Attualità - 25 aprile 2026, 09:00

Dego, il frutteto che rinasce dal bosco: così la terra torna a parlare

Circa 400 piante tra meli e susini: un mosaico verde dove prima c’erano rovi e silenzio. La storia del vicesindaco Corrado Ghione: "Così recupero i campi dei miei nonni"

Tra le alture silenziose di Dego, dove il paesaggio alterna boschi fitti e fasce di terra sospese come gradini antichi lungo i fianchi della collina, si intreccia una storia che unisce amministrazione pubblica, lavoro e un ritorno ostinato alla terra. È quella di Corrado Ghione, vicesindaco del comune valbormidese e dipendente Verallia, ma soprattutto uomo che ha scelto di rimettere radici dove, per decenni, la natura aveva ripreso possesso di tutto.

A Scorticate, località che già nel nome sembra custodire la durezza delle stagioni contadine, la storia comincia molto prima di lui. "Qui vivevano i miei nonni, ottant’anni fa", racconta Ghione. Una vita che oggi appare lontanissima: le mucche nella stalla, il fieno tagliato a mano, le giornate scandite più dal tempo che dall’orologio. "Era una vita dura, ma piena di senso".

Ogni mattina la nonna partiva a piedi, con qualsiasi tempo, per portare il latte fino alla latteria di Dego. Il nonno lavorava alla Montecatini: bicicletta fino alla corriera, poi la fabbrica, e al ritorno ancora campagna. "Un doppio lavoro che oggi facciamo fatica anche solo a immaginare", osserva Ghione. Poi lo spostamento in paese, la scelta di lasciare la campagna. "A un certo punto era troppo. Troppa distanza, troppa fatica".

Con gli anni le case si chiudono, i campi si spezzano e vengono venduti. Anche a Scorticate l'abitazione di famiglia e parte dei terreni cambiano mano. Il resto si arrende lentamente: rovi, arbusti, bosco. "La natura non aspetta nessuno - spiega Ghione - Se la lasci, si riprende tutto". Il nonno muore giovane, a 52 anni, e quella diventa una frattura silenziosa nella linea della memoria familiare.

Per anni le fasce restano sospese tra abbandono e silenzio. Poi, circa vent’anni fa, il gesto che cambia la direzione del tempo. "Non è stato un colpo di testa", racconta. "Ma un ritorno costruito passo dopo passo". Con il padre e il fratello, Ghione comincia a recuperare i campi, uno alla volta. Arrivano corsi, viaggi, esperienze in giro per l’Italia. E una passione che prende forma: la frutticoltura.

All’inizio è quasi una ricerca sentimentale. In bicicletta tra le cascine abbandonate della valle, va a cercare le vecchie varietà di frutta. "Le riconoscevo quasi per istinto, come se non fossero sparite davvero". Poi l’innesto, la moltiplicazione, la pazienza delle stagioni. L’idea è chiara: ricostruire un frutteto il più possibile fedele alla memoria agricola del luogo.

Con il tempo, però, il progetto cambia forma. Accanto alle varietà antiche arrivano quelle moderne, più adatte alla gestione attuale, disposte in filari, protette da reti antigrandine. "Non è un tradimento", spiega Ghione. "È un adattamento. La tradizione senza il presente non regge". Anche le ghiandaie, golose delle mele mature, diventano parte dell’equilibrio da gestire.

Negli ultimi anni il frutteto si è spinto ancora oltre, verso un’agricoltura che Ghione definisce rigenerativa. "L’idea non è solo produrre, ma restituire qualcosa al suolo". L’erba viene tagliata e lasciata sul terreno, il suolo non viene rivoltato ma solo aerato, a settembre si seminano senape e altre essenze che lavorano in profondità. Poi il letame chiude il ciclo, lentamente.

Anche la difesa delle piante segue la stessa logica: meno chimica, più equilibrio. “Non si tratta di eliminare tutto - precisa - ma di capire cosa serve davvero". Le polveri di roccia come la zeolite diventano strumenti di protezione naturale. Nei filari trovano spazio anche i nidi per le cinciallegre, piccoli alleati silenziosi contro gli insetti.

La parola che ritorna sempre è una sola: equilibrio. "Un'armonia fragile, ma possibile. Tra ciò che fai e ciò che la terra ti restituisce". 

Oggi il frutteto nel bosco conta circa quattrocento piante tra meli e susini: un mosaico verde dove prima c’erano rovi e silenzio. A settembre, se tutto andrà bene, si aprirà anche alle persone, con giornate di raccolta diretta, bambini tra gli alberi e mani sporche di frutta.

"Non è solo agricoltura - conclude - È un modo per ricucire qualcosa. Tra il passato dei miei nonni e il presente che possiamo ancora scegliere di abitare". 

Graziano De Valle

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