Un viaggio a piedi lungo quasi 150 chilometri, dalla Val Borbera a Milano, facendo diventare il cammino metafora di una ricerca esistenziale, un qualcosa fatto per perdersi, rallentare, tornare a respirare.
È da quell’esperienza vissuta nel 2018, insieme alla compagna Martina, che è nata in Maurizio Carucci, frontman e voce degli Ex-Otago, l'idea se non la necessità addirittura di trasformare quell'esperienza in un racconto. Così è nato Non esiste un posto al mondo, esordio letterario del cantante genovese, scaturito più da una necessità esistenziale che da un progetto narrativo vero e proprio. Quella di rallentare, prendersi tempo, allontanarsi dalla frenesia.
Venerdì 13 giugno arriverà a Finalborgo, nell’ambito della rassegna A Fugassa Letteraria, per un incontro in dialogo con Giulia Bernardi (LEGGI QUI).
Come mai la scelta di questo contesto a Finalborgo?
Ho visto questo modo direi quasi familiare con cui Giulia vive e pratica la letteratura. Quando mi ha scritto, mi sono lasciato andare e mi sono detto: “Ma sì, perché no? Facciamo questa cosa insieme”. La meraviglia di scrivere un libro è che ti permette di frequentare luoghi più intimi. Anzi, è quasi una necessità, un bisogno naturale della letteratura, del libro. E quindi posso permettermi di stare in contesti più piccoli, appassionati, corali, direi quasi “di prossimità”, frequentare anche questa condizione.
Hai parlato di intimità. Il libro nasce dal desiderio di esplorarla?
Partiamo dal fatto che parliamo di un libro di viaggio. Io sono un viaggiatore, nella vita ne ho fatti molti, spesso brevi, viaggi chiamati in tanti modi: viaggi senza gloria, viaggi militanti, viaggi sociali. Parto dalla mia cascina a piedi e vado. Sono arrivato a Milano, Torino, Genova, Piacenza… una volta sono arrivato fino a Taranto in bici, sempre partendo da casa. Avevo voglia di frequentare altri luoghi della cultura che non fossero quelli legati al mainstream, al pop, alla musica – che amo e che mi ha nutrito e continua a nutrirmi. Ma volevo anche infilarmi nelle pieghe, nei territori. E nelle pieghe della cultura, grazie alla letteratura. Ritornare a guardare le persone negli occhi, frequentare posti più piccoli, più intimi. Insomma, quello di cui parlavamo prima.
Dopo Sanremo diverse case editrici mi hanno cercato, per la mia vita un po’ anticonformista, un po’ naif. Però non ho mai voluto scrivere il romanzo del cantante pop, e anche quando ho avuto la possibilità di farlo – l’anno scorso – non l’ho fatto. Così ho scritto un libro che è profondamente mio, su cui lavoro da anni. Un libro di viaggio, anche grazie a scrittori che amo come Terzani, Ruiz, Herzog e altri. Per raccontare quel viaggio sono però dovuto partire da quando ero bambino, perché è un viaggio strettamente legato ai primi anni della mia vita. Quindi è un misto tra memoir, letteratura di viaggio e perfino saggistica: parlo anche di vino, agricoltura, cibo...
Come convivono le due anime di Maurizio Carucci, quella musicale e quella più, diciamo, “rurale” nella tua cascina in Val Borbera?
In realtà è molto più semplice di quel che sembra. Vivo in una borgata sperduta sull’Appennino, mi sveglio la mattina e sono già lì, nella mia vita rurale. Non è solo un mestiere: è un modo di stare al mondo. C’è chi dopo un po’ di successo si compra la villa, lo yacht, e c’è chi invece – ma lo dico senza giudicare – cerca una nuova relazione con la natura. Io sono quasi religioso da questo punto di vista, lo sono sempre stato e lo scrivo anche nel libro: fin da piccolo cercavo gli alberi, i boschi. Dopo i vent’anni ci sono andato a vivere dentro, sono diventato coinquilino di cerri, acacie, gatti e galline. Mi sveglio, li nutro, poi vado nella mia sala – che mi sono ritagliato a quarant’anni – e lì suono, scrivo. È una sala con pianoforte, chitarra, tavolo... È tutto intrecciato, non è per niente schematico. Magari al mattino c’è urgenza di andare in vigna perché ha piovuto così faccio il trattamento, torno e scrivo. Questi mondi sembrano lontani, ma in realtà si toccano.
