Ci troviamo in Andalusia, una delle regioni più affascinanti della Spagna. Una terra di confine tra l’Europa e l’Africa, dove la storia ha lasciato tracce profonde di questa mescolanza. Un territorio da vivere prima che da visitare.

Málaga non è una città immediata. Non si offre all’arrivo, non cerca di convincerti. Resta lì, mentre tu muovi i primi passi, come se aspettasse di capire se vale la pena farsi conoscere in profondità. Non c’è un momento preciso in cui decidi di restarci, ma succede. Málaga non costruisce attrazioni, crea atmosfera. E quando te ne accorgi, sei già dentro al suo mondo. L’arrivo è semplice, quasi neutro e senza spettacolo. Ma dopo qualche ora l’aria cambia consistenza: odora di mare, di agrumi, di terra che scotta. Il primo vero incontro non è un monumento, ma un gesto quotidiano.

Un “bocadillo” mangiato in piedi, pane croccante e jamón serrano: sapido, deciso, tagliato spesso. Nessuna introduzione, nessuna spiegazione. Málaga comincia così, da qualcosa che non chiede attenzione e proprio per questo la ottiene. Il centro storico si fa esplorare in modo disarmante. Le strade principali si aprono in una trama di vie secondarie, cortili interni, passaggi che sembrano scorciatoie e diventano destinazioni. Balconi bassi, portoni consumati, finestre aperte su cucine e salotti. La sensazione costante è quella di muoversi dentro una città viva, non predisposta per chi arriva, dove la realtà non è stata messa in posa. Qui entrano in gioco anche le “taperías", una delle chiavi più autentiche per leggere Málaga.

Non sono ristoranti nel senso classico, né semplici bar. Sono luoghi ibridi, spesso piccoli e rumorosi, dove si mangia in compagnia e in tavolini stretti. Si entra senza programmi, si ordina poco alla volta, si condivide. I menu sono brevi, scritti a mano o raccontati a voce, e cambiano poco. Le tapas sono quelle tradizionali: tortillas, crocchette, albóndigas al sugo, ensaladilla, papas bravas e altre. Qui non si viene per “cenare”, ma per assaggiare la città, boccone dopo boccone, seguendo il ritmo di chi ci vive.

Málaga non ha la teatralità immediata di Siviglia, che ti investe con la sua forza scenica e ti indica subito dove guardare. Né porta sulle spalle il peso simbolico di Granada, dove la storia si fa monumento e domina lo sguardo dall’alto. Málaga resta più discreta, più frammentata e non impone un vero e proprio itinerario. Tuttavia ci sono cose splendide da visitare! Sopra la città, quasi senza annunciarsi, si alza l’Alcazaba.

Mura color sabbia, archi, giardini interni, terrazze che aprono scorci improvvisi sul porto. Non è una fortezza che schiaccia la città, ma che la accompagna, mostrando il suo legame profondo con il Mediterraneo e con l’eredità araba. Poco più in basso, tra le strade del centro, si trova un altro segno identitario, meno visibile ma decisivo. Málaga è la città natale di Pablo Picasso, la sua presenza non è gridata, ma diffusa.

Al Museo Picasso, ospitato in un palazzo storico, il racconto evita la celebrazione facile e restituisce al visitatore un legame profondo tra l’artista e il luogo. Tra il centro e il mare, quasi senza soluzione di continuità, appare la Plaza de Toros de La Malagueta. Massiccia, circolare, senza cercare lo scontro con il contesto urbano anche se dovrebbe. È lì, come una presenza silenziosa. Oggi è soprattutto memoria e passaggio, più osservata che vissuta, simbolo di una tradizione che resta ancora molto presente.

La città è soprattutto autentica: piazzette che si aprono senza preavviso, cortili interni nascosti oltre un portone socchiuso, quartieri frequentati principalmente da chi abita lì.

Qui non c’è una separazione tra il turista e il local. E poi c’è il mare . Alla fine di una strada, oltre un incrocio qualsiasi. Nei “Chiringuiti”, il racconto cambia registro. Il protagonista è il fritto di calamari, dorato e bollente, mangiato con le mani guardando l’orizzonte. L’olio profuma di sale, il limone viene spremuto senza misura.

La spiaggia di Málaga è quotidianità: sabbia dorata, mare piatto, famiglie e nessuna estetica turistica. È uno spazio che va solo vissuto. Arriva la sera. Le luci scaldano le facciate, i passi si fanno più lenti, le ombre diventano morbide. La cattedrale emerge come una presenza luminosa, da osservare più che da vivere questa volta. Nelle strade il rumore cambia ritmo, la festa disorganizzata diventa protagonista. Nessuna regia, solo flusso urbano in continuo movimento. Málaga non prepara la notte. La lascia succedere, come tutto il resto. Quello che resta, alla fine del viaggio, non è un’immagine precisa da portare a casa. È una somma di piccole istantanee: un panino mangiato in piedi, un negozio con un’insegna fatta a mano, una strada imboccata senza motivo, il mare che compare all’improvviso tra due palazzi. Málaga non si impone, ma si deposita negli occhi e nel cuore.

Ed è forse qui che il titolo trova il suo senso: una città dove restare. Restare un po’ di più, oltre lo “scalo aereo”. Restare qualche giorno e farsi rapire dall’atmosfera. Restare perché, a un certo punto, andare altrove non sembra più così urgente.
















