Un Occhio sul Mondo - 12 maggio 2026, 07:25

“Gruppo vacanze Europa o vera strategia?”

Il punto di vista di Marcello Bellacicco

“Gruppo vacanze Europa o vera strategia?”

Qualche giorno fa, all'aeroporto di Yerevan, Capitale dell'Armenia, sono atterrati parecchi aerei di stato occidentali, che hanno portato tutti i maggiori leader dell'Unione Europea, compresa l'Italia, altri Capi di Governo di Stati Europei non UE, come Gran Bretagna e Norvegia e il Primo Ministro canadese Mark Carney, i quali hanno avuto la brillante idea di riunire il vertice della Comunità Politica Europea a “un tiro di schioppo” (visti i tempi é il caso di dirlo) da Putin. La CPE è una delle molteplici congreghe dell'Unione Europea, partorita dalla fervida mente del francese Macron nel 2022, subito dopo l'attacco russo all'Ucraina, che dovrebbe costituire il Forum di discussione strategica sulla sicurezza dell'Europa. Quindi un organo teoricamente deputato a tutelare il Vecchio Continente che, però, ha indetto una propria riunione in un Paese, che non è membro della UE e neanche ne tocca i confini, e che Mosca continua a considerare una propria dependance. Si potrebbe pensare che non sia il massimo della sicurezza, ma anche chiedersi perché proprio in Armenia, andando ancora a pestare i piedi ad una superpotenza nucleare.

La Repubblica di Armenia è uno Stato dell'Asia Occidentale, nel Caucaso meridionale, che non ha alcun sbocco sul mare, ma confini abbastanza scomodi, visto che i vicini si chiamano Turchia, Georgia, Azerbaigian e Iran. E' una terra che non ha grosse risorse intrinseche, ma gode di importanza strategica per la sua posizione tra Europa e Asia e per le rotte commerciali che l'attraversano. Poco conta che un tempo fossero percorse dalle carovane di cammelli mentre oggi da gasdotti e corridoi aerei. Da sempre l'Armenia costituisce un'appetibile preda per i principali attori internazionali del momento.

Il crollo dell'Unione Sovietica del 1991 le consentì di riprendersi l'indipendenza, dopo decenni di egemonia moscovita, ma si è trattato di un'autonomia puramente nominale, visto che Mosca, “di fatto”, non ha mai allentato la sua morsa, mantenendola saldamente nella propria area di influenza, con i relativi problemi, ma anche con oggettivi benefici.

Tra i problemi figura certamente il conflitto con l'Azerbaigian per il dominio sulla Regione del Nagorno-Karabach che, dopo fasi alterne di guerra nell'ultimo decennio, pur se abitata da popolazione di lingua armena, è in buona parte passata sotto il controllo azero, nell'indifferenza della Russia, che avrebbe dovuto garantire maggiori margini di tutela a Yerevan, anche in virtù di una propria presenza militare, con una base e guardie di frontiera dell'FSB ai confini con Turchia e Iran. Ma un'altra stranezza di questa guerra è stata la sua recente conclusione ottenuta con il patrocinio americano, consentendo a Trump, non solo di annoverare questa pace nel suo vantato palmares di pacificatore seriale, ma anche di definire l'Armenia come “TRIPP – Trump Route for International Peace and Prosperity”, che si sovrappone alla definizione “Middle Corridor” che l'Europa le aveva da tempo attribuito, ma che rischia di essere ingoiata dall'arrogante strapotere USA.

Infatti, anche se la buonista ed allineata diplomazia europea spera che questa coincidenza di interessi, si possa tradurre in uno sforzo congiunto Euro-americano, la realtà dei fatti degli ultimi tempi, con un Tycoon palesemente sprezzante verso il Vecchio Continente, fa presumere realisticamente altro. Infatti, è più plausibile che al tavolo del croupier armeno siano seduti tre giocatori ben distinti, Unione Europea, Stati Uniti e Russia e se proprio si volesse intravedere qualche accordo sotto banco, molto probabilmente non sarebbe tra i primi due, come un'illusa logica occidentale vorrebbe, quanto piuttosto tra i due veri caimani del panorama internazionale, visto che le telefonate di Trump sono molto più frequenti con Putin che non con Ursula von der Leyen. E, altrettanto probabilmente, l'Armenia rientra tra gli argomenti che i due stanno trattando (o contrattando?!), anche perché le carte in mano al Leader di Mosca sulla questione sono ancora tante e sostanzialmente valide e Washington, di questo, sembra esserne più cosciente dell'Europa.

Infatti, oltre alla presenza militare, le influenze russe si esplicitano anche con più di 300 accordi ufficiali tra Russia e Armenia, che pongono quest'ultima in chiara soggezione per poter sviluppare liberamente una propria politica estera. Tale principio è stato chiaramente ribadito da Putin al Leader armeno Nikol Pashinyan, nel loro spigoloso incontro del 1° di aprile a Mosca, in cui il Premier russo ha ricordato al collega che non è possibile tenere un piede in due scarpe, per cui se si vuol rimanere nell'Unione Economica Eurasiatica non si può pensare di strizzare l'occhio alla UE. La UEE, creata dalla Russia per facilitare il libero scambio anche con Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan, nel suo acronimo ha una E in più che, volendo ironizzare, si potrebbe leggere come quell'Energia che, in termini di gas, Mosca sta vendendo ai suoi partner eurasiatici, compresa l'Armenia, a 177,5 per mille metri cubi, contro i circa 600 dollari che pagano gli Europei ed i loro eventuali affiliati.

