Attualità - 04 ottobre 2020, 09:42

La Fiaba della Domenica: "Il gattino strabico"

Qual è una "corretta visione del mondo"? Tante metafore sulla prospettiva in questa fiaba domenicale

La Fiaba della Domenica: "Il gattino strabico"

Nel migliore dei mondi, si sa, l’armonia e la sinfonia delle creature assordano di bellezza con il loro silenzio, i colori e la luce delle cose abbacinano con il loro emergere dal tutto indistinto del caos.

Nel migliore dei mondi, si sa, i topi fanno i topi, gli uomini fanno gli uomini, i gatti fanno i gatti e così via.

Nel migliore dei mondi il pensiero circolare femminile crea una sinergia cristallina con il pensiero lineare maschile e ogni anfratto, ogni dove si riempiono di magia e di quella giusta abitudine all’appagamento nel quotidiano che fanno apparire la vita una cara e dolce avventura da godere a piene mani ed affrontare come un dono verso il quale esprimere gratitudine.

In poche parole, nel migliore dei mondi, ognuno ha una visione chiara e adamantina di ciò che lo circonda.

Ma il gattino Remigio non viveva nel migliore dei mondi, viveva in un mondo strano, apparentemente razionale, ma in realtà rovesciato, ove l’effetto che segue una causa spesso la precede, ove la colpa per un’azione malevola si chiama trasgressione, ove la vittima di un sopruso deve dimostrare di averlo subito, ove il tracotante gatto Caligola può permettersi ogni sorta di angheria a chicchessia, tanto è sempre compreso perché lui è un gatto di strada, lui, e la strada, si sa, è colpevole, tanto colpevole che può essere punita riempiendola di immondizia e lasciando prosperare su essa buche ed erbacce.

Nel mondo del gattino Remigio, comunque, ognuno vive affermando la propria individualità: certo bisogna sgomitare, non avere scrupolo alcuno, non curarsi del prossimo né delle altrui sofferenze, ma vuoi mettere i vantaggi!

Abbondanza di cibo di ogni tipo, cappottini per gatti di ogni colore, ogni settimana da coiffeur e manicure, pedicure, lucidatura del pelo, shampoo profumato, cuscini di broccato ove sognare leccornie prelibate; altro che caccia ai topi, questa è roba da terzo mondo!

E poi i guinzagli: leopardati, di Dolce e Capanna, addirittura in fibra dorata!

La famiglia di Remigio, papà, mamma, due sorelle e due fratelli, tutti maggiori di lui, era una famiglia davvero modello: ognuno ben collocato nella società dei gatti, con il suo ruolo accreditato socialmente, con la propria funzione apportatrice di benessere e di voluttà, con il proprio tornaconto sempre ben presente, ciascun membro della famiglia con una vita parallela a quella degli altri membri che, per carità, mai avrebbe intersecato quella, appunto, degli altri, ciascuno molto rispettoso delle faccende altrui e geloso delle faccende proprie, ognuno a pranzo e a cena rigorosamente in orari diversi e con diete diverse, ognuno con il proprio telefono cellulare sempre in ricezione di sms che nessuno degli altri membri della famiglia avrebbe mai pensato, neppure lontanamente, di leggere, ciascuno consapevole dell’unione familiare e della percezione che la famiglia proiettava all’esterno: loro sì che ce l’avevano fatta!

Soprattutto loro, gli Avulsi, questo era il cognome di Remigio, ci vedevano bene.

Avevano una vista così acuta, così gestionalmente presente in ogni istante, così multifocale, così focalizzante e pertinente da fare proprio invidia.

Tutto veniva dagli Avulsi visto per il verso giusto, dal lato giusto, dalla giusta prospettiva, con le giuste modalità emotive, con una visione perfettamente calcolata, sempre proiettiva, mai speculare.

E ciò, questa vista perfetta, che non dava mai adito a visioni dubbie e men che meno opinabili, era la loro carta vincente nella città di Gattopoli e nel mondo che, come già si è detto, non era il migliore dei mondi, ma che agli Avulsi non sarebbe potuto andare più a genio.

Questa acutezza visiva divenne però, paradossalmente, una croce quando Remigio, un poco cresciuto, cominciò a mettere a fuoco la realtà.

Come si sa, i gattini nascono ciechi e poi, pian piano, crescendo, cominciano ad aprire gli occhi, proiettandosi nella vita con i loro occhietti curiosi.

Ma in Remigio, figlio degli acutissimi Avulsi, c’era qualcosa che non andava: era strabico!

Se da piccolino il vedere le cose diverse da mamma e papà poteva sembrare riconducibile agli occhietti ancora un po’ velati da una sottile e ambrata membrana, man mano che Remigio cresceva questo fatto non era più giustificabile: sicuramente era strabico, difettoso, i suoi occhi sicuramente avevano bisogno di cura.

E già, perché tutto ciò che i genitori e i fratelli vedevano chiaro e lineare, a Remigio appariva sfuocato, confuso e anche un po’ storto, fuori fuoco, fuori prospettiva, poco delineato.

E più cresceva e più il “difetto” si acuiva, più diveniva grande e consapevole e più i suoi occhi apparivano inadeguati.

Facciamo qualche esempio: lui vedeva il fratello maggiore graffiare e rovinare la bicicletta ferma sotto casa e la mamma, che con lui guardava fuori dalla finestra, esclamava:”Guarda Tommaso, tuo fratello, che bravo, ha alzato da terra la bici del vicino che era caduta!”

Se lui vedeva la sorella Attilia con il naso tutto pieno di polvere bianca, l’altra sorella Crimilde, a fianco a lui, affermava:”Povera Attilia che forte raffreddore si è presa!”

