Politica - 19 settembre 2012, 12:19

Sel Valbormida: 'L'instabile trampolino tra istruzione e lavoro e il limbo della precarietà'

Sel Valbormida: 'L'instabile trampolino tra istruzione e lavoro e il limbo della precarietà'

Che l'Italia non sia un paese per giovani lo si è già detto e ripetuto innumerevoli volte ma andare alla scoperta delle reali motivazioni che stanno alla base di questo rigetto è alquanto sconfortante e la presa di coscienza di tali motivazioni non manca di proiettare angoscia e demoralizzazione in chi ha a cuore il benessere del Paese e spera che studiando potrà contribuire concretamente alla crescita dell'Italia mettendo a sua disposizione le capacità acquisite in anni di sacrifici e impegno.

Sacrifici di ore e ore sui libri, di perenni spostamenti, di ansia prima di ogni esame e di notti in bianco per studiare che solo la soddisfazione di lavorare per il tuo paese e la realizzazione professionale possono lentamente annullare. Assai lontana dalla realizzazione professionale e da una serena scelta di lavorare nel Bel Paese è la realtà dei giovani che terminano l'istruzione universitaria in Italia e che si affacciano al mondo del lavoro. Desolante è a questo proposito lo scenario delineato dal Rapporto sul mercato del lavoro presentato ieri al Cnel, Consiglio nazionale dell'encomia e del lavoro.

Il testo del Rapporto, elaborato nel centro Ref e diretto da Carlo Dell'Aringa, pone particolare attenzione al mondo giovanile portando alla luce dati razionali e concreti che rilevano ancora una volta un profondo e sofferto disagio dei giovani in Italia, smentendo clamorosamente i tentativi di svariate classi politiche di mascherare gli errori che hanno portato a questa situazione con definizioni e appellativi volti a definire un profilo di decadenza e di scarsa intelligenza delle nuove generazioni. Si legge dal Rapporto che mediamente in Italia uno studente che abbia terminato gli studi universitari impiega più di 2 anni, precisamente 23.5 mesi, per trovare il primo impiego. In Germania ne bastano 18, in Danimarca 14.6, nel Regno Unito 19.4.

Ovviamente nella maggior parte dei casi si tratta di un impiego a tempo determinato ma come ormai siamo abituati a pensare 'è normale all'inizio'. Infatti per trovare un lavoro a tempo indeterminato in Italia ci vogliono quasi quattro anni (oltre che una grande fortuna), in Danimarca meno di 2 anni, in Germania quasi 3 anni e nel Regno Unito 3 anni. Nel nostro paese poi solamente il 23% dei contratti temporanei diventa stabile contribuendo immancabilmente a creare quella fila dantesca di precari nel limbo della precarietà, lavorativa e spesso esistenziale.

Difficile e complesso risalire alle cause di questo evidente ritardo italiano rispetto ai paesi citati. Lo studio parla della persistenza, in Italia, di una cultura che separa nettamente il momento formativo da quello lavorativo provocando uno scollamento tra i due mondi, tant'è che soltanto il 10% dei ragazzi italiani affianca al percorso di studi un'esperienza lavorativa. Contrariamente i paesi all'avanguardia in fatto di occupazione giovanile registrano dati fino al 50%-60%, Germania e Danimarca, e sostengono da sempre un mix di istruzione e lavoro che evidentemente attenua il passaggio e rende più flessibile il trampolino di salto al mondo lavorativo.

Interessante è a questo riguardo ricordare la Dichiarazione di Sorbona del 1998, nata con lo scopo di armonizzare i sistemi di istruzione in Europa e accolta da Francia, Italia, Germania e Regno Unito come quadro di riferimento europeo per il riconoscimento dei titoli di studio e volto a favorire la mobilità degli studenti e a promuovere le opportunità occupazionali dei futuri lavoratori. La riforma doveva migliorare le prospettive occupazionali dei laureati e collegare maggiormente istruzione e lavoro. In questo quadro il Consiglio Europeo di Lisbona del 2000 si pose l'obiettivo di diventare in 10 anni un'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo.

La crescita economica e chiaramente minore di quella prevista ma ciò che salta maggiormente agli occhi è la grande mancanza di convergenza dell'Italia agli obiettivi di crescita e investimento nell'istruzione e nel suo avvicinamento al mercato del lavoro rispetto agli altri paesi, che tuttavia si mostrano di gran lunga più vicini agli obiettivi. Perché questa lontananza e questa mancata convergenza? Come giustamente riporta il 'Corriere della Sera', citando il premio nobel per l'economia nel 1992 Gary Becker, più è alto il livello di istruzione e formazione dei lavoratori e più ciò andrà a vantaggio del sistema produttivo, a patto di utilizzarlo.