Qualora l'Armenia uscisse dalla UEE, tenuto conto che il 70% della sua energia elettrica deriva dal gas, si innescherebbe un giochetto a caro prezzo per i Cittadini, che dal centinaio di Dollari, che attualmente costano le bollette, arriverebbero a pagare ben più del doppio. E questo è solo l'aspetto energetico che, da solo, dovrebbe far riflettere.

Tuttavia, nonostante il messaggio putiniano sia stato forte e chiaro, sembra che Pashinyan lo abbia ascoltato ma, evidentemente, non proprio recepito in quanto, poco più di un mese dopo, ha accolto a braccia aperte nella sua Capitale il Gruppo Euro-canadese, che gli ha propinato la solita fumosa tiritera della Commissione Europea, secondo cui il Vertice UE-Armenia “segna un passo avanti significativo nelle relazioni, riaffermando il forte impegno dell’UE per la sovranità, la resilienza e l’agenda di riforme dell’Armenia”. Tutto lo stantio copione della UE, ma nella sostanza, al di là delle belle ed enfatiche parole, rimangono i fatti, che vedono l'Armenia, al contrario della Georgia, non essere ammessa al processo di ammissione come Membro, ma soltanto considerata come un possibile Paese partner, con grande delusione da parte di Pashinyan, che a Marzo a Bruxelles aveva paventato tale orientamento, proprio sull'onda dell'esempio georgiano.

La UE si è dichiarata pronta per mettere sul piatto molteplici incentivi, nei settori dell'energia, trasporti e digitale, un contributo alla “resilienza democratica”, con l’invio di una propria missione civile (una più una meno), la possibile futura liberalizzazione dei visti e, addirittura, l'assistenza militare, attraverso la European Peace Facility, il fondo comunitario (5,7 miliardi di Euro per il periodo 2021-2027) che dovrebbe mirare a prevenire conflitti, a costruire la pace e a rafforzare la sicurezza.

Su tutto questo però, aleggia una grande e determinante incognita, costituita dal tessuto socio-economico armeno, che sarà chiamato a valutare l'innamoramento occidentale del proprio Capo di Governo, con le prossime elezioni di giugno. Infatti, pur in questo scenario apparentemente rivolto verso l'Europa, va considerato che il commercio bilaterale tra Armenia e Russia, dopo il 2022, è aumentato vertiginosamente, anche aiutando Mosca ad aggirare le sanzioni occidentali, con un fatturato dell'export che si é triplicato solo nell'ultimo anno. Inoltre, nonostante la popolazione sia etnicamente omogenea (oltre il 95% è armena), il pensiero politico non é omogeneo, tanto è vero che quasi la metà dei Cittadini non ha gradito il voto favorevole del Parlamento nel 2022, alla proposta di chiedere l'ingresso nella UE.

Volendo quindi tirare le somme e facendo i soliti conti della serva che, comunque, devono sempre tornare, abbiamo una Unione Europea, attualmente alla prese con una crisi economica ed energetica, probabilmente senza pari nel secondo dopo-guerra, alle prese con una crisi medio-orientale in cui, in termini strategici è costantemente un passo indietro ed in termini economici ne è la prima vittima sacrificale, alle prese con uno pseudo alleato americano che quotidianamente la bullizza e che ha serie intenzioni di lasciarle in eredità la NATO che, senza gli USA, necessiterebbe di tutti gli 800 miliardi di Euro del famoso programma “ursuliano” di Re-Arm (o Readiness 2030), alle prese con problemi di immigrazione e di integrazione che non vedono razionali soluzioni all'orizzonte e, infine, “last but not least” alle prese con una crisi Ucraina che ha già ingoiato più di 200 miliardi di Euro e che altri 90 li ingurgiterà nei prossimi mesi, senza che si intraveda una concreta ipotesi di pace in cui l'Europa possa essere protagonista, un'Unione europea appunto che, in queste condizioni, ha deciso di prendere a mani nude un riccio come l'Armenia, oltre tutto già appetito da un paio di caimani, di quelli voraci e pericolosi.

E non l'ha fatto in maniera realistica, come normalmente vuole la diplomazia sommessa ma efficace, ma sotto gli occhi del mondo, con una sorta di allegro viaggio-vacanza di un baraccone politico che, sinora, ha dimostrato solo evanescenza ideologica ed assoluta mancanza di un minimo di realpolitik.

Realpolitik che si spera dimostrino gli elettori armeni alle prossime elezioni di giugno, salvando in tal modo gli Europei da un possibile ulteriore disastro.



 

Generale Marcello BELLACICCO

Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” - Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan

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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free Mind”Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1

Marcello Bellacicco

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