Savona per quasi quattro anni ospitò un prigioniero illustre: Papa Pio VII, Barnaba Chiaramonti, 67 anni, portato fin lì su una carrozza nell'agosto del 1809 per ordine di Napoleone Bonaparte. Duecento anni dopo, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha evocato proprio quell'episodio per leggere lo scontro in corso tra Donald Trump e papa Leone XIV.
"Il rapporto con Pio VII fu inizialmente di collaborazione - ha detto Müller al Corriere della Sera - Nel 1801 firmarono il Concordato con cui Napoleone ristabilì la Chiesa in Francia dopo la Rivoluzione, ma voleva mantenerne il controllo politico: farne una Chiesa di Stato, insomma. Per questo sorsero contrasti: il Papa difendeva l'autonomia dei cattolici, Bonaparte arrivò a imprigionare Pio VII, prima a Savona, poi in Francia. Ma l'imperatore cadde e il Papa tornò a Roma, libero e con lui la Chiesa".
Una lezione di storia pronunciata da un cardinale conservatore, in un momento delicatissimo del rapporto tra la diplomazia statunitense e il Vaticano. La notte tra il 5 e il 6 luglio 1809, il generale Radet fece irruzione nel Quirinale. Pio VII fu svegliato, fatto vestire in fretta e caricato su una carrozza. Nessun preavviso, nessuna formalità diplomatica. Dopo settimane di viaggio estenuante attraverso la Toscana e la Liguria, il pontefice arrivò a Savona nella seconda metà di agosto. Aveva appena emesso la bolla "Quum memoranda", con cui colpiva di scomunica (senza nominarlo, ma in modo inequivocabile) chiunque avesse usurpato il patrimonio di Pietro.
Napoleone era andato su tutte le furie. Ma la sua risposta non fu la brutalità fine a se stessa: fu qualcosa di più sottile e, a modo suo, di più rivelatore. Scelse oculatamente Savona, non troppo lontana da Roma da sembrare una punizione feroce, non troppo vicina da permettere al Papa di governare. Trattò il prigioniero con rispetto formale, gli garantì vitto e alloggio adeguati al suo rango. E intanto gli tolse tutto ciò che contava davvero: i segretari, la corrispondenza libera, la possibilità di nominare vescovi, di rilasciare investiture canoniche, di esercitare il governo della Chiesa universale. Era una sorta di gabbia dorata.
Pio VII a Savona oppose una resistenza che non aveva nulla di eroico nel senso spettacolare del termine. Non scrisse manifesti. Non lanciò anatemi. Si limitò a rifiutare sistematicamente di essere qualcosa di diverso da ciò che era. Quando Napoleone gli fece pressioni perché rinunciasse al potere temporale e diventasse il cappellano spirituale dell'Impero, il Papa rispose con un laconico Non possumus. Non possiamo. Quella resistenza silenziosa irritava Napoleone più di qualsiasi opposizione dichiarata, perché non aveva nulla su cui fare leva.
Il parallelo con Leone XIV - Robert Francis Prevost, 70 anni, nato a Chicago, primo Papa americano della storia - è nei dettagli più che nella struttura generale. Trump, come Napoleone, aveva intravisto nella figura del nuovo pontefice una possibilità di collaborazione: un americano al soglio di Pietro avrebbe dovuto essere "naturalmente" schierato dalla sua parte, ma il presidente USA è rimasto deluso, soprattutto dopo le parole del Pontefice sull'intervento in Iran e le azioni anti-immigrazione del governo americano e dell'ICE.
"Trump ormai si crede onnipotente, ma solo Dio lo è", ha detto il cardinale Gerhard Ludwig Müller nell'intervista. E ha aggiunto la frase che contiene la teologia politica della questione: "I cattolici non possono pagare con la perdita dell'indipendenza le cose buone ricevute". Il Concordato del 1801 aveva ristabilito la Chiesa in Francia. Trump ha protetto le scuole cattoliche, difeso la libertà religiosa. Il conto però - è il pensiero del cardinale - non si paga con l'obbedienza politica.
Leone XIV sul volo per Algeri, rispondendo ai giornalisti, ha pronunciato parole che Pio VII avrebbe riconosciuto come proprie: "Non ho paura dell'amministrazione Trump. Continuerò a parlare ad alta voce del messaggio del Vangelo". Non un'invettiva, ma il rifiuto di essere qualcosa di diverso da ciò che si è. Il Non possumus nell'era contemporanea, pronunciato su un aereo invece che in un palazzo vescovile ligure, ma identico nella sostanza.
Trump che posta su Truth un'immagine generata dall'intelligenza artificiale in cui appare con una tunica bianca nell'atto di compiere miracoli, che dice di preferire il fratello del Papa "perché è tutto MAGA", che rivendica di essere stato lui stesso a far eleggere Leone XIV; questi sono invece aspetti che non hanno precedenti in Napoleone. Non tanto per la strategia mediatica e per la potenzia tecnologica della comunicazione, quanto per il modo, meno calcolato rispetto a quello dell'imperatore dei francesi.
Il cardinale Müller chiude con la sentenza che si riallaccia sempre empiricamente alla storia di Savona: "I poteri terreni passano. Quello della Chiesa no, perché viene da Dio". Nel 1814 Napoleone fu esiliato all'Elba. Pio VII tornò a Roma accolto come un martire, come il simbolo vivente di una resistenza che non aveva ceduto. La gabbia dorata si era rivelata fragile.
La storia non si ripete mai in modo identico. Ma questa volta un cardinale tradizionalista, interrogato su un presidente americano e un pontefice del XXI secolo, trova naturale guardare indietro di duecento anni e indicare la prigionia di Papa Pio VII a Savona come una sorta di "lezione di storia" all'uomo che regge le sorti di tanta parte dell'economia e della geopolitica mondiale.





