Nel paese di Sennopoli non vi erano che persone di senno, animali di senno, comportamenti di senno, amministrazione di senno, commerci di senno, rapporti di senno, scuola di senno e così via, persino giustizia di senno.
Il merito di tutto ciò, veramente un grande merito, era da tutti e da sempre riconosciuto alla dinastia dei Ponderati che da anni guidava il piccolo regno con forza, moderazione e onestà.
In particolare gli attuali regnanti Ponderati, Sapio e Sofia, erano quelli che di più avevano portato il benessere della popolazione tra i sudditi di Sennopoli.
Sapio e Sofia passavano il loro tempo, tutto il loro tempo, a cercare di esprimere concretamente per i propri sudditi tutto il destino “contenuto” nel loro cognome: legiferavano con ponderazione, decidevano con ponderazione, premiavano con ponderazione, punivano con ponderazione e così via.
Sapio e Sofia Ponderati erano così ponderati, così ponderati, ma così terribilmente ponderati, che a Sennopoli, come già detto, tutto funzionava a meraviglia, certamente meno che le emozioni le quali, beh, erano ponderate anch’esse.
Comunque la tranquilla, omeostatica, forse un po’ ipocrita agiatezza serena dei sudditi di Sennopoli era una grande conquista dopo le buie annate di guerre fratricide durante la dinastia dei Folli e dopo gli altrettanto scuri e oscuri anni legati alla precedente dinastia dei Querulomani, ove tutti erano contro tutti, ognuno diffidava di ciascuno, l’uno denunciava l’altro e tutti rivendicavano tutto.
Ma era il passato!
Oggi, con i Ponderati saldamente al potere, forse la vita a Sennopoli era un po’ tediosa, forse “non succedeva mai nulla” e il primo a dolersene era “il Grido”, il giornale del Regno, forse i cittadini erano un po’ costipati e stereotipati, comunque si viveva tranquilli, con civiltà, forma e cortesia.
La coppia regnante era in pratica sempre protesa a smussare le asperità, a insabbiare i conflitti, a dare a Cesare quel che è di Cesare, a trovare la soluzione soporifera a ogni questione sollevata nel Regno, aiutata in ciò da uno stuolo di legulei e corifei che popolavano la corte notte e dì.
Sapio e Sofia Ponderati avevano anche una figlia, Intuta, delicata fanciulla di undici anni, timida e introversa, schiva e introspettiva, riflessiva come tutti i Ponderati, ma con un mare di emotività in più, sognatrice e romantica, sensibile come i Folli, indagatrice come i Querulomani, per farla breve, molto, ma molto infelice.
Intuta era molto bella, dotata di una grazia naturale che, unita alla leggiadria, la faceva sembrare camminare alzata da terra.
Educata e gentile, aveva dei genitori la lenta ponderazione dei fatti, ma più macerata, la misurata capacità di astrarre concetti generali, ma più sofferta, la capace mestizia di essere autorevole, ma più insicura, la fierezza di imporsi con poche parole, ma che emozione!
Dei genitori non aveva le certezze, la fermezza, l’algido rigore, la determinazione, il self-control, la gestione totale dell’emotività che non faceva loro gettare una lacrima se non di circostanza. E non ne possedeva l’ipocrisia.
E i Ponderati, che avevano anche una figlia, questa figlia, gestivano Intuta come gestivano il Regno: con ponderazione, con misurate parole, con pesati gesti e soprattutto con minime quanto aride manifestazioni d’affetto che a lei dispensavano con ponderazione, senza quegli, per loro, orribili, impensabili, disdicevoli “eccessi di smancerie”, così poco consoni alla ponderazione.
Le balie di Intuta erano state scelte in virtù della loro ponderazione, gli istitutori in virtù della loro rigida misurazione, gli amici in virtù della loro mitezza, i compagni di giochi in virtù del loro inglese self-control.
A Intuta la madre e il padre avevano sempre dispensato saggezza, pacatezza, autocontrollo, riservatezza, formalità, tutti aspetti, sia chiaro, positivi e importanti, ma , mio Dio, che zuppa!
Ve la immaginate una bambina vitale, vivace e frenetica di undici anni preda dei buoni consigli?!
Ve la figurate una bambina spontanea, sempre pronta a stupirsi, a emozionarsi, da undici anni vittima di segni, segnali, comandi di autocontrollo, di emozioni sopite e raffreddate?!
E via via che cresceva, Intuta diveniva sempre più sola e infelice, diversa e incompresa, inutile appendice infiammata di un corpo freddo, lento e calcolatore.
La sua infelicità era totale: lei, fanciulla entusiasta era stata spenta di ogni disdicevole entusiasmo, lei così vitale era stata uccisa in ogni sgradevole moto di vita, lei così pronta a stupirsi era stata tarpata per non stupire.
Ed era sempre più chiusa in se stessa, convinta di non valere nulla, di essere incapace a gratificare i suoi genitori, a farsi amare dai sudditi, a piacere a se stessa.
Se piaceva a se stessa era terribilmente invisa ai suoi genitori, se piaceva a loro lei si sentiva falsa e finta.
Che dilemma! Che guaio! Che tristezza! Che infelicità!
Lei, che amava accendersi di sorriso e accendere col sorriso, doveva dormire con le pinzette sulle guance che impedivano larghi sorrisi!
