Sono 2901 i nuclei percettori del reddito di cittadinanza con 5656 persone coinvolte in provincia di Savona.
Questi i dati dell'osservatorio economico regionale della Cgil Liguria aggiornati a settembre 2021 che fanno luce sulla situazione nel savonese in un preciso periodo nel quale il nuovo Governo Meloni sta pensando di rivederlo o ipotesi paventata dalla Lega eliminarlo per trovare così le somme per dar vita a quota 41.
Nella nostra provincia nel frattempo alcune famiglie da circa una settimana non lo stanno ricevendo, probabilmente per via di alcuni controlli, ma lo spettro delle prossime decisioni governative non fa stare sereni i percettori.
L'importo medio mensile per i percettori nel savonese è di 535.82 euro e nel 2022 (da gennaio a settembre) rispetto a tutto il 2021 sono 3576 a 3875 i richiedenti (nel 2019 e 2020 erano rispettivamente 5665 e 4782). Il dato significativo riguarda il fatto che rispetto al trimestre precedente (aprile-giugno 2022) da luglio a settembre l'incremento in percentuale è maggiore del 34.8%. 17898 il totale in provincia dei nuclei richiedenti da aprile 2019 a settembre 2022.
Per quanto riguarda invece la pensione di cittadinanza nel savonese 3691 i nuclei che la percepiscono, con 3951 persone coinvolte e un importo medio mensile di 270.45 euro. In totale tra Rdc e PdC sono 3496 i nuclei, 6294 le persone coinvolte e l'importo medio si attesta sui 477.58 euro.
881 invece i nuclei familiari revocati dal diritto del reddito/pensione di cittadinanza in Liguria (mancanza requisito residenza/cittadinanza) e 4970 quelli decaduti (variazioni Isee, cambio composizione nucleo familiare) nei primi tre trimestri del 2022 (in totale in Liguria dall'aprile 2019 al settembre 2022: 4919 revocati e 19920 decaduti dal diritto).
"Per contrastare la crescente povertà bisogna migliorare la misura di sostegno per famiglie e lavoratori e il reddito di cittadinanza non deve essere abolito ma migliorato - ha detto Andrea Pasa, segretario generale Cgil Savona - Lo sostiene la Commissione europea, ribadendo che va rafforzato perché 'è necessario un sostegno più efficace per combattere la povertà e per promuovere l’occupazione', con un’inflazione già alle stelle e le bollette in crescita vertiginosa. Lo dicono Caritas, Cei, Forum Disuguaglianze Diversità e Alleanza contro la povertà, secondo cui bisogna fortificare le politiche sociali e cambiare i requisiti di accesso, perché troppi poveri rimangono esclusi".
"Il 45,8 per cento sono lavoratori. La misura introdotta nel 2019 dal primo governo Conte, guidato dal Movimento 5 Stelle e da Lega per dare un sostegno al reddito delle famiglie e dei lavoratori, nei primi nove mesi del 2022 è stata percepita da 1.638.628 nuclei (almeno una mensilità di reddito o pensione di cittadinanza), con più di 3 milioni e mezzo di persone coinvolte e un importo medio di 551,51 euro (dati Osservatorio Inps) - continua Pasa - Secondo uno studio dell’Inapp, Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, il 45,8 per cento dei percettori sono lavoratori poveri. Occupati ma costretti a chiedere un’integrazione salariale allo Stato per le retribuzioni 'da fame', anche a causa della cronicizzazione dei contratti a tempo determinato e dell’utilizzo massivo del part-time involontario. Difficile quindi pensare che sia davvero un 'metadone' o una 'paghetta di Stato', come l’ha definita in campagna elettorale la candidata premier Giorgia Meloni, che con i suoi Fratelli d’Italia e gli altri partiti della coalizione delle destre ha promesso prima la cancellazione e poi il sostanziale smantellamento di uno strumento già da tempo nel mirino anche di parte del centrosinistra, confermando la sua posizione di contrarietà nel discorso per la fiducia alla Camera da presidente del Consiglio".
"Certo è che il reddito di cittadinanza sarà sotto la lente di ingrandimento del nuovo Parlamento. Le posizioni si sono un po’ ammorbidite, per via dei disastri che si stanno verificando, dall’aumento delle bollette all’inflazione. Da aboliamo il metadone di Stato siamo passati alla versione: lo diamo solo a chi non è in grado di lavorare, ai fragili, a chi ha figli minori a carico. In realtà non si sa bene a cosa stia pensando la maggioranza di governo, forse a una borsa lavoro, ma da attribuire a chi? Mamma, papà, figli minorenni e maggiorenni?” - spiega Pasa -
Raccontato come la causa di ogni male della nostra economia, perché nella narrazione politica e giornalistica che lo ha accompagnato ha prodotto solo 'fannulloni” e 'disoccupati da divano', il reddito di cittadinanza ha salvato dal baratro della povertà più di un milione di persone. Poche, rispetto alla realtà del nostro Paese'.
“Quello che sappiamo è che non va cancellato, anzi, va esteso, modificato allargando la platea. Se venisse abolito avremmo molti più poveri di quelli che abbiamo adesso e oltretutto l’intensità della povertà sarebbe maggiore - ha continuato il segretario generale della Camera dell Lavoro savonese - L’Istat ci dice infatti che il reddito di cittadinanza non ha fatto superare la soglia di povertà ma ne ha ridotto l’intensità. Questo vale per percettori che pur essendo occupati possono finalmente portare i figli dal dentista, che si possono permettere beni e servizi che dovrebbero essere basic e accessibili a tutti. Mentre il dentista da noi è un lusso perché non fa parte del servizio sanitario nazionale”.
“D’altra parte da noi c’è un problema di politiche attive del lavoro che non ci sono e sul cui fronte chissà cosa succederà. Non basta affidarsi al meccanismo della domanda-offerta, le politiche attive sono una cosa seria, hanno bisogno di attenzione, formazione, consulenza, motivazione e risorse, e anche sul piano dei servizi di inclusione bisogna darsi da fare molto di più. Penso a quanti sono molto lontani dal mercato del lavoro, che hanno bisogno di essere affiancati e qualificati, ai neet (giovani che non studiano e non lavorano, ndr). Non è vero che i percettori rifiutano le offerte, nessuno lo ha mai dimostrato, a parte quegli imprenditori che lo dichiarano in interviste prive di qualsiasi evidenza empirica - conclude - Da qui la necessità condivisa da più parti di rafforzare la collaborazione e il coordinamento tra i centri per l’impiego e i servizi sociali territoriali tramite la definizione di protocolli di lavoro congiunto e di promuovere l’utilizzo integrato delle banche dati degli enti coinvolti".





