Per la prima volta nella storia della magistratura italiana, il Consiglio Superiore della Magistratura ha inflitto una sanzione a un pubblico ministero per aver violato la presunzione di innocenza di un indagato nel corso di un'intervista giornalistica. Una decisione che potrebbe fare giurisprudenza nei rapporti tra magistratura e stampa.
Il magistrato sanzionato è Francesco Pinto, sostituto procuratore generale presso la Procura di Genova, che al momento dei fatti ricopriva il ruolo di procuratore aggiunto della Repubblica nel capoluogo ligure. La sezione disciplinare del Csm gli ha inflitto un provvedimento di "censura", secondo grado su sei nella scala della gravità prevista dall'ordinamento, che si traduce in una dichiarazione formale di biasimo contenuta nel dispositivo della decisione. Una sanzione che va addirittura oltre quanto chiesto dall'accusa: il sostituto procuratore generale in Cassazione aveva infatti inquadrato la vicenda come fatto di lieve entità, sollecitando l'assoluzione.
Il caso prende avvio da un'intervista pubblicata dal "Fatto Quotidiano" il 9 agosto 2024, il giorno dopo che la Camera aveva approvato un ordine del giorno ispirato alle proposte del deputato Enrico Costa (allora in Azione, oggi capogruppo di Forza Italia) volto a restringere drasticamente la possibilità di disporre la custodia cautelare nei confronti di imputati incensurati per rischio di reiterazione del reato, con eccezione per le fattispecie più gravi.
Pinto (già tra i magistrati genovesi protagonisti dell'inchiesta che portò al patteggiamento dell'ex governatore ligure Giovanni Toti) aveva criticato duramente l'iniziativa, definendola "totalmente illogica" e potenzialmente "devastante". A sostegno della propria tesi aveva evocato un procedimento allora in corso a Genova: quello a carico del vertice di un grande gruppo del settore dei servizi alle imprese, accusato di bancarotta fraudolenta per circa 300 milioni di euro. Era stato comunque il giornalista a inserire nell'articolo il nome specifico dell'imprenditore. Pinto aveva poi ripreso: "Questa persona è formalmente incensurata ma ha ridotto sul lastrico un intero gruppo e rovinato decine di commercianti: un danno alla collettività diecimila volte superiore a quello che può arrecare uno spacciatore seriale pluripregiudicato".
La vicenda aveva innescato una reazione durissima del procuratore capo di Genova, Nicola Piacente, che aveva segnalato il caso alla sezione disciplinare del Csm, suscitando però una risposta altrettanto netta dall'interno della Procura: la stragrande maggioranza dei colleghi di Pinto aveva espresso pubblicamente solidarietà al magistrato.
Il Csm ha assolto Pinto dall'accusa di aver violato le direttive interne sui rapporti con la stampa, riconoscendo il diritto dei singoli magistrati a partecipare al dibattito pubblico sulla giustizia indipendentemente dal monopolio comunicativo del dirigente dell'ufficio. Lo ha invece ritenuto responsabile di aver leso la presunzione di innocenza dell'indagato, anche alla luce della direttiva europea 343/2016.
La difesa, affidata al procuratore generale di Genova Enrico Zucca, aveva sostenuto che il riferimento al caso genovese fosse null'altro che un richiamo a un fatto già storicamente accertato; il fallimento della società era stato sancito dal tribunale e non un giudizio di colpevolezza nei confronti dell'indagato.
Il magistrato potrà ora ricorrere in Cassazione. E proprio da quell'eventuale pronuncia dipenderà se questo precedente genovese diventerà un punto di riferimento stabile nel delicato equilibrio tra libertà di espressione dei magistrati e tutela delle garanzie processuali degli indagati.
Nel frattempo il processo per la bancarotta del gruppo genovese si è chiuso: nel marzo 2025 il principale imputato ha patteggiato quattro anni e mezzo di reclusione e la confisca di 5,6 milioni di euro, seguendo i diciassette coimputati che avevano già patteggiato prima ancora dell'intervista che ha dato origine all'intera vicenda disciplinare.