Ebbene quel capitale umano fondamentale alla crescita e al rinnovamento e miglioramento del sistema produttivo In Italia non è né elevato né impiegato. Questo spiega, se non del tutto in gran parte, l'arretratezza economica italiana e la sua perdita di competitività del 20% rispetto ai paesi della zona euro economicamente e culturalmente più avanzati. Il capitale umano rappresentato dai giovani laureati nel nostro paese non solo non è utilizzato nel suo momento migliore, ossia al termine degli studi quando le conoscenze sono ancora fresche, ma è lasciato deteriorare in lunghi periodi di inattività e odissea alla ricerca di un lavoro che spesso finiscono con l'inizio di un interminabile viaggio nella precarietà, sospesi tra la scelta di sopravvivere e la triste rinuncia a fare il lavoro per cui tanto si è sacrificato. E' esattamente a questo punto che muore il nostro sistema produttivo.

La ricerca protratta di un posto di lavoro porta i giovani ad accettare lavori che spesso non hanno nulla a che fare con il percorso di studi da loro seguiti e che richiedono requisiti inferiori alle competenze acquisite. I ricercatori del Cnel parlano di over-education , ossia di sovra educazione. Paradossale e certo difficile credere che l'Italia abbia un problema di sovra istruzione considerato che il nostro paese si distingue sempre per i bassi livelli di laureati ma se paragoniamo la risorsa che questa piccola quota di laureati rappresenta a quello che lo Stato è in grado di offrirgli, cioè alla richiesta del sistema economico, diventa molto più chiaro capire come gran parte dei neolaureati rimarrà disoccupato e una buona parte andrà a coprire un posto lavorativo diverso dalle sue competenze alimentando a dismisura la mancata corrispondenza tra il titolo di studio e la professione esercitata.

Questo sottoinquadramento, che riguarda un lavoratore su quattro e un giovane su 3, aggrava palesemente il lento e già ammalati sistema produttivo italiano poiché non avendo la possibilità di scelta né quella di realizzazione professionale come naturale terminazione di un percorso di studi verrà a mancare la preziosa molla di un lavoro svolto con passione, che ci sentire realizzati e autonomi. A questo quadro di giovani sottoimpiegati, sfruttati e rassegnati va necessariamente aggiunta una categoria che è la conseguenza inevitabile di tutte le cause che hanno determinato l'esistenza delle altre, si tratta dei giovani in fuga. Una costante quella dei cervelli in fuga che caratterizza la storia italiana degli ultimi decenni e che rende conto ancora una volta della perdita di competitività del Paese.

La delicata questione dei giovani in fuga è però quasi sempre rimasta avvolta in una vaga nebbia di autocommiserazione e il fenomeno non è stato quantificato numericamente per molto tempo ma rimasto ostaggio occasionale di questo o quel partito nel momento in cui trattare di giovani è necessaria propaganda e serve a rimembrare gli errori delle parti che ne hanno determinato l'inaccettabile condizione attuale. Oggi sappiamo, anche dal Rapporto Cnel, che i 100 mila italiani che tra il 19992 e il 2000 emigravano all'estero sono diventati nel decennio successivo più del doppio. Insomma siamo sempre più un'economia che perde lavoratori qualificati e attrae dall'estero lavoratori con qualifiche basse, esattamente il contrario di quelo che fanno i nostri concorrenti.

L'ultimo punto analizzato dal Rapporto del Cnel riguarda i Neet (Not in employment, education or training), ragazzi che non hanno un'occupazione, non sono a scuola o in formazione, In Italia sono 2 milioni di giovani tra i 15 e il 29 anni e in percentuale rappresentano il 24% rispetto ad una media europea del 15,6%. Per la maggior parte sono giovan che hanno perso il lavoro o non lo trovano mentre la restante parte è inerte, inattiva. E' un dato sconcertante, che getta grande preoccupazione e che deve destare riflessione in tutti coloro che pensano alal società come una realtà partecipata. Concludendo la crisi economia attuale deve indurre alla riflessione profonda su istruzione e lavoro poiché questi aspetti giocano un ruolo decisivo nell'ambito delle politiche per la crescita sostenibile.

La classe politica deve garantire il miglior utilizzo delle competenze disponibili con la consapevolezza che la complessità sociale, il cambiamento, l'allungamento della vita producono nuovi modelli culturali, di vita e di consumo che nell'insieme contribuiscono a formare la domanda. Occorre che l'occupazione giovanile passi attraverso i movimenti sociali che determinano la domanda: innovazione tecnologica, conoscenza dinamica della realtà, organizzazione produttiva e compatibile con la flessibilizzazione dei rapporti di lavoro e una ridistribuzione della ricchezza.

Bisogna che l'Italia si assicuri che le sue risorse umane siano in grado di rispondere alle esigenze dell'economia poiché il primo sintomo di questo squilibrio è proprio la disoccupazione. Questo significa ripartire dalla crisi con un aggiornamento dei nostri sistemi di istruzione in vista del cambiamento sociale, investire urgentemente e consistentemente in materia di istruzione combinando borse di studio a meritevoli percorsi di studio e non tagliare e ricucire a caso fondi a scuole e università nella noncuranza delle tragiche conseguenze sul mondo del lavoro e sul futuro dell'Italia.

Sonila Vathi (SEL Valbormida)

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