tuttavia, non significa per i comitati la fine della vicenda.

Nel documento viene infatti contestato duramente anche quanto avvenuto successivamente nell’area industriale. "Nel 2000 inizia la falsa bonifica dell’Acna", sostengono i promotori, riportando le accuse di Roberto Meneghini.

Secondo Meneghini sarebbe stata adottata quella che definisce "la strategia del gatto", effettuando "uno scavo di 5 metri invece di 10". Da qui la previsione, espressa dallo stesso esponente della mobilitazione, che "il fiume, da Saliceto in avanti, sarà avvelenato per centinaia di anni".

Affermazioni che rappresentano la posizione espressa dai comitati nel documento e che vengono rilanciate oggi proprio per mettere in relazione la memoria dell’Acna con le nuove scelte industriali e ambientali che interessano la valle.

Ed è infatti sull’attualità che si chiude l’intervento. "La battaglia per la chiusura dell’inceneritore Re-Sol è stata vinta, ma oggi c’è un’altra grande battaglia per il no all’inceneritore che vogliono installare nella Valbormida ligure", affermano comitati e associazioni.

Il richiamo alla storia dell’Acna assume così un significato preciso: per i promotori della mobilitazione, ciò che è avvenuto nel corso del Novecento deve pesare anche sulle decisioni che riguardano il futuro industriale della valle.

"Noi siamo fiduciosi che i valbormidesi liguri e piemontesi sapranno fermare ancora una volta questo nuovo mostro", conclude il documento.

L'appello conclusivo: "Insieme comitati, associazioni e cittadini per dire no all’inceneritore in Valbormida".

Redazione