Continuano gli aumenti del carburante e benzina e gasolio già da qualche giorno hanno sfondato il tetto dei 2,2 euro al litro.
Una situazione che si aggiunge al "caro energia" e all'inflazione.
E se si ricerca la causa nella guerra in Ucraina, è bene ricordare che non è solo il conflitto a far lievitare i prezzi ma ci sono altre e differenti cause.
La Russia, infatti, non è l'unico paese da cui l'Italia importa petrolio.
Sicuramente è un fornitore importante ma non l'unico visto che i barili di greggio, nel corso del 2021, sono stati importati da 22 Paesi differenti.
Indiziate storiche dell'aumento del prezzo del carburante sono le accise dello stato: 19 "tasse" che, una volta introdotte, sono rimaste li a sommarsi con quelle precedenti.
Tra le accise si trovano quella per la guerra d’Etiopia del 1935-1936 (1,90 lire, pari a 0,000981 euro odierni), quella per la ricostruzione dopo l’alluvione di Firenze del 1966 (10 lire, 0,00516 euro odierni), il post terremoto in Irpinia del 1980 (75 lire, 0,0387) e via via scorrendo fino a quelle più recenti come nel caso del decreto ‘Salva Italia’ del dicembre 2011 (0,082 euro), l’emergenza terremoti in Emilia Romagna del 2012 (0,024 euro) o le spese del ‘Decreto Fare’ del 2014 (altri 0,0024 euro). ‘Gocce’ che, messe tutte assieme, stando a recenti rilevazioni del Ministero per lo Sviluppo Economico pesano, considerando anche l’IVA al 22%, per circa il 55% del costo alla pompa.
Nel lungo elenco di fattori che vanno ad incidere sul prezzo dei carburanti figurano poi il rapporto di cambio tra euro e dollaro, che negli ultimi giorni ha visto la moneta statunitense rinforzarsi notevolmente su quella europea. In questo momento la quotazione ha toccato 1,10, quindi un euro viene scambiato a 1,10 dollari.
Semplificando, in queste settimane comprare petrolio, che sui mercati internazionali viene scambiato per l’appunto in dollari, ‘costa’ di più rispetto a periodi in cui l’Euro era molto più forte.
Va infine tenuto conto dell’andamento del prezzo del Brent, ovvero il petrolio che viene estratto nel Mare del Nord e che in tutto il mondo viene preso come riferimento per le oscillazioni dei prezzi.
Pur essendo ancora abbastanza lontano dal record assoluto di 147,5 dollari al barile, toccato nel 2008, ad oggi si attesta a poco più di 129 dollari/barile.
Considerato che il 20 dicembre scorso aveva fatto registrare un costo di 70 dollari al barile, è evidente che anche in questo caso vi è stato un incremento esponenziale.
Sul quale hanno sicuramente inciso le tensioni tra Russia e Ucraina, ma che è altresì fortemente influenzato da scelte economico/politiche dell’Opec+, alleanza di 23 Paesi tra i principali produttori di petrolio mondiali, che ha deciso di non incrementare oltre quanto previsto (ovvero 400.000 barili/giorno) la produzione di greggio, nonostante le richieste internazionali finalizzate a cercare di contenere i prezzi.
Tirando le somme, in buona sostanza le cause del costo stellare dei carburanti sono molteplici, ma la conclusione è purtroppo che, citando un modo di dire popolare, alla fine ‘paga Pantalone’.
Ovvero tutti noi cittadini, anello incontrovertibilmente più debole di una lunga catena che si snoda a livelli internazionali e nazionali e sulla quale possiamo fare poco o nulla.
Tolto preoccuparci ulteriormente considerando che gli incrementi di costi dei carburanti rischiano di generare inevitabilmente un effetto domino già all’orizzonte.
Basta pensare che in questi giorni il settore pesca sta attuando uno sciopero per protestare contro il costo del gasolio e che, poiché gran parte del trasporto merci nel Paese avviene su gomma, anche gli autotrasportatori sono sul piede di guerra.
E’ notizia recente, infatti, che l’Unatras (unione dell’autotrasporto che raggruppa sei sigle settoriali) ha annunciato per il 19 marzo mobilitazioni in tutta Italia “contro il caro carburante e l’immobilismo del governo”.