Lei che adorava ridere aveva imparato che ridere è disdicevole perché provoca la fine della ponderazione! Che fare? Come comportarsi? E imparò a fingere.
Questo volevano i suoi genitori, la finzione, la “sana finzione”, come dicevano i sovrani che stempera i conflitti e che mantiene i rapporti consolidati e inalterati.
Ma la finzione la faceva massimamente soffrire e la sofferenza la faceva da una parte desiderare di morire, dall’altra sognare ad occhi aperti di essere una popolana gaudente e capricciosa.
Ma sognava anche di notte: incubi spaventosi la sovrastavano, la tormentavano e la facevano svegliare di soprassalto madida di sudore.
Intuta spesso sognava di essere una statua, di voler urlare, ma di non avere voce, di voler dipingere a forti colori, ma di non avere mani, di voler correre a perdifiato, ma di non avere gambe, di voler galoppare sfrenata, ma su un cavallo di gesso.
Ma una notte sognò in maniera diversa.
Si era persa in un fitto e buio bosco di querce, non trovava via d’uscita , i rami le laceravano la pelle, così come i rovi le strappavano il vestito.
Non c’era nessuno, neppure un animaletto a cui chiedere lumi, era sola, in preda al panico più totale, quando un enorme Albero, vecchio e raggrinzito, anche lui con pacatezza, le si rivolse dicendo :”Cara e dolce Intuta, non temere, io conosco la tua sofferenza, troverai la via per uscire dal bosco”.
Intuta, incredula, ma confortata di fronte al miracolo dell’Albero parlante, disse:”Oh , saggio Albero, come posso fare, mi sono smarrita, io sono così incapace di trovare le strade della mia vita, questo bosco mi opprime, come potrò uscirne?”.
Ribatté il vecchio Albero:”Con un faticoso percorso, cara Intuta, tu uscirai dal bosco!”. Sarà dura, dovrai mettere alla prova tutte le tue certezze, tutta te stessa, faticherai, ti dispererai, ma alla fine troverai la strada maestra. Per fare ciò dovrai scontentare i tuoi genitori, stupire i tuoi sudditi, umiliarti e rivedere ogni tua convinzione, ma ciò che sarà più faticoso sarà smettere di compatirti, di commiserarti, di sentirti vittima, per poi agire secondo il tuo più profondo sentimento”.
A queste parole Intuta si svegliò di soprassalto: corse allo specchio e si vide diversa.
La mascella era sì dolce, ma anche volitiva, le labbra erano sì regolari, ma anche carnose, gli occhi erano sì arrendevoli, ma anche languidi, le spalle erano sì erette, ma non più per forma, bensì per sfida al destino, il mento era sì delicato, ma anche proteso come una polena che affronta un mare procelloso.
E capì che le prove della vita sarebbero state faticose, dure, impegnative, che doveva puntare soprattutto su se stessa per poter evocare negli altri, soprattutto nei suoi ponderati genitori, quel potenziale buono e sicuro che potevano offrirle, quel contraddittorio anche aspro che porta un giovane a misurare le proprie capacità di affermarsi nella vita e con gli altri, a valutare se stesso con quel minimo margine di errore che solo una giusta autostima può consentire, cercando di essere se stesso, con i propri limiti e le proprie capacità, senza imbrigliare il sentimento che, unico, rende la vita degna di essere vissuta.
Tratto da: "I sogni dei bambini. Tracce archetipiche nelle immagini della notte", di Elvezia Benini e Cecilia Malombra, collana "Psicoterapie", Franco Angeli Editore.
GLI AUTORI:
Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.
Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.
Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.
Associazione Pietra Filosofale
L’Organizzazione persegue, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante l’esercizio, in via esclusiva o principale, delle seguenti attività di interesse generale ex art. 5 del D. Lgs. 117/2017:
d) educazione, istruzione e formazione professionale, ai sensi della legge 28 marzo 2003, n. 53, e successive modificazioni, nonché le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa;
i) organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale di cui al presente articolo;
k) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;
In concreto l’associazione, già costituita di fatto dal 27 gennaio 2016 e che ha ideato e avviato il concorso letterario Pietra Filosofale di concerto con l'amministrazione comunale, intende proporsi come soggetto facilitatore, promuovendo e stimolando proposte di cultura, arte e spettacolo sul territorio, organizzazione di eventi culturali e/o festival, ideazione e promozione di iniziative culturali anche in ambito nazionale, costruzione, recupero e gestione di nuovi spazi adibiti a luoghi di Cultura Permanente, anche all’interno di siti oggetto di riqualificazione e/o trasformazione quali ad esempio l’ex Cantiere Navale di Pietra Ligure, come già attuato nel 2018 presso la Biblioteca Civica di Pietra Ligure, ove ha curato un percorso specifico di incontri dedicati alla salute e al benessere attraverso il progetto “Il sogno in cantiere": il sogno, in onore e ricordo del cantiere navale che un tempo a Pietra Ligure ha dato vita a tante navi che sono andate nel mondo, vuole ritrovare nel “Cantiere” il luogo di cultura permanente dove poter trascorrere un tempo dedicato al pensiero del cuore, per nutrire l'anima con letture, scrittura creativa, musica, conferenze, mostre.
La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.
L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.
«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman
La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure essere certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre: se così non fosse finirebbe la vita. (C.G.Jung, L'uomo e i suoi simboli)
Pedagogia della fiaba
La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.
"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli).





