Curiosità - 16 aprile 2026, 10:05

Savona, il casello ferroviario di via Piave-via Torino raccontato da chi c'era: "Quando mia mamma e mio papà chiudevano i cancelli al passaggio dei treni"

Il racconto di Luciana Patanè, ricordando il lavoro dei genitori Mario e Ina, in un quartiere scandito dal ritmo dei convogli merci e passeggeri tra le case di Villapiana

Ina e Mario Patanè erano due giovani sposi quando, nel 1948, sono arrivati alla postazione ferroviaria di via Piave, dove si occupavano del passaggio a livello dei treni e dove sono rimasti fino a fine anni Settanta. Allora, sia i merci che quelli passeggeri, i famosi e rimpianti "100 porte", passavano tra i palazzi e le case di Villapiana.

In realtà, in via Piave e via Torino non c'era un vero e proprio passaggio a livello: si trattava due cancelli, su via Piave e su via Torino, che venivano chiusi quando c'era la segnalazione di arrivo dei convogli.

A raccontare come funzionava quel sistema, che numerosi savonesi ricordano ancora, è Luciana  Patanè, figlia di Mario e Ina.

"Ero bambina e ho vissuto nella postazione di via Piave per 14 anni – ricorda Luciana Patanè –. Lì c'era quella che veniva chiamata la garitta". Nella garitta c'era un telefono che metteva in comunicazione con la cabina A, che si trovava nell'attuale via Trincee e che doveva avvisare dei treni in arrivo da Albisola o che da Savona partivano per Genova. Appena arrivava l'avviso bisognava subito chiudere i cancelli e l'accesso ai binari. I cancelli erano due, uno su via Piave e uno su via Torino.

La chiave di chiusura dei cancelli veniva messa in un sistema che si trovava nella garitta; una volta inserita la chiave, alla cabina A arrivava il messaggio che i cancelli erano chiusi e dalla stazione di Savona potevano partire i treni.

"Una volta chiusi i cancelli – aggiunge Luciana Patanè – c'era la manovella per chiudere le sbarrette di accesso ai pedoni. Quando chiudevano i cancelli, prima di chiudere le sbarrette mio papà aspettava un po'. C'era tanta gente che passava, a volte dovevano chiudere velocemente e qualcuno si infilava sotto le sbarre".

I turni di lavoro erano pesanti. Inizialmente erano di 12 ore e bisognava essere pronti a qualsiasi ora per l'arrivo dei treni, che viaggiavano molto di più di notte rispetto a ora. "Mia mamma faceva il turno delle 12 ore notturne – ricorda – perché non aveva problemi a lavorare di notte. A volte ne approfittava per fare il bucato, perché allora si lavava a mano, e qualche faccenda di casa. Mio papà faceva le 12 ore diurne". Dopo qualche anno è arrivato un aiuto e i turni sono stati spezzettati in tre parti, pomeriggio, mattina e notte, consentendo un po' di riposo.

I treni passavano spesso, compresi i merci. "Ormai eravamo abituati – aggiunge Luciana Patanè – e non facevamo nemmeno più caso al rumore. Ma erano bei tempi, non si chiudeva mai la porta di casa, c'era una bella comunità".

Legati a quei cancelli ci sono molti ricordi di bambina. "Mi divertivo ad attaccarmi ai cancelli di via Torino e li usavo come un dondolo". Poi, nel 1973, il pensionamento di Mario e, dopo due anni, quello della moglie Ina. "Poi è arrivata un'altra famiglia – ricorda Marina – e noi ci siamo trasferiti in un'altra via della città".

Elena Romanato

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