Presentazione del libro “Gli uomini e altri racconti” di Carmelo Musumeci (Gabrielli Editore), con interventi di Bruno Robello De Filippis, Consigliere Comunale con delega a Cultura e Pubblica Istruzione, e di Suor Lillia Carollo dell’Istituto Suore Minime del Suffragio Nostra Signora di Misericordia, e lettura di brani scelti a cura di Giuseppe Grieco.
Il volume pubblicato da Gabrielli Editore, presenta un’introduzione a cura di Nadia Bizzotto e Giuseppe Angelini, della Comunità Papa Giovanni XXIII; una nota di Vauro Senesi, celebre vignettista de “Il Manifesto”; la prefazione di Alberto Laggia, inviato speciale di “Famiglia Cristiana” e autore di numerosi libri d’inchiesta; la postfazione del noto giurista Giovanni Russo Spena. La copertina è di Vauro Senesi.
Al termine della presentazione verrà inoltre data lettura di alcuni passi dalle lettere inviate a familiari e amici dal giovane concittadino Tomaso Bruno, attualmente detenuto in India presso il carcere di Varanasi e condannato all’ergastolo insieme a Elisabetta Boncompagni per la morte dell’amico Francesco Montis.
Gli uomini ombra e altri racconti:
“Giorni eguali, come notti, per giorni inesistenti, per notti inutili, per sempre. Il buio, il nulla, fino all’ultimo dei giorni”. Così Carmelo Musumeci descrive l’esperienza dell’ergastolo. E davvero è un pugno allo stomaco la sua testimonianza, egli detenuto ostativo ai benefici penitenziari - e scrittore - a proclamare la propria esistenza in vita, nonostante l’ergastolo, come l’assenza d’un possibile altro orizzonte. Fendente, il suo libro, che dritto raggiunge le viscere, a lasciare in chi legga l’impressione dolente d’una contusione che pertiene più all’anima che ai sensi.
In quella si racconta di uomini morti alla vita, seppure d’ognuno sia dato certificare l’esistenza, mortificata sì da azioni pregresse in dispregio di norme e valori, ma confitta oggi al muro calcinato d’una cella, stretta da sbarre che, invalicabile confine, mai s’apriranno a spazi vasti di libertà, quella di chi, a piede libero, cammina il mondo certo che all’oggi seguirà domani.
E sono esistenze coatte, cui non è dato nemmeno sperare. Fine pena, per quelle, mai, poiché esistenze ostative: cui nessun beneficio è concesso in termini di permessi premio, semilibertà, libertà condizionale. Ciò, salvo collaborare con la Giustizia all’arresto d’altri.
Era il 1992 allorché il legislatore compilava la norma (Legge 356/92) che prevedeva l’esclusione dal trattamento extramurario per quei condannati non collaborativi, conferendo al regime ostativo la qualità di pena perpetua, sorta di morte viva che affligge chi a sua volta afflisse altri, col proprio delinquere dal mondo degli uomini, come dalle sue leggi.
Così, per chi legga il libro, s’impone un distinguo tra collaboratori di giustizia e pentiti, avendo presente che il pentimento pertiene a quella dimensione d’umanità dolorosa che liberamente si sottopone ad una revisione del proprio vissuto, senza sconti né alibi, ma pienamente cosciente del reato, come della colpa. Altro la collaborazione, che risponde a precisa scelta processuale e sovente prescinde dall’esperienza del pentimento.
Incisivo, ai fini d’una comprensione piena del problema, l’impegno profuso dalla comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi, volto a denunciare il deficit di un sistema carcerario.