E così via.

Lui vedeva i genitori a malapena parlarsi senza neppure guardarsi e se provava a dirlo a loro, i suoi quasi lo redarguivano:”Ma che cosa vedi con quegli occhi strabici, siamo stanchi, dobbiamo lavorare, fare gli straordinari serali, tutto funziona benissimo, domani andiamo a comprare il tuo profumo preferito, quello di Vavelocino!”

Lo strabismo di Remigio divenne un problema con i suoi compagni di giochi e poi a scuola.

A scuola Remigio vedeva tutto storto, proprio non riusciva a vedere nella giusta maniera, tanto che gli insegnanti, più volte, dovettero intervenire con forza.

E la cosa strana, scientificamente inspiegabile, era che dei mille e forse più occhiali che gli Avulsi comprarono a Remigio non ve n’era uno che riuscisse a correggere nella giusta maniera lo strabismo del gattino.

Occhiali firmati, ovviamente, da Fior, da Pucci, dai soliti Dolce e Capanna, al titanio, multifocali, a centratura guidata, ma niente!

Remigio continuava a vedere il mondo storto, sbieco, sfuocato e confuso.

Quanti oculisti consultarono gli Avulsi, quante gocce afferirono agli occhi di Remigio, quanta motilità guidata fu imposta al gattino!

Ma nulla cambiava nella sua visione.

Scorati, amareggiati, ma per nulla sfiorati da perniciosi dubbi sulla bontà della loro acutezza visiva, gli Avulsi accettarono di buon grado la decisione di Remigio, ormai gatto grandicello, di andare a vivere da solo.

Egli si stabilì nel lontano paese di Lenticchia, “quattro casette e una chiesetta”, come amava definire il papà di Remigio detto paese.

E per gli Avulsi fu una vera liberazione: non più la vergogna di un figlio strabico, non più problemi con insegnanti ed amici e, diciamola tutta, non più inutili spese per inutili occhiali.

Ma avvenne un fatto straordinario anche per Remigio.

A Lenticchia viveva il vecchio gatto Gnosone, “un pazzo eremita” agli occhi dei coniugi Avulsi, nonché degli abitanti di Gattopoli.

Gnosone prese subito in simpatia Remigio lo strabico e stabilì con lui un sodalizio di amicizia e di affetto.

Questo sodalizio si esprimeva soprattutto in lunghe passeggiate nelle quali Gnosone, molto più avanti negli anni di Remigio, invitava il giovane amico a guardare il fiorire della natura e del mondo, il suo appassire, il suo spegnersi per poi rinascere in una multiforme e poliedrica realtà sempre diversa nel suo costante ripetersi.

E Remigio, per la prima volta in vita sua, pensò di non essere strabico: ci vedeva bene, vedeva chiaramente i giusti colori, le vere tonalità affettive, l’aprirsi alla vita di giovani vite e il loro danzare nell’armonia e nella molteplicità.

E vedeva come Gnosone, nello stesso identico modo metteva a fuoco gatti, topi, fiori, alberi, case, comportamenti, valori, sistemi, affetti, ipocrisie, rinunce, vitalità, slanci e Gnosone con lui parlava, discuteva, a volte animatamente, ma sempre su una visione nella quale il bianco era bianco, il dritto era dritto, lo storto era storto.

Quante giornate, quante nottate passarono insieme guardando il cielo e la terra, gli astri e i gatti: Gnosone metteva a disposizione tutta la sua propensione all’ascolto e tutta la sua esperienza di vita e Remigio offriva tutta la sua giovanile acutezza visiva.

Tratto da: "Le fiabe per... sviluppare l'autostima (un aiuto per grandi e piccini", di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra, collana "Le Comete", Franco Angeli Editore. Con il patrocinio dell'Unicef. 

GLI AUTORI:

Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.

Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Associazione Pietra Filosofale

L’Organizzazione persegue, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante l’esercizio, in via esclusiva o principale, delle seguenti attività di interesse generale ex art. 5 del D. Lgs. 117/2017:

d) educazione, istruzione e formazione professionale, ai sensi della legge 28 marzo 2003, n. 53, e successive modificazioni, nonché le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa;

i) organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale di cui al presente articolo;

k) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;

In concreto l’associazione, già costituita di fatto dal 27 gennaio 2016 e che ha ideato e avviato il concorso letterario Pietra Filosofale di concerto con l'amministrazione comunale, intende proporsi come soggetto facilitatore, promuovendo e stimolando proposte di cultura, arte e spettacolo sul territorio, organizzazione di eventi culturali e/o festival, ideazione e promozione di iniziative culturali anche in ambito nazionale, costruzione, recupero e gestione di nuovi spazi adibiti a luoghi di Cultura Permanente, anche all’interno di siti oggetto di riqualificazione e/o trasformazione quali ad esempio l’ex Cantiere Navale di Pietra Ligure, come già attuato nel 2018 presso la Biblioteca Civica di Pietra Ligure, ove ha curato un percorso specifico di incontri dedicati alla salute e al benessere attraverso il progetto Il sogno in cantiere": il sogno, in onore e ricordo del cantiere navale che un tempo a Pietra Ligure ha dato vita a tante navi che sono andate nel mondo, vuole ritrovare nel “Cantiere” il luogo di cultura permanente dove poter trascorrere un tempo dedicato al pensiero del cuore, per nutrire l'anima con letture, scrittura creativa, musica, conferenze, mostre.

La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.

L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.

«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman

La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure essere certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre: se così non fosse finirebbe la vita. (C.G.Jung, L'uomo e i suoi simboli)

Pedagogia della fiaba

La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.

"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli). 

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