"Finalmente è arrivato il visto e posso andare in Siria". Semplici parole scritte su Facebook che visto il particolare momento storico, assumono un significato assai unico. Cosi Don Mario, parroco della chiesa di San Lorenzo a Cairo Montenotte, ha comunicato questa mattina ai suoi parrocchiani l'imminente partenza verso il territorio siriano, attanagliato oramai da parecchio tempo da una spaventosa guerra civile.
"No non sono pazzo, così come non sono né santo né eroe, sono solo qui con tutte le mie debolezze, col cuore in mano e le lacrime agli occhi - spiega il parroco "cairese", attualmente fuori sede poiché impegnato dallo scorso 10 ottobre in una viaggio nel "vicino" Libano - sono qui per portare un fiore su una tomba, un gesto simbolico perché la tomba non c’è ed è di un bimbo senza nome, eppure ce lo ricordiamo tutti quel bimbo siriano, quello trovato annegato su una spiaggia della Grecia quasi un anno fa, naufragato in un viaggio che avrebbe dovuto essere di speranza. Lo so che fa male ripensarci, eppure è lui che mi ha portato fino qui, passando da Grecia e Libano, e questo fiore, vorrei poterlo portare ad Aleppo, perché quel bimbo non è stato l’unico, e neanche l’ultimo. Migliaia sono morti e continuano a morire in questa guerra assurda, senza contare il numero degli adulti. E senza nessuno che riesca a fermare questo massacro continuo".
"Beh, neanch’io posso fermarlo, ma posso essere qui per loro, per tutti quelli che hanno dovuto seppellire dei figli, dei mariti, delle mogli, dei genitori e anche per tutti i siriani che ho avuto il piacere di conoscere ad Atene e a Salonicco, per i 3 milioni che sono in Turchia, per il milione e mezzo in Libano, per i centomila in Europa, e mi dispiace non poterlo scrivere in arabo per farlo arrivare anche a loro, per dare loro una testimonianza che non tutti sono indifferenti all’orrore che stanno vivendo".
"Questo però non vuole e non deve essere un giudizio per chi non è qui, anzi, vorrei fosse un gesto di comunione, perché io sono un prete, e posso rendere partecipe celebrando questo gesto di comunione chiunque lo voglia ma che per diversi motivi non può essere qui - continua - Quindi lo faccio per tutti i miei confratelli, soprattutto quelli della mia diocesi, perché sono uno di loro, e se sono qui è grazie a quelli che continuano a stare al proprio posto senza essere ladri, ruffiani o pedofili, e non di certo grazie a chi tradisce e infanga l’abito che porta".
"Sono qui per chi vuole esserci, della mia comunità parrocchiale, della nostra diocesi, e di tutta la Chiesa, quella vera, che sa pregare con ebrei e mussulmani per la pace, che non discrimina e non giudica nessuno ma anzi sa farsi vicino proprio a chi è più debole. Sono qui anche per chi non è cristiano, per chi non crede, ma, come me, vuole essere qui a urlare la propria impotenza, la propria frustrazione e vuole piangere le stesse mie lacrime di dolore. Sono qui anche perché quando mi chiedono da dove vengo, nonostante tutto continuo a essere fiero di dire dall’Italia, senza arroganza o complessi di inferiorità, perché chi ha fatto la storia del nostro paese non debba vergognarsi di un italiano come me".
"Vorrei non essere solo, e che questo gesto da piccolo e insignificante potesse diventare grande e forte da arrivare come un pugno nello stomaco a coloro che hanno delle responsabilità e potrebbero mettere fine a questo macello, e togliere loro il fiato fino a che non faranno qualcosa di concreto, non solo parole vuote, perché almeno per una volta gli interessi economici, politici, religiosi e quant’altro, venissero davvero dopo la vita delle persone. E finalmente che si possa iniziare a curare le ferite, che non sono solo del popolo siriano, ma di tutta l’umanità - conclude Don Mario. Per questo finalmente posso andare in Siria".






