Riportiamo di seguito l’intervista fatta da Eraldo Ciangherotti al neo-vescovo coadiutore della Diocesi di Albenga-Imperia, Mons. Borghetti e pubblicata sul quotidiano “Avvenire”.
Quando arriverà in diocesi ad Albenga?
Certamente, stando alle indicazioni del diritto canonico, non prima di due mesi a partire dal 10 gennaio, giorno della pubblicazione della nomina; forse potrà essere anche qualche giorno dopo; comunque le date non sono ancora state individuate con precisione; presto però sarà fatto e comunicato prontamente.
Ci racconta in sintesi la sua vocazione sacerdotale sin dall'inizio della chiamata?
Tutto molto semplice. Sono un ‘animale di parrocchia’; sono cresciuto nella parrocchia di San Pietro in Avenza (Carrara) - una grande parrocchia - impegnato nell’oratorio, nella catechesi ai fanciulli, nel gruppo giovani... La mia vocazione è nata in quel contesto ecclesiale, favorita e alimentata dall’esempio di fede e di passione pastorale del parroco e degli altri due sacerdoti allora vicari parrocchiali. Ho sempre ammirato la loro intesa fraterna, il loro spirito di collaborazione, la loro voglia di annunciare il Vangelo, permeati dal magistero del Concilio Vaticano II nella sua purezza, senza fughe avveniristiche, né resistenze anacronistiche. Erano anni difficili quelli. La parrocchia, dopo la mia famiglia e con la mia famiglia, è stata la culla della mia crescita umana e cristiana, e ancor oggi porto nel cuore il timbro di quella esperienza che amo considerare il mio ‘vero Seminario’.
Cosa è cambiato nella sua vita con l’ordinazione episcopale?
Non certo la passione di vivere da prete! Il lasciare la cura pastorale della mia cara parrocchia di Santa Maria della Rosa in Montignoso (MS) è stato il primo grande cambiamento che ho percepito, come anche il dover lasciare quasi interamente l’attività di docente e di consulente. Per il resto il mio andare a Pitigliano mi ha dato anche di vivere in un territorio nuovo tra gente nuova, in una parte della Toscana meravigliosa, ma che non conoscevo affatto e che non ho faticato a sentire molto presto come casa mia. Ho avuto, poi, la gioia di allargare gli spazi delle relazioni umane, insieme all’assunzione della responsabilità, seppur dolce, di stare accanto ai miei preti, ai diaconi, ai seminaristi in spirito di paternità, fraternità e amicizia. Queste cose e tante altre sono cambiate nella mia vita, e ringrazio il Signore di avermi conservato il cuore di prete e la passione per l’uomo che in ogni momento Dio mi fa incontrare nel mio cammino.
Con quali gesti e con quale spirito entrerà nella Diocesi di Albenga?
Un’altra pagina della mia vita al servizio della Chiesa che sempre ho amato: non so nulla del territorio e non conosco nessuno; verrò in punta di piedi, con semplicità e tanto amore. Certo nel cuore porto la mia Chiesa di Pitigliano-Sovana-Orbetello, il primo amore; ho imparato tante cose dai miei sacerdoti e dai laici stupendi che vi ho trovato, che non potrò mai dimenticare!
Quali saranno i suoi primi passi nella sua nuova diocesi?
Non lo so. Vedremo. Sicuramente mi metterò a studiare la situazione, a conoscere i carissimi sacerdoti, i seminaristi, le realtà associative e la gente comune. Vorrei coltivare un bel rapporto con il Vescovo Olivieri nel segno della comunione sacramentale che ci lega. Con calma. La fretta non aiuta.
Che significato hanno per lei il dono della paternità spirituale e pastorale?
Ha detto bene, il dono! La paternità spirituale e pastorale sono un grande dono di Dio che va accolto e coltivato; oggi, in tempi di crisi della paternità, c’è bisogno di aprirsi a questo dono e concretizzarlo in cammini di accompagnamento autentici, liberanti; il Signore si serve dell’uomo per guidare il suo popolo, dobbiamo dargli una mano.
Da direttore spirituale e da rettore del seminario diocesano e da "pastoral counselor" quali idee ha maturato sulla fraternità sacerdotale raccolta con il suo Pastore?
Semplicemente essenziale. La fraternità sacerdotale è sacramentale, il rapporto tra i presbiteri e tra i presbiteri ed il Vescovo è coessenziale: la vita di un presbitero non ha senso senza quella del vescovo e quella del vescovo non ha senso senza presbiteri e fedeli laici. Un prete ‘staccato’ dal vescovo è perso, diventa un imprenditore privato, un libero pensatore, un funzionario inutile alla crescita della Chiesa e del Regno di Dio. Un vescovo ‘staccato’ dai suoi preti e dalla sua gente è una triste figura di nobiluomo ecclesiastico che nulla ha da testimoniare e da dire di decisivo per servire il Vangelo della Speranza in un mondo sempre più di-sperato, deprivato della grande speranza che è Gesù, il Cristo. Dico questo non solo sulla base della dottrina limpida di Presbyterorum ordinis, ma anche sulla base dell’ascolto e dell’accompagnamento per ore o ore di tanti sacerdoti divisi e frantumati interiormente, feriti nella stima di sé e nella loro fede.
Come chiederà ai laici di partecipare alla missione della Chiesa?
Anche su questo punto bisogna procedere con calma; un conto sono le idee chiare che uno possiede, un conto è il ruolo che uno ha: vengo come coadiutore, come aiuto, il Pastore proprio della Diocesi rimane Mons. Olivieri. Il mio modo di concepire la partecipazione dei laici si concentra in un'unica espressione per me molto importante: corresponsabilità; tutti i battezzati sono corresponsabili della edificazione del Corpo di Cristo che cammina nella storia come popolo di Dio, ciascuno secondo il dono ricevuto: né clericocrazia, né laicocrazia; insieme -ciascuno dalla sua posizione ecclesiale- è chiamato a rendere sempre più bella la Sposa di Cristo e ad amare e servire l’uomo ed il mondo con la passione e l’entusiasmo che derivano da Gesù.
C'è bisogno, secondo Lei, di una nuova evangelizzazione in una società così tanto difficile?
Direi piuttosto che sempre la società è stata difficile, un po’ impermeabile a Gesù; lo stile di Gesù è difficile da digerire e da assimilare: quindi sempre bisogna ri-cominciare a testimoniare ed annunciare Lui, speranza delle speranze dell’uomo. La nuova evangelizzazione è quel modo tipico dell’oggi -tempo favorevole, tempo di grazia- di dire Dio, di proporre Gesù nella trama degli incontri quotidiani. Credo sia un’avventura affascinante: il mondo ha sete di Dio e di Gesù e noi siamo chiamati ad essere dei facilitatori dell’incontro con Cristo.





