In questi giorni, negli USA una delle più rigorose quanto delicate norme della Costituzione americana sta coinvolgendo, in maniera assolutamente trasversale, le più disparate rappresentanze politiche, culturali e religiose della società degli Stati Uniti. Si tratta del 25° Emendamento, un articolo che riguarda direttamente la persona più potente del mondo e che, come una delle poche clausole di salvaguardia per gli States, la può mettere fuori gioco.
A differenza dell'empeachment, normalmente utilizzato per eventi specifici, questa procedura consente di rimuovere il Presidente degli Stati Uniti senza la necessità di formulare delle accuse circostanziate, facendo perno su un diffuso e concorde parere di inidoneità dello stesso.
E' facile immaginare che non sia una procedimento semplice da attivare e da finalizzare, anche perché può essere invocato da molte figure istituzionali, come Ministri o Parlamentari, ma deve essere avviato dal Vice Presidente degli USA che però, normalmente, è tra le figure di massima fiducia della Presidenza.
Sinora, è stato applicato con successo solo nel caso di Richard Nixon, per lo scandalo del Watergate del 1974, ma allora fu lo stesso Presidente a rassegnare le dimissioni, passando il potere, come previsto dall'Emendamento, al suo Vice Gerald Ford.
Nel recente passato, al 25° Emendamento si pensò durante l'ultimo mandato di Joe Biden, ma anche nei confronti dello stesso Trump nel suo primo giro alla Casa Bianca, dal 2016 al 2020. In entrambi i casi, in considerazione della tenuità delle accuse, l'evoluzione dei fatti si fermò alla mera invocazione da parte di alcuni Parlamentari dell'opposto Partito.
Questa volta, tuttavia, potrebbe essere tutta un'altra storia. Di mezzo c'é una guerra che non era stata preventivata dalla società americana e nemmeno dal mondo MAGA che supporta il Presidente anche nelle sue stramberie, una guerra che riscontra sempre meno consenso, peraltro già ai minimi termini sin dall'inizio, una guerra che sta assumendo contorni disastrosi per gli Stati Uniti in chiave sia militare che economica ma che, soprattutto, sta inducendo il resto del mondo a considerare gli USA come uno dei peggiori fattori destabilizzanti degli equilibri e del benessere globali.
Tutti motivi sostanziali che stanno convincendo molta gente che la possibilità di cortocircuitare Trump, dall'incarico di Presidenza, non solo possa essere un'opportunità ma, addirittura, stia diventando, giorno dopo giorno, una necessità imprescindibile per mantenere credibilità nel ruolo di Nazione egemonica globale.
E alla mala sostanza sopra delineata, si aggiunge anche una forma che Donald Trump ha violentato scientemente e coscientemente, in tutti i suoi aspetti, adottando volutamente un linguaggio degno di una persona che, per intima convinzione, non ha rispetto di nessuno e di niente, che non faccia parte del suo solo ego. Un Capo di Governo, soprattutto se di una Nazione che si auto-nomina ambasciatrice della democrazia nel mondo, sa perfettamente che non dovrebbe permettersi di appellare come “animali” i Cittadini di un altro Stato e se lo fa è perché ne é intimamente convinto. Definendo in tal modo gli Iraniani, Trump non ha inteso provocare, ma ha soltanto manifestato apertamente il suo pensiero iracondo e frustrato, per un popolo che gli sta tenendo testa oltre ogni sua previsione. Così come le frasi pronunciate poche prima della scadenza del suo ultimatum del 8 aprile, “un'intera civiltà sta per morire” o “hanno tempo sino alle 8 poi li riportiamo all'età della pietra”, non sono accettabili neanche sulla bocca della peggiore soldataglia, figuriamoci su quella del Presidente degli Stati Uniti d'America, ma sono il chiaro sintomo di una violenza e di una arroganza che non sono solo esteriori, ma sono profondamente radicate nell'animo di questo soggetto. Un approccio che porta costantemente Trump a “giocare” con la sorte degli altri, evidenziando il gusto sadico della compiaciuta consapevolezza di possedere il potere, soprattutto militare, di poter decidere della vita altrui, non importa che si tratti di persone o di Stati.
