Il confuso e contradditorio articolo 16 della Legge 148/2011 (la manovra finanziaria di ferragosto) sta sollevando perplessità e preoccupazione in un gran numero di Sindaci liguri. Impegnato in una sorta di campagna di ascolto, proprio in questi giorni ho constatato come le norme vengano lette non tanto nel senso della gestione associata delle funzioni e dei relativi servizi, quanto piuttosto come la precisa volontà del legislatore di ridurre il numero degli enti locali a partire proprio dai Comuni con popolazione inferiore a 1000 residenti.
Con la riduzione dei trasferimenti erariali e la mancata realizzazione dell’autonomia finanziaria, le piccole realtà comunali sono state le prime a fare di necessità virtù, convenendo due o più enti di avere personale e servizi in comune e anche rinunciando Sindaco, assessori e consiglieri a ogni emolumento.
E’ diffuso il timore, da me registrato e condiviso, che la pesante accelerazione di un processo di razionalizzazione, sostanzialmente già in atto, rischi di farlo naufragare e che la puntuale attuazione della norma scoraggi e comprometta l’impegno di tanti volontari e virtuosi amministratori pubblici.
I piccoli Comuni, credo d’averlo detto più volte, non sono un costo della politica ma un investimento per il territorio. Nessun sondaggio ha avuto come esito l’esigenza di unioni comunali a dispetto della volontà degli interessati. L’obbligo ad esercitare unitariamente tutte le funzioni amministrative e i servizi pubblici, del resto, non necessariamente comporterà un risparmio né tantomeno migliorerà la qualità della vita nei Comuni sotto i 1000 abitanti, costretti ope legis ad unirsi in quattro, cinque o più e ad inventare l’improbabile su territori molto estesi ed orograficamente difficili.
Non resta che sperare in qualche ripensamento e, in attesa degli eventi, la Regione adempierà al primo dei suoi compiti: individuare entro il 17 novembre prossimo un limite demografico minimo diverso da quello indicato per le unioni e le forme associative comunali.