In un post su Instagram, presentando il libro, dicevi che da bambino cercavi qualcosa che ti sarebbe mancato per sempre. Cos’era? Lo hai trovato?
La risposta, se c’è, è complessa. Servirebbe starne a ragionare davanti a una bottiglia di vino, con calma e silenzio, anche per ore... Io parto da un presupposto: l’essere umano, io per primo, è incompleto, irrisolto, improvvisato nella vita. Non sono il primo a dirlo, lo si dice da Seneca in poi. Ognuno di noi cerca un equilibrio in questa vita difficile. Siamo graziati, noi occidentali, ma anche colpevoli. E quindi non posso lamentarmi, ma non riesco neanche a dire “va tutto bene” sapendo cosa succede a pochi chilometri da qui.
In sostanza parlo di inquietudine, irrisolutezza, inappropriatezza. Il viaggio mi è servito per esplorare tutto questo, per celebrare una resa, ma anche per guardare il mondo con occhi nuovi, senza brama di potere, con il desiderio di fare pace con le fragilità, di valorizzare la vulnerabilità. Insomma, è un elogio dell’incertezza, del dubbio, della ricerca. In un tempo in cui tutti vogliono insegnarti la via – alla felicità, al successo, al benessere – io penso che non esista una via. O meglio: non esiste la via. Questo libro è anche un elogio al rotolare, all’inciampare e rialzarsi.
In un’intervista con la nostra redazione di Genova dicevi che sei sempre un po’ sul crinale. In questo viaggio ti sei perso un po’?
Sì, certo. Anche perché un viaggio vero non è prendere un aereo, non basta andare lontano. Il viaggio è perdere l’equilibrio. A piedi, sei sempre solo, è una ricerca continua, e in viaggio non siamo mai da nessuna parte, siamo spatriati, e per questo diventiamo più accoglienti, più sensibili. Per rinnovare la mia permeabilità, per aguzzare i sensi come quelli interiori dell’ascolto, della compassione, della pazienza, ho scelto di viaggiare.
Sembra quasi il contrario dei "cinghiali incazzati" che cantate in "Marassi. Ma è davvero così?
Non del tutto. Anche quel brano nasce per dire che non sono sicuro di essere un uomo. È un rifiuto dell’idea di dover sempre definirsi, ingabbiarsi. Viviamo in una società che ci chiede continuamente: “Tu cosa sei?” Ma noi siamo tante cose. Siamo complessità in movimento. Il viaggio serve anche a questo: a toccare con mano la nostra molteplicità.
In questo libro, quanta musica c’è? Anche non letteralmente.
C’è tanta musica. Durante il viaggio ne ho ascoltata poca, per lo più era musica di pianoforte. Scrivendo, invece, tantissima. Musica strumentale, pianisti che amo. La musica mi aiuta ad amplificare quello che voglio dire. Per scrivere il finale però, ho ascoltato per mesi solo due o tre canzoni. Sapevo che quelle melodie potevano aiutarmi ad arrivarci.
E la scrittura dove ti ha portato?
È stato faticosissimo, a tratti disperato ma anche molto profondo. È come se avessi scoperto un centro della terra, dentro di me, citando Verne. Penso che anche le persone abbiano un magma interno.
Io faccio spesso questa analogia tra persone e luoghi, e la scrittura mi ha portato più in fondo di quanto fossi mai andato prima. È come un viaggio vero. Ma i luoghi che esplori sono tutti dentro di te. Ed è un’esperienza fortissima, bellissima. Che sicuramente rifarò.