Un quadro psicologico, che rasenta la psicopatia, che non è sfuggito ad una figura importante ed attenta come Papa Leone XIV, un Pontefice che non ama essere appariscente, ma che in questo caso ha dimostrato lucidità e fermezza da vendere, in una dichiarazione lanciata da Castel Gandolfo un paio di giorni fa, proprio in relazione all'ultimatum della Casa Bianca. “Tutti gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il Diritto Internazionale, ma sono segno dell'odio..di cui l'essere umano é capace”. Parole contro un Presidente americano, accusato di odiare, da parte di un Papa americano che, come tale, conosce le dinamiche costituzionali del suo Paese. E lo dimostra allorché, parlando degli sforzi per fermare la guerra, non a caso si rivolge specificatamente ai “congressisti”, cioé ai Membri del Congresso, Organo che, probabilmente più di ogni altra istituzione degli USA, può attivare le necessarie procedure per stoppare le ostilità, anche eventualmente, stoppando lo stesso Presidente che le ha avviate e le sta gestendo. Questo, ovviamente, Papa Leone XIV non lo dice esplicitamente, ma comunque le sue parole atterrano in uno scenario socio-politico che, invece, ne sta sempre di più parlando e che ha registrato anche la voce dell'Arcivescovo Paul S. Coakley, Presidente della Conferenza Episcopale statunitense “La minaccia di distruggere un’intera civiltà e il deliberato attacco alle infrastrutture civili non possono essere moralmente giustificati. Esistono altri modi per risolvere i conflitti tra i popoli”. Una “posizione contro” inequivocabile, che fa quadrato con quella del Pontefice e dimostra che la Chiesa di certo non ha patito gli avvertimenti, quasi mafiosi che, nel gennaio scorso, Elbridge Colby, Sottosegretario alla Difesa per la Politica, ha elargito al Cardinale Christofe Pierre, Nunzio Apostolico presso Washington. C'é da immaginare l'espressione di un alto Prelato francese, rappresentante di un Ente che è sulla faccia della terra da più di 2000 anni, di fronte ad un esagitato politico MAGA che gli spiega che gli USA detengono un potere militare tale da consentire loro di fare ciò che vogliono. Ma non contento, con la sensibilità di un Lanzichenecco, lo avverte anche che se la Chiesa non si allinea, il Papa potrebbe dover tornare ad Avignone.
Una metafora storica tutt'altro che piacevole per il Vaticano, ma con precisi connotati di intimidazione che, peraltro, hanno impattato con la forza dello spirito della Chiesa, riscuotendo l'esatto effetto contrario. Tuttavia, c'è da chiedersi come possa essere possibile che un rappresentante governativo si esprima in questi termini nei confronti dell'inviato diplomatico di uno Stato tanto piccolo quanto presente nel mondo. L'unica spiegazione plausibile la si trova nell'atmosfera che si è ormai impadronita della Casa Bianca e di tutto il suo entourage, che veleggia nel vento della più supina e adulatoria emulazione del Capo, del suo approccio da arrogante, sprezzante ed irridente dominatore del mondo, che pensa di poter imporre i suoi voleri con le forche caudine di dazi, e bombardamenti, conditi da qualche rapimento.
Una situazione assurda ed insostenibile che potrebbe determinare il peggio assoluto, che ha ormai suscitato una fronda interna americana che sta seriamente invocando il 25° Emendamento, che possa fermare una volta per tutte la folle corsa di un uomo che, immediatamente dopo aver minacciato la morte di migliaia di persone, riesce con noncuranza a parlare del nuovo salone da ballo della Casa Bianca. Sono Parlamentari democratici, ma anche repubblicani, governatori dei principali Stati americani (tra cui la California), analisti, uomini e donne di cultura e spettacolo e, ora, anche se indirettamente, anche il Papa americano. Ma è anche un'ondata possente sul web, dove parte del mondo MAGA testimonia di sentirsi tradita da un Presidente che aveva promesso di occuparsi solo degli Stati Uniti, senza avventure di guerra.
Ma sussiste un problema grande, forse insormontabile. Il 25° Emendamento può essere invocato ufficialmente solo dal Vice Presidente degli Stati Uniti e dalla maggioranza dei Membri di governo, che lo propongono al Congresso, il quale poi provvede a votarlo. La difficoltà vera non sta probabilmente nel voto parlamentare che, con l'aria che tira, potrebbe essere favorevole, quanto piuttosto nella volontà del Nr. 2 J.D. Vance.
Lui era in disaccordo con questa guerra, tanto che la riunione decisionale tra Trump e Netanyahu sembra essere stata fatta proprio quando era in missione all'estero. Ora sta guidando la delegazione USA per le trattative in Pakistan con l'Iran e sembra essere partito con intenzioni decise (“Non ci faremo prendere in giro dagli Iraniani”), ma anche con piglio ottimistico. Vance é un “self made man” di 41 anni, cresciuto in un contesto familiare problematico, si è arruolato nei Marines e ha fatto l'Iraq nel 2003, Laureatosi in Ohio, ha abbracciato la professione giornalistica, alternandola con quella politica. Autore di alcuni saggi a sfondo politico, non è un sostenitore di Trump della prima ora perché, pur se repubblicano, non lo sostenne al primo mandato. Si può dire che sia un uomo che conosce la vita e la sua realtà, compresa quella della sofferenza, per cui certi estremismi morali e verbali non fanno propriamente parte del suo bagaglio. In una recente intervista ha confessato di credere fermamente nell'esistenza del male. D'altra parte, è un Cattolico praticante e nel maggio 2025 ha incontrato Papa Leone XIV, con cui si è intrattenuto più di un'ora, mettendo al centro del loro colloquio il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo. Chissà che J.D. Vance non si ricordi di quanto detto allora dal Pontefice, lo coniughi con quanto ha dichiarato poche ore fa e magari si lanci ad assumere la decisione più difficile della sua vita. Certamente non stiamo parlando di un alfiere del diritto, ma questo, purtroppo, è quello che passa il convento.
PS Probabilmente, potrebbe godere anche dell'appoggio del Segretario di Stato Rubio, Un altro che non sembra propriamente entusiasta di quanto sta facendo e dicendo il Tycoon.
Generale Marcello BELLACICCO
Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” - Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan
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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free Mind”
Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1